Pandemia e statalismo
Un virus più potente del Covid19 si è affermato nella mentalità comune: che lo Stato possa risolvere tutti i nostri problemi
Alexis de Tocqueville, campione del pensiero liberale, nel suo La democrazia in America (Bur Rizzoli, 1982) affermava: Non vi è nulla di così irresistibile come un potere tirannico che comanda in nome del popolo”.

Bisognerebbe ricordarlo ai drogati di statalismo di casa nostra. Per costoro la pandemia è stata un’imperdibile occasione per sventolare la bandiera della cosiddetta “giustizia sociale”.
Lo Stato, questo padre buono e affettuoso che opera per il nostro bene, ci promette una nuova libertà distribuendo sussidi e prebende (che poi paghiamo tutti noi), ci dice cosa possiamo fare e ciò che è vietato, ci concede o ci nega diritti secondo il suo codice arbitrario.
Ci invita a lavorare poco tanto poi distribuirà mance e mancette; non è necessario impegnarsi a creare lavoro, a fare impresa, ad associarsi poiché tutto sarà disciplinato, regolamentato, controllato per il bene dei cittadini. È il nuovo regno della “redistribuzione della ricchezza”.
Lo Stato padrone impedirà di farci del male, ci nutrirà, stabilirà quanto e che cosa dobbiamo conoscere del virus, come e quante volte dobbiamo andare al ristorante, al bar, dall’estetista, in palestra.
L’allenamento statalista prevede un programma personalizzato per diventare i migliori cioè tutti uguali, appiattiti, grigi e senza slancio.
Alla faccia di chi pensa che ciascun essere umano ha nelle sue mani il proprio destino e la fiducia di poterlo migliorare in mille modi.
Senza accorgercene, siamo diventati cittadini della nuova Repubblica della Salute.

