Sud! Quali investimenti?
Il petrolio della Basilicata
In Basilicata c’è la più grande riserva di idrocarburi on-shore dell’Europa occidentale. Sono migliaia i barili di greggio estratti al giorno dall’impianto di Tempa Rossa, gestito dalla francese Total. Centinaia di migliaia i metri cubi di metano e migliaia i barili di petrolio equivalenti di Gpl. Sul sito della regione Basilicata è presente un contatore aggiornato quotidianamente dove è possibile leggere le estrazioni giornaliere e quelle cumulative a partire dal 1° gennaio 2021. Quando l’impianto è a pieno regime i barili di petrolio greggio viaggiano intorno ai 40 mila al giorno, che si traduce in oltre 6 milioni e 300 mila litri di greggio.
Le estrazioni dall’impianto della Val d’Agri, gestito al 60,77% da Eni e al 39,23% dall’olandese Shell, sono superiori a quelle di Tempa Rossa. Oscillano tra i 50 e i 70 mila barili di petrolio greggio al giorno. Il centro oli Val d’Agri è attivo dal 2001 ed estrae idrocarburi da 24 pozzi scavati nell’entroterra lucano. Gli idrocarburi estratti da entrambi gli impianti vengono semilavorati nella zona industriale di Viggiano e inviati poi alla raffineria di Taranto che li processa ulteriormente.
Rinnovo delle concessioni minerarie
Il rinnovo delle concessioni minerarie dell’area della Val d’Agri ad Eni è pronto e prevede un accordo faraonico tra la regione Basilicata ed Eni. La cifra nuda e cruda è di 2 miliardi di euro in dieci anni. Ma come si arriva a tale somma? L’accordo prevede un compenso tra i 120 e i 140 milioni per le royalty di greggio, metano e Gpl. Le royalty è quanto deve corrispondere il privato, che si occupa dell’estrazione mineraria, allo stato, che gli cede in concessione il sito di interesse. A queste royalty vanno poi sommate delle compensazioni aggiuntive concordate tra la regione Basilicata ed Eni che porta a un ammontare totale annuo di circa 200 milioni. Ecco che infine si arriva ai 2 miliardi di euro, spalmati in dieci anni, in ingresso alle casse della regione e dei comuni direttamente coinvolti. I nuovi accordi risultano essere molto più onerosi rispetto a quelli scaduti ad ottobre 2019, siglati all’inizio del nuovo millennio.

