L’ASSOCIAZIONE CULTURALE REGNO DELLE DUE SICILIE – ISOLA D’ISCHIA. ALLA BIBLIOTECA ANTONIANA PER PARLARE DI MACROREGIONE AUTONOMA MERIDIONALE
sabato 07 dicembre, alle ore 11.30
Interverranno:
Sergio Angrisano (giornalista)
Comitato Promotore
Prof. Vincenzo Gulì
Storico – Esperto Regno delle Due Sicilie
Moderatore – Alfonso Sollazzo (segretario
Associazione culturale Regno delle due Sicilie – isola di Ischia)
Il convegno è aperto a tutti
RIPARTIRE DAI DIRITTI COSTITUZIONALI
Il divario Nord-Sud dell’Italia è il più evidente e preoccupante in Europa. Non ci sono, infatti, aree che hanno uno squilibrio così forte nelle condizioni sociali e sui diritti costituzionali. Il dibattito sul Sud ha spesso interessato la sociologia, ha subito i condizionamenti delle impostazioni ideologiche e poche volte è partito dalla concretezza delle idee. Adesso serve cambiare. L’ultimo rapporto Svimez consegna un quadro preciso e preoccupante. “L’ampliamento delle diseguaglianze territoriali – si legge – in termini di indicatori sociali riflette, in un contesto economico difficile ma che ha mostrato capacità di reazione, un forte indebolimento della capacità di welfare di supportare le fasce più disagiate della popolazione. Gli indicatori sugli standard di servizi pubblici documentano un ampliamento dei divari Nord/Sud, con particolare riferimento proprio al settore dei servizi socio-sanitari e che maggiormente impattano sulla qualità della vita e incidono sui redditi delle famiglie. Ancora oggi al cittadino del Sud, nonostante una pressione fiscale pari se non superiore per effetto delle addizionali locali, mancano o sono carenti diritti fondamentali in termini di vivibilità dell’ambiente locale, di sicurezza, di adeguati standard di istruzione, di idoneità dei servizi sanitari e di cura per la persona adulta e per l’infanzia”. Invertire questa tendenza è però possibile. Per farlo bisogna conoscerne le cause ed avere il coraggio della proposta. Che deve essere di sistema, riformista. C’è un problema di classe dirigente ed è innegabile, oggi più di ieri con la crisi dei partiti tradizionali e con l’avvento di chi alza la voce senza avere le soluzioni. Serve una capacità maggiore nella gestione della cosa pubblica, servono competenze sulle politiche di bilancio e sull’utilizzo dei fondi europei. Serve la capacità di tenere insieme il pubblico e l’iniziativa dei privati. Prima di ogni cosa è opportuno cambiare la struttura, il governo dei territori, intervenire sul campo di gioco. Fino a prospettare l’ipotesi di una progressiva inversione del “modello di sviluppo” che sta caratterizzando la situazione italiana dal punto di vista strutturale. Una situazione che mostra un forte squilibrio macroeconomico che, come tale, dovrebbe essere sanzionabile anche in sede comunitaria. Dal 2012, infatti, il surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti italiani ha invertito quella tendenza che l’aveva caratterizzata dal 2004 al 2011 per trasformarsi da un forte deficit (fino al 3,5 per cento del Pil) in un surplus consistente (oltre il 2,5 per cento) che sembra destinato a durare fino al 2021. Con un balzo indietro, agli anni dell’immediato dopoguerra, siamo tornati ad un modello “export led”, destinato a penalizzare tutte le aree più deboli del Paese e ad alimentare quel “circolo vizioso del sottosviluppo” – studiato negli anni ’60 da Vera Lutz – verso il quale combattè Pasquale Saraceno prospettando la necessità di un intervento straordinario che si concretizzò con la nascita della “Cassa per il Mezzogiorno”. Siamo quindi tornati ad essere un Paese che esporta tutto: uomini, merci e capitali. Così facendo, non riusciamo ad utilizzare in modo produttivo un surplus di risparmio (circa 50 miliardi all’anno) che, non trovando possibilità di occupazione produttiva all’interno del Paese sotto forma di investimenti, non può che prende la via dell’estero. Tutti gli indicatori disponibili mostrano la regressione delle aree più deboli rispetto al resto del Paese. Regressione che si è accentuata all’indomani della crisi del 2007/08 e che solo negli anni più recenti ha mostrato una leggera inversione: tuttavia, del tutto insufficiente per colmare il divario che nel frattempo si è formato. Dalla nascita dell’euro al 2016, il Mezzogiorno aveva cumulato una caduta nel ritmo di crescita del Pil pari al 7,2 per cento, contro una crescita del 3,4 per cento del Centro – Nord (Dati Svimez – Istat). Dal 2008 allo stesso anno terminale la decrescita del Mezzogiorno è stata pari all’11,3 per cento, mentre la flessione del Centro – Nord è stata pari al 5,8 per cento. Fortunatamente nel biennio 2015 – 2016 il Mezzogiorno è cresciuto in media dell’1,05 per cento contro lo 0,75 del Centro – Nord. Un recupero fin troppo contenuto, che tuttavia non va sottovalutato. Dimostra che c’è ancora vita in tante realtà meridionali, le quali, con uno sforzo maggiore nel segno del cambiamento, possono aspirare a risultati migliori. Va quindi respinta la tesi della rassegnazione: la teoria per la quale non ci sia più nulla da fare per uscire da una fossa – quella del sottosviluppo – che troverebbe la sua ragione fondamentale non nelle contraddizioni dello sviluppo economico italiano, ma nel carattere specifico delle popolazioni meridionali, è errata e contraria alla realtà. Il dato dello squilibrio è ancora più preoccupante se si considera l’andamento del Pil pro-capite. Rispetto al 2008, la caduta è più contenuta, seppure con alti e bassi dal 57 per cento del reddito medio del Centro – Nord al 56,1 per cento. Ma la spiegazione del fenomeno è data dalla continua emorragia di abitanti: costretti a lasciare la propria terra per recarsi all’estero o alla ricerca di un lavoro nel Centro – Nord. Dal 2001 al 2016 il Mezzogiorno ha perso 393 mila abitanti, con un calo demografico leggermente inferiore (265 mila) grazie agli immigrati. Il Centro – Nord ha invece visto crescere la propria dotazione umana di 274 mila unità, con un apporto soprattutto dovuto alla presenza di immigrati (oltre 3 milioni). È l’impoverimento più grave, non solo dal punto di vista sociale e culturale. Fa, infatti, venir meno i presupposti stessi su cui costruire, in prospettiva, una politica di sviluppo. Ancora più allarmanti le cifre che segnano i cambi di residenza. Nel periodo 2000-2015 il saldo migratorio netto dal Mezzogiorno è stato pari ad oltre 700 mila persone, di cui il 72 per cento giovani compresi in un’età tra i 15 ed i 34 anni, ed il 28 per cento circa, provvisti di un titolo di laurea. In ogni caso, ma con una prevalenza per i laureati, il Mezzogiorno paga il costo della formazione professionale, ma i successivi benefici sono tutti a vantaggio delle aree di immigrazione che si trovano ad aver a disposizione mano d’opera qualificata, senza aver minimante contribuito all’onere della sua formazione. Con una perdita complessiva che la Svimez stima per l’intero periodo in oltre 30 miliardi di euro. Nel complesso, quindi, il Mezzogiorno perde sia sul lato dell’offerta che su quello della domanda. Quanto all’offerta, nel periodo 2008 – 2016 il crollo del valore aggiunto dell’industria è stato del 31 per cento. Più del doppio di quanto si è verificato nei territori del Centro Nord (-14,6 per cento). Differenze che si ritrovano se la visione si estende all’economia nel suo complesso. La caduta ha riguardato tutti i settori: agricoltura, industria e servizi. A dimostrazione ch’essa è stata soprattutto la conseguenza di quel nuovo dualismo che vede un Centro Nord che soffre meno, soprattutto grazie al volano delle esportazioni, ed il resto del Paese che si distacca, non avendo la “locomotiva” del Nord la forza sufficiente per trascinare tutti i restanti vagoni. Le stesse distanze si riscontrano sul fronte dei consumi, sebbene la domanda interna, in tutti questi anni, sia stata l’elemento meno dinamico dell’intera economia nazionale. Nel periodo 2008-2016 i consumi complessivi nel Mezzogiorno sono diminuiti dell’11 per cento. Nel Centro Nord solo dell’1,5 per cento. Forte la contrazione dei consumi delle famiglie, specie per quanto riguarda i beni primari (alimentari, bevande e tabacchi) che scendono addirittura del 14,6 per cento. Non è quindi la compressione dei beni voluttuari, ma di quei generi essenziali per una vita non solo dignitosa, ma salutare, in grado di evitare successive ricadute, anche finanziarie, sul terreno sanitario. I dati precedenti indicano in che modo il Mezzogiorno rischi di configurarsi in una dimensione “down sizing”, ossia caratterizzata dal progressivo restringimento delle sue basi produttive. Lo stallo nei livelli di occupazione ne è la prima conseguenza. Sebbene, nel 2016, i livelli di occupazione siano aumentati di 101 mila unità, la forbice con il Centro Nord è ulteriormente aumentata (192 mila unità). Con questo risultato il Centro – Nord recupera completamente e supera i livelli occupazionali pre-crisi, mentre il Sud, che pure torna sopra la soglia “simbolica” dei 6 milioni di occupati, resta di circa 380 mila sotto il livello del 2008 (oltre cinque punti percentuali in meno). In un’ottica retrospettiva rimangono tutte le preoccupazioni. Con le regioni del Centro – Nord vicine alla media europea (69,4 per cento) ed il Mezzogiorno lontano di circa 24 punti (47 per cento, era al 46,1 per cento nel 2015). Drammatico il problema della disoccupazione giovanile, se si considera che tra il 2008 e il 2014, tra i giovani meridionali l’occupazione si era ridotta di 622 mila unità. Gap che non è stato riassorbito. Il tasso di occupazione 15-34 anni ancora nel 2016 è fermo al 28 per cento, un dato senza paragoni in Europa e nelle medie nazionali. Tema ancora più scottante è quello della qualità dell’occupazione. Ci si trova di fronte al drammatico problema del “part time involontario”, oltre che a quello della crescita dei contratti a tempo determinato, rispetto a quelli a tempo indeterminato. Ma è soprattutto il primo problema a preoccupare. L’incidenza del part-time è passata, nel Mezzogiorno, tra il 2008 e il 2016 dal 12,6 per cento al 18,2 per cento, raggiungendo i livelli del Centro-Nord (passato dal 15 per cento al 19 per cento). La differenza sta tuttavia nei dati di contesto, così diversi nelle varie parti del territorio nazionale. Questa flessione, deprimendo i redditi complessivi, ha contribuito alla forte crescita dell’incidenza dei dipendenti a bassa retribuzione, sul totale degli occupati. Dinamica che risulta essere più marcata nelle piccole imprese, nei settori caratterizzati da una minore produttività e tra i lavoratori impiegati in professioni meno qualificate. E’ quindi aumentata quell’area grigia che unisce lavoratori sempre più precari nelle loro condizioni di vita a coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà. Rispetto ai questi ultimi la leggera ripresa in atto, sia a livello nazionale che nel Mezzogiorno, non sembra avere la forza necessaria per superare barriere sociali ben più resistenti. Da valori di poco superiori a 1,5 milioni nella prima metà degli anni Duemila i poveri sono ormai stabilmente intorno ai 4,5 milioni, di cui oltre 2 milioni nel solo Mezzogiorno. Ancora nel 2016, infatti, circa 10 meridionali su cento risultano in condizione di povertà assoluta contro poco più di 6 nel Centro – Nord: erano rispettivamente pari a 5 e 2,4 solo dieci anni prima. Come menzionato in precedenza, le frontiere tra gli occupati, caratterizzati da elevati livelli di precarietà ed i senza lavoro, si sono assottigliate. Le retribuzioni reali, calcolate con il deflatore dei consumi delle famiglie, aumentano rispetto al 2008 del 2,5 per cento nel Centro-Nord mentre diminuiscono del -4,5 per cento nel Mezzogiorno. Nell’area, insomma, la crisi non solo ha avuto un maggior impatto in termini di perdita occupazionale ma anche in termini di retribuzioni di fatto pro capite, evidenziando le maggiori difficoltà delle imprese meridionali in un contesto di crescenti tensioni competitive. Appare, allora evidente, quale debba essere una politica per il Mezzogiorno: puntare ad eliminare, nel più breve tempo possibile, quei fattori che ostacolano un rilancio dello sviluppo relativo. Fattori che sono soprattutto legati alla politica nazionale, tesa al pieno utilizzo delle risorse finanziarie esistenti per limitare il peso abnorme del surplus con l’estero della bilancia dei pagamenti; ma che nel Mezzogiorno devono trovare una specifica declinazione. Si tratta di accrescere soprattutto i livelli di produttività nella duplice accezione: produttività aziendale, ma soprattutto “produttività totale dei fattori”, realizzando quelle riforme – anche di natura istituzionale – che ne sono il logico presupposto. Non servono le azioni tampone, le misure spot, l’improduttivo assistenzialismo. Ripartire dalla Costituzione, dai valori in essa scolpiti e troppe volte vanamente declinati, è il percorso da seguire per ridurre il divario. Dalla Carta per rilanciare la crescita. Sui diritti costituzionali, a cominciare dal diritto alla salute, è necessario invertire subito la rotta ed accompagnare misure immediate e innovative unite ad una più organica riforma degli assetti costituzionali. Con un modello più moderno ed efficiente, capace di misurarsi con nuovi investimenti, riparte il Mezzogiorno, e se riparte questa parte del Paese si rimette in moto l’Italia. È inimmaginabile pensare che la nostra economia possa tornare ad essere competitiva in Europa senza affrontare il nodo Sud. Il nostro regionalismo, in particolare degli ultimi venti anni, ha peggiorato la situazione, ha aumentato le diseguaglianze. La logica dei micro-Stati, con limitate capacità di lettura dei fenomeni economici, di confronto con gli altri sistemi territoriali, di risposta alla velocità dei cambiamenti globali, ha generato confusione, aumentato i disavanzi e quindi il deficit pubblico, bloccato i processi di modernizzazione. Ogni ipotesi di riequilibrio Nord – Sud ha perso ogni efficacia. È ormai evidente la crisi del regionalismo all’italiana. Si è consolidato un assetto basato su poteri concorrenti e confusi senza responsabilità definite, su uno strutturale trasferimento di spesa pubblica ordinaria che penalizza il Sud in particolare sul welfare, sanità, assistenza, istruzione. Nelle parti più sviluppate del Paese, questa contraddizione determina costi aggiuntivi derivanti dall’invasività dello Stato. Nel Mezzogiorno si traduce nella spinta più forte alla sua emarginazione. Dalla istituzione delle Regioni, infatti, il divario è progressivamente cresciuto, mentre fra il 1952 e il 1971 la produttività del lavoro, era cresciuta nel Mezzogiorno in media del 5,2 per cento all’anno, contro il 4,5 per cento del Centro Nord. Queste differenze territoriali si evidenziano maggiormente nell’ambito di diritti costituzionalmente garantiti quali la salute, l’istruzione e l’assistenza. Anche in altri settori i servizi erogati – si pensi al trasporto pubblico locale – hanno differenze insostenibili.
QUANDO IL SUD COMPARE IN COSTITUZIONE
La Costituzione Italiana incluse il Sud nel suo articolato, epilogo di un periodo lungo e travagliato della storia politica e sociale dell’Italia. Anche senza approfondire attentamente dette cause, si può comprendere come in base ad una prevalente volontà politica dell’epoca si sia potuto pervenire alla formulazione di un testo costituzionale che risulta per alcuni aspetti rispondente a principi di mediazione e conciliazione dei vari interessi politici, religiosi, geografici, culturali e sociali in gioco. Era un punto di partenza, forse il solo possibile in quella fase storica, che avrebbe dovuto coerentemente seguire con le necessarie correzioni e modifiche il cambiamento economico e sociale degli anni successivi. In sostanza, quella opzione riformista che è mancata, nei decenni successivi, al nostro Paese. È dovere della politica indicare soluzioni possibili, è dovere dei riformisti costruire un modello di giustizia sociale. È un dovere ancora più forte per quella classe dirigente che si è formata negli anni contraddistinti dalla leadership di Bettino Craxi. I temi della “Grande Riforma”, della necessità cioè di mettere mano all’assetto costituzionale sono sempre più attuali. Una sfida lanciata oltre trenta anni fa e che la politica non ha saputo concretizzare. Tocca recuperare questi ritardi, tocca costruire futuro.
LE DISEGUAGLIANZE CHE DIVIDONO IL PAESE E LE LORO CAUSE
Il fallimento delle ambizioni dei costituenti e le sue ragioni sono ormai evidenti. Le inchieste giornalistiche si sono concentrate, in maniera particolare, sul tema della sanità. Nel Meridione si vive meno rispetto al Settentrione. Una recente indagine del giornalista economico Marco Esposito ha fornito numeri interessanti. Partendo dai dati dell’Osservatorio Nazionale della Salute nelle Regioni Italiane, con un focus dedicato alle disuguaglianze di salute, ha delineato un quadro allarmante. Secondo i dati, in Trentino Alto Adige si vive in media fino a tre anni in più che in Campania. E in generale si vive più a lungo a seconda del luogo di residenza o del livello d’istruzione. In Campania, secondo il report, nel 2017 gli uomini vivono infatti mediamente 78,9 anni e le donne 83,3; nella provincia autonoma di Trento, invece, vivono 81,6 anni gli uomini e 86,3 anni le donne. In generale, la maggiore sopravvivenza si registra nel Nord-Est, dove la speranza di vita per gli uomini è di 81,2 anni e quella per le donne di 85,6; decisamente inferiore nel Mezzogiorno, dove si attesta a 79,8 anni per gli uomini e 84,1 per le donne. Dati confermati di recente anche dall’ISTAT. Ci sono meno prestazioni? Vero. Sicuramente ci sono minori trasferimenti. Con meno risorse ci saranno sempre meno e peggiori prestazioni; non può bastare l’abnegazione del personale sanitario. In sanità il riparto del Fondo nazionale tra le regioni avviene dando un peso maggiore all’anzianità, penalizzando i territori che presentavano maggiore natalità e popolazione più giovane, condizioni di disagio sociale più marcate, minore aspettativa di vita, vale a dire l’intero Mezzogiorno. Il meccanismo distorto, che smonta il luogo comune del Mezzogiorno spendaccione, vale anche nel settore universitario, la principale fucina di imprenditori, professionisti, lavoratori maggiormente qualificati. Il costo standard per studente, parametro di riferimento per ripartire le risorse pubbliche tra gli atenei, è calcolato sui soli studenti in corso o sulle migliori condizioni socio-economiche delle varie realtà territoriali e dei servizi erogati. Ancora una volta più risorse a chi è più ricco. Attenti osservatori si sono concentrati su diversi altri comparti. Il fabbisogno di servizi comunali di istruzione è calcolato sulla base della spesa storica (più alta al Nord) e non su livelli di prestazioni sociali omogenei sul territorio. Tra i parametri per finanziare le strade provinciali e metropolitane c’è il numero di occupati sul territorio, il quale è ovviamente più alto nelle zone di maggiore occupazione. Per i trasporti il fabbisogno comunale è misurato solo con riferimento ai Comuni che avevano il servizio nel 2013. Sugli asili nido le determinazioni più penalizzanti. Si premiano e finanziano le strutture esistenti, numerose nel Nord del Paese, e non le aree che ne hanno più bisogno. Anche in questo caso non valgono i fabbisogni reali ma i servizi già garantiti. Infine i più recenti dati (2018) sul tasso di occupazione registrano una percentuale del 66,3 per cento al Nord e il 43,7 per cento al Sud Italia: un divario di oltre 20 punti. In sintesi si è data vita ad uno pseudo-federelismo: un federalismo che dà a chi già ha e penalizza chi, per ragioni storiche e strutturali, è più indietro. Una logica perversa che non riconosce e premia le buone pratiche, le performance, ma lo status quo. Essa che ha le sue cause principali nella frammentazione territoriale; nel livellamento indiscriminato degli ordinamenti delle regioni, operato senza tenere conto degli squilibri tra le diverse aree del Paese e delle loro specificità; nello stravolgimento dell’intero sistema regionale, caricato di competenze eccessive e improprie, che lo hanno reso incapace di assolvere alle funzioni originarie, immaginate dai costituenti. È necessario un differente assetto dell’autonomia regionale nelle diverse aree del Paese, un assetto in grado di assicurare Regioni di dimensioni adeguate alle esigenze territoriali di aree omogenee, maggiori competenze e responsabilità alle funzioni di governo, garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni e di assistenza come vuole la Costituzione. Serve una perequazione, non solo infrastrutturale, che sappia leggere in forma moderna le reali esigenze di tutela dei diritti costituzionalmente garantiti omogeneamente su tutto il territorio nazionale ed i fattori che assicurano competitività e crescita. Occorre, dunque, rovesciare la prospettiva attraverso un regionalismo a geometria variabile, in grado, da un lato, di rispondere alle esigenze del Sud, dove si assiste ad una evidente assenza dei poteri centrali, e, dall’altro, di rispondere alla legittima ambizione del Nord, ove esistono esempi di amministrazioni regionali e locali efficienti. Su tutti, si prenda ad esempio i modelli di organizzazione della sanità di Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Toscana che si pongono su un piano di eccellenza, anche in forza dei maggiori finanziamenti dei quali dispongono e del pregresso storico. Per quanto riguarda il Sud, invece, le recenti relazioni Istat e del Ministero dell’Economia sui Lea, confermano il marcato e persistente “divario territoriale” economico e sociale che caratterizza il nostro Paese evidenziando un crescente deficit nelle Regioni meridionali di carattere infrastrutturale e nella erogazione dei livelli essenziali e di assistenza. La frammentazione del territori in venti piccoli Stati ha aumentato divario e differenze. Nelle parti più sviluppate del Paese, questa contraddizione determina costi aggiuntivi in regime di sostanziale statica efficienza. Nel Mezzogiorno si traduce nella spinta più forte alla sua emarginazione. Da allora, infatti, il divario è progressivamente cresciuto e la differenza del reddito pro-capite della popolazione residente. Il rovesciamento di prospettiva riguarda un differente assetto dell’autonomia regionale nelle diverse aree del Paese, in grado di assicurare maggiori competenze alle realtà efficienti, garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni e di assistenza e più perequazione infrastrutturale nelle realtà del Sud, finalizzata a creare realmente condizioni efficaci per la crescita del Mezzogiorno. Serve una maggiore presenza dello Stato nel Sud, che chiami quest’ultimo a intervenire per promuovere lo sviluppo economico, la coesione sociale e la solidarietà nazionale, che va ripensata. Più Stato per rimuovere gli squilibri economici e sociali, per favorire l’effettivo esercizio dei diritti della persona e per garantire la sicurezza pubblica, la tutela dell’unità giuridica e dell’unità economica del Paese e in particolare la tutela dei livelli essenziali delle prestazioni, prescindendo dai confini territoriali dei governi locali, come espressamente prescrivono gli articoli 118, primo comma, 119, quinto comma, e 120, secondo comma, della Costituzione. Solo in questo modo, del resto, sarà possibile raggiungere l’equa distribuzione delle risorse tra i territori del Paese, fondata su comportamenti virtuosi delle Regioni e del sistema degli Enti locali, poiché il virtuosismo non può essere valutato sulla base di rendite di posizione, ma deve misurarsi su competitività e merito, considerando il punto di partenza di ciascuna Regione e assicurando a ciascuna realtà territoriale pari opportunità.
LA CRISI DEL SISTEMA NEGLI ULTIMI ANNI
Al momento, ogni progetto di riforma segna un vuoto rilevante sul tema della riorganizzazione territoriale, per quanto riguarda il sistema regionale. Sul punto sarebbe necessario uno sforzo più intenso, visto che, dal 2012, il regionalismo italiano sta vivendo la crisi più acuta della sua storia. Eppure i segnali di questa crisi sono sotto gli occhi di tutti. Delle tredici Regioni nelle quali si sono svolte le elezioni nel 2010, ben sei hanno terminato con notevole anticipo la legislatura, di solito in concomitanza con eventi patologici. Tali vicende hanno coinciso con l’adozione del decreto legge 174 del 2012, che, come è noto, sull’onda della vicenda dei rimborsi ai gruppi consiliari della Regione Lazio, della crisi politica conseguita alla caduta del Governo nazionale nel 2011 e dei vincoli di bilancio imposti al Paese dall’Unione europea, ha fortemente limitato l’autonomia regionale, comprimendone non solo quella finanziaria, ma anche quella statutaria e organizzativa. Tale decreto ha subordinato l’80 per cento dei trasferimenti erariali diversi da quelli destinati al finanziamento del Servizio sanitario nazionale, delle politiche sociali e per le non autosufficienze e al trasporto pubblico locale, all’adozione di misure per la riduzione dei costi della politica, tra le quali quelle inerenti alla limitazione del numero dei Consiglieri regionali e degli Assessori, e rafforzando il controllo della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria degli enti. Una crisi in cui gli eventi avvenuti in quegli anni costituiscono la manifestazione più virulenta e terminale, ma le cui cause sono risalenti nel tempo e mettono in discussione l’impostazione complessiva del sistema regionale avviata con il decentramento del 1997 e culminata nella riforma del Titolo V della Costituzione, ha prodotto un eccessivo incremento di competenze che hanno spesso costituito duplicazioni di quelle trasferite dallo Stato, l’appesantimento degli apparati burocratici delle Regioni, dei rispettivi enti strumentali e delle società partecipate e, in ultima analisi, un consistente aumento della spesa pubblica. Ma anche il settore nel quale le Regioni hanno da sempre, poco dopo la loro istituzione, esercitato le più rilevanti competenze gestionali “piene”, vale a dire quello della sanità, ha fatto registrare negli ultimi anni dati allarmanti sulla tenuta dei conti pubblici: dieci Regioni (i.e. la metà degli enti territoriali) sono state sottoposte a piani di rientro dal debito sanitario e, tra di esse, ben cinque sono state assoggettate a commissariamento. Solo la maggiore capacità di entrate fiscali ha evitato ad alcuni enti territoriali un percorso analogo, consentendo di ripianare il debito mediante il ricorso all’avanzo delle entrate ordinarie. D’altra parte le misure legislative adottate per ovviare a tali provvedimenti non hanno sinora invertito la crescente sfiducia che tali fenomeni hanno inevitabilmente prodotto nell’opinione pubblica: ne è prova evidente la scarsa partecipazione degli elettori alle urne in occasione delle elezioni regionali del 23 novembre 2014 in Calabria ed Emilia Romagna, che ha fatto registrare una media del 39,96 per cento, che, se comparata alla media nazionale del 58,69 per cento, rilevata in occasione delle elezioni del 25 maggio dello stesso anno (nelle quali la maggiore affluenza alle elezioni regionali di Piemonte e Abruzzo è avvenuta soltanto grazie all’effetto traino delle coeve elezioni europee e nazionali), mostra chiaramente come la causa dell’assenteismo elettorale nel corso della predetta consultazione abbia connotati propri e facilmente attribuibili alla cattiva reputazione del sistema regionale. Situazione, peraltro, ormai destinata ad un inevitabile aggravamento, in forza dei tagli subiti dai trasferimenti erariali alle Regioni negli ultimi dieci anni, che ormai compromettono seriamente l’erogazione dei servizi pubblici. La scarsa affezione degli elettori per il sistema regionale è stato del resto confermato nelle elezioni regionali del 2015, ove si è avuto un calo complessivo di affluenza alle urne del 10 per cento, in media, rispetto alle elezioni del 2010; analogamente, nelle recenti elezioni per il rinnovo del Consiglio regionale del Molise i votanti sono scesi del 9 per cento rispetto al passato.
PERCHE’ SONO FALLITI I PRECEDENTI TENTATIVI DI RIFORMA
Se il sostanziale fallimento del sistema regionale attuale sia dovuto soltanto ad errori di ingegneria istituzionale o di attuazione della stessa, piuttosto che alla più complessiva debolezza dell’ordinamento amministrativo e finanziario nazionale, alla incapacità gestionale degli stessi enti, o alla compartecipazione di tutte queste cause, è certamente questione da approfondire. Essa, tuttavia, non costituisce, al momento, né la questione principale della riorganizzazione dell’assetto territoriale della Repubblica, né quella maggiormente attuale, se non altro perché le recenti scelte del legislatore conducono già verso un’impostazione del sistema regionale radicalmente diversa da quella adottata nell’ultimo ventennio. Scelta che, nella declinazione contenuta anche nell’ultimo disegno di legge costituzionale approvato dal Parlamento (poi bocciato dagli elettori), si era tradotta, sì, nel recupero della concezione della regione come ente di programmazione e pianificazione, ma era poi disegnata in modo incompleto e poco coerente con l’obiettivo perseguito e, più complessivamente, con l’intero impianto della riforma dell’organizzazione territoriale della Repubblica. Da un lato, infatti, la modifica del testo dell’articolo 117 della Costituzione, così come proposto nella passata legislatura, nel ridefinire le competenze legislative statali e regionali, pur qualificando queste ultime in termini essenzialmente pianificatori e programmatori in diverse materie, attribuiva alla competenza esclusiva del legislatore regionale l’organizzazione dei servizi sanitari e sociali, dei servizi alle imprese in ambito regionale e del turismo regionale, lasciando così in vita la facoltà, se non l’obbligo, degli enti territoriali di continuare ad esercitare anche funzioni gestionali in tali ambiti. Dall’altro non prendeva minimamente in considerazione le funzioni attualmente svolte dalle Regioni in materia di coesione territoriale e di programmazione dei fondi europei. Funzioni che certamente possono trovare nella istituzione dell’Agenzia per la Coesione Territoriale un importante strumento di coordinamento strategico, sistematico e di supporto alle amministrazioni regionali per la gestione dei fondi per gli investimenti, ma che non possono essere completamente dimenticate, né con riguardo alla caratterizzazione territoriale dell’attuale impostazione della gestione dei fondi europei scaturente dai Regolamenti UE che disciplinano la materia, né con riguardo alla coessenzialità di tali funzioni a quelle di programmazione e pianificazione proprie dell’ente territoriale, anche nella rinnovata impostazione alla quale è improntata la riforma. Il tema della riorganizzazione territoriale, che ha costituito finora l’elemento centrale delle scelte di riforma perseguite dalla legislazione degli ultimi anni e dallo stesso disegno di legge costituzionale, è oggi completamente assente con riguardo al sistema regionale. Affrontare il tema della abolizione delle province e della costituzione delle Città Metropolitane, o limitarsi a rivedere quest’ultimo, per riparare (come pure è necessario) i guasti la Legge Del Rio, lasciando contempora-neamente, intatti gli attuali confini territoriali delle Regioni, senza prevedere almeno la possibilità concreta e, dunque, basata su strumenti e procedure semplificati, di una loro ridefinizione, significa lasciare il processo di riorganizzazione territoriale in atto incompiuto e claudicante. Evitando così di intervenire proprio sul malato più grave.
L’IDEA DELLA MACROREGIONE. LE RAGIONI DI UNA SCELTA RIFORMATRICE
All’evidenza della gravità della crisi dell’attuale sistema regionale corrisponde, dunque, in modo altrettanto evidente, la necessità di un accorpamento degli attuali enti territoriali in macroregioni dalle caratteristiche omogenee. Le ragioni di una coraggiosa scelta riformatrice in tal senso sono molteplici. Prima fra tutte, ovviamente, la maggiore efficienza ed economicità della programmazione e della coesione territoriale, anche con riferimento all’erogazione dei livelli essenziali delle prestazioni nei servizi pubblici, beninteso non gestiti dalle Regioni. Una volta che la natura di queste ultime sia stata riportata all’originaria impostazione dell’Assemblea costituente, pare evidente che una seria attività di pianificazione di aree omogenee consentirebbe di conseguire economie di scala e scelte razionali e coerenti in tutti i settori di competenza dell’ente: dalla programmazione economica territoriale, alla sanità, alla gestione dei fondi aggiuntivi (in conformità con la già rilevata tripartizione delle aree del Paese), alla pianificazione delle infrastrutture logistiche, in coerenza con le iniziative di accorpamento e razionalizzazione già perseguite dal governo nazionale, e così via. Insomma la previsione di Regioni più grandi delle attuali risponde ad evidenti esigenze di maggiore efficienza ed economicità della gestione della programmazione territoriale, nonché della coesione territoriale e dei livelli essenziali delle prestazioni. In secondo luogo c’è la necessità di far fronte agli squilibri territoriali determinati dalla istituzione delle Città Metropolitane. Le caratteristiche peculiari delle Città Metropolitane italiane, rispetto alle esperienze di altri Paesi, sono quelle della disomogeneità dimensionale e di popolazione (anche in termini di densità) tra le tre città più grandi (Roma, Milano e Napoli) e le altre Città Metropolitane, nonché il fatto di ricomprendere, nel loro territorio complessivo, appena un terzo della popolazione nazionale peraltro con funzioni programmazione e pianificazione molto vicine a quelle delle attuali Regioni. Pare evidente che, anche senza attendere la riforma o la definitiva attuazione della legge 56/2014, la mancanza di un ente di area vasta finalizzato al riequilibrio territoriale, che abbia anche la capacità di compensare le funzioni svolte dalle prime anche per la restante fetta di popolazione (maggioritaria) esclusa dal loro territorio, sia suscettibile di accentuare le asimmetrie e gli squilibri che ne seguirebbero in termini di attrazione delle risorse, pianificazione dei servizi pubblici, governo del territorio. E che, a fronte di un numero molteplice di Città Metropolitane prossime tra loro (situazione che si verifica in tutte le aree del Paese interessate dal processo istitutivo dei suddetti enti), la dimensione dell’ente territoriale che le contenga debba accrescersi rispetto a quelle attuali. In un processo di riorganizzazione territoriale volto a valorizzare, da un lato, le funzioni di area vasta, dall’altro a razionalizzare le funzioni di coordinamento dello Stato, le Regioni dovrebbero, finalmente, recuperare pienamente la funzione di enti di programmazione territoriale, originariamente prevista dalla Costituzione, assumendo, nel contempo, dimensioni più coerenti all’esercizio efficace di tale funzione. Deve, inoltre, essere immaginata la possibilità di razionalizzare le competenze legislative in modo convergente, tenendo conto anche delle opposte esigenze delle Regioni, di restituire allo Stato, anche temporaneamente, alcune funzioni, per ragioni di maggiore efficacia del loro esercizio. Peraltro tale possibilità consentirebbe di trasferire verso l’alto anche funzioni amministrative, contribuendo, appunto, a riconfigurare le Regioni come enti di programmazione.
LA RIDUZIONE «VERA» DEI COSTI DELLA POLITICA
Infine, tema non meno rilevante e importante, visto che ha costituito la principale ragione addotta a sostegno della soppressione delle province e invocata per favorire l’accorpamento tra comuni, non va sottovalutata la positiva incidenza che l’istituzione di macroregioni produrrebbe sui costi della politica. Avverrebbe infatti attraverso la riduzione degli apparati governativi e burocratici regionali e la riorganizzazione di questi ultimi, ormai sfibrati dal lungo blocco delle assunzioni e del ricambio generazionale subito dalla pubblica amministrazione per far fronte alla riduzione della spesa pubblica, blocco oggi nei fatti non superabile, in ragione della necessità di riallocare il personale delle province, nell’ambito della riorganizzazione delle loro funzioni in applicazione della legge 56/2014. Infatti, la riorganizzazione dell’assetto territoriale in Italia ha avuto dalla nascita delle Città Metropolitane un nuovo modello di riferimento che ha ulteriormente stratificato il già complesso livello di responsabilità decentrato. Le vecchie Province hanno perso poteri ma di fatto continuano ad esistere.
RIORGANIZZARE LE FUNZIONI, RIORDINARE I POTERI
La questione del riordino territoriale della Repubblica va affrontata nella sua interezza ed in stretto collegamento con il riordino dei poteri e delle funzioni degli Enti Territoriali. Non sono solo le Province e i Comuni che devono essere oggetto di riordino o di induzione all’associazionismo e alla fusione, come è avvenuto e sta avvenendo ancora oggi, ma è l’intero assetto delle autonomie territoriali che va reso sostenibile rispetto agli obiettivi di finanza pubblica ed efficiente rispetto alle esigenze di un’amministrazione responsabile a partire, in primo luogo, appunto dalle Regioni. La rigida definizione di perimetri amministrativi predeterminati per lo svolgimento di funzioni eterogenee finisce, di fatto, inevitabilmente col compromettere l’efficacia dello stesso.
CAMBIARE PER UNIRE
A fronte di queste riflessioni sono assai meno convincenti le alternative o le ragioni contrarie alla prospettiva dell’accorpamento territoriale in macroregioni. La prima obiezione, forse sottaciuta ma certamente presente, anche a livello subliminale, nell’opinione pubblica, specie tra i non addetti ai lavori, consiste nel fatto che, in passato, il termine “Macroregione” è stato associato ad una prospettiva programmatica di rottura dell’unità nazionale. Non sembra, tuttavia, che, nel momento attuale tale prospettiva faccia parte del programma, né della mera comunicazione, di alcuna forza politica. Altra obiezione seria è quella relativa alla asimmetria finanziaria tra i bilanci delle diverse regioni italiane; obiezione che finirebbe col complicare, rendendolo praticamente inattuabile, qualsiasi processo di aggregazione tra enti territoriali. Sennonché, non solo porre oggi il tema dell’aggregazione degli enti territoriali non significa renderla immediatamente operativa, ma semplificare il processo già previsto dall’art. 132 della Costituzione, oggi aggravato dalla necessità della proposta congiunta di un numero di comuni che rappresenti almeno un terzo delle popolazioni delle Regioni interessate, dell’approvazione di una legge costituzionale, confermata da un referendum che raggiunga un quorum pari alla maggioranza delle popolazioni interessate. Operazione praticamente impossibile. E, d’altro canto, il tema della (anche notevole) disomogeneità dei bilanci, non ha costituito un elemento ostativo all’accorpamento dei comuni che compongono le Città Metropolitane, peraltro, provocato dalla semplice approvazione di una legge ordinaria. Dunque il problema non appare poi così determinante. Sul piano politico, peraltro, la principale obiezione alla introduzione delle macroregioni riguarda la difficoltà di compiere il processo “dall’alto”, ridisegnando da subito i confini territoriali dei nuovi enti. Gli ambiti territoriali regionali apparivano già all’epoca dell’Assemblea costituente sottodimensionati quanto a funzionalità economica e autosufficienza finanziaria (si veda più volte citata mozione di Costantino Mortati) rispetto alle modeste funzioni che la Costituzione del 1947 assegnava alle Regioni. La legge cost. n. 1/2003 ha solo di molto aggravato, ma non creato, il problema. Le numerose proposte di riforma non hanno mai formulato efficaci modifiche in grado di risolvere la questione dell’adeguatezza delle Regioni rispetto alle funzioni assegnate. Da più di vent’anni si discute della dimensione macro-regionale suggerita in primis da Gianfranco Miglio e di quella meso-regionale suggerita invece dalla Fondazione Giovanni Agnelli. Non esistono infatti soluzioni buone “a prescindere” ma non vi è dubbio che qualsiasi proposta che dall’alto ridetermini i perimetri amministrativi degli Enti rischia di apparire discrezionale o quantomeno incompleta.
RIDISEGNARE LE REGIONI DAL BASSO
Più opportuno sarà, dunque, garantire una fase di sperimentazione dal basso con forme aggregative da stimolare e incoraggiare. Del resto, se si volesse ridisegnare da subito la cartina geografica, con un tratto di penna, come peraltro avvenne in sede costituente (quando però le Regioni non esistevano), le discussioni assumerebbero tempi biblici e non si verrebbe facilmente a capo del problema. E neppure sarebbe immaginabile un processo di aggregazione forzata accettato supinamente dagli abitanti delle singole Regioni. Diverso sarebbe, invece, semplificare con una norma transitoria, dunque, ad esempio in sede di prima applicazione, il processo previsto dall’art. 132 della Costituzione, pur lasciando intatte le disposizioni a regime di quest’ultimo (tranne quella che stabilisce il numero minimo di abitanti), prevedendo che lo stesso avvenga comunque dal basso, su iniziativa dei consigli delle Regioni interessate, o del Governo qualora ciò non si verifichi in tempi ragionevoli, con semplice legge bicamerale, sottoposta a referendum confermativo con il quorum della sola maggioranza dei votanti, anziché degli aventi diritto. E, nel contempo, abrogando l’art. 131 della Costituzione, che, così com’è, non ha più alcuna finalità, essendo le Regioni in esso contemplate, già costituite, vive e vegete e dotate di statuti vigenti. Si introdurrebbe così la semplice e concreta possibilità di di accorpamento, da compiere nei tempi e con le forme più opportuni ed adeguati al clima politico. Inoltre, si potrebbe intervenire in revisione con la modifica dell’art. 132 della Costituzione, elevando, ad esempio, a 6 o 10 milioni di abitanti il limite minimo di popolazione che ciascuna “macroregione” deve possedere; semplificando il processo di aggregazione dal basso delle Regioni, prevedendo che lo stesso avvenga con legge ordinaria previa intesa promossa dai soli consigli regionali interessati e introducendo un limite temporale entro il quale l’intesa debba avvenire, decorso inutilmente il quale si potrebbe provvedere anche con legge bicamerale approvata dalle Camere. Infine, si potrebbe procedere alla contestuale abrogazione dell’articolo 131 della Costituzione, contenente l’elenco delle attuali Regioni. Il testo attuale della Costituzione prevede all’art. 117 ottavo comma intese tra Regioni, da ratificare con legge regionale, “per il migliore esercizio delle proprie funzioni, anche con individuazione di organi comuni”. Si tratta, allo stato, di una prospettiva eventuale e appena abbozzata. Ma, per le ragioni già indicate, un processo di riforma richiederebbe un’iniziativa di aggregazione più decisa e coerente esaltando il contenuto riformista di questo dispositivo, che se diligentemente e concretamente applicato, avrebbe conseguenze “rivoluzionarie “, il tutto a Costituzione vigente. Il meccanismo delle intese ex art. 117 Cost., anche se più funzionale all’esercizio comune di competenze amministrative di gestione, che di compiti di programmazione e pianificazione, i quali spesso coinvolgono comunque l’esercizio della funzione legislativa, o, quando si tratta di funzioni di programmazione dei fondi di coesione, richiedono complicate operazioni di partenariato e difficoltà di governance, può, dunque, costituire già a Costituzione vigente un importante strumento di riforma nella prospettiva che abbiamo delineato.
SUPERARE I RIGIDI PERIMETRI AMMINISTRATIVI
Lo stato di perdurante evoluzione del quadro normativo impone più che ad analizzarne la consistenza e il contenuto, alcune riflessioni circa i possibili approdi del processo di riorganizzazione territoriale. Il limite che appare evidente nell’individuazione dei soggetti territoriali e delle loro funzioni è legato ad un eccesso di rigidità sulla determinazione dei poteri connessi ai limiti amministrativi delle istituzioni e degli enti delegati in materia. Non si è fatto nessuno sforzo per ricercare nelle moderne funzioni il limite sul quale determinare poteri e responsabilità. Si è invece scelta, in ogni intervento immaginato negli anni, la strada più semplice, ma meno efficace, ossia quella di costruire i cambiamenti sui vecchi perimetri amministrativi. Così le Città Metropolitane sono nate di fatto sui confini delle vecchie Province. Cambiare per non cambiare! L’esperienza dimostra che non esiste una dimensione organizzativa ottimale astratta e predeterminata delle funzioni territoriali. Gli studi che si avventurano nella ricerca di tale dimensione, di solito pervengono a conclusioni di carattere generale, controverse e fortemente legate al momento storico o alle condizioni economiche di contesto. Ad esempio, in riferimento alle Città Metropolitane è interessante constatare che, se, da un lato, è ormai acclarata la tendenza della maggioranza degli abitanti a vivere in grandi città, le dimensioni di queste ultime sono estremamente relative. La logica dei rigidi perimetri amministrativi, che va superata, ha inciso anche nella costruzione delle Regioni. La stessa articolazione di questi Enti, pur essendo quella storico-geografica fatta propria dai geografi risorgimentali, Cesare Correnti e Maestri, e dalle partizioni statistiche all’indomani della riunificazione nazionale e della ri-annessione dei territori di Trieste e Trento alla fine della 1^ guerra mondiale, non è priva di artificialità. Si pensi in primo luogo alla nascita del Molise come regione autonoma, in precedenza sub-regione con l’Abruzzo, creata nel 1963, senza il rispetto delle condizioni richieste dall’art. 132 della Costituzione, con meno di un milione di abitanti, senza l’iniziativa dei comuni e senza un referendum delle popolazioni interessate. Ma anche all’artificiale ritaglio dei confini del Lazio rispetto alla regione storica, compiuto ai danni di Abruzzo, Campania e Umbria durante gli anni del fascismo, o alle tante questioni di confine che si potrebbero sollevare tra regioni che sono state disegnate sulla base, congiunturale, delle preesistenti delimitazioni delle circoscrizioni territoriali delle province sommate tra loro per ragione di facile consenso politico.
LA VIA DEL REFERENDUME PER MODERNIZZARE
Per stimolare la discussione su un moderno federalismo/regionalismo e per arrivare a nuove determinazioni nell’assetto amministrativo, evitando gli errori del passato, è necessario il pieno coinvolgimento dei cittadini del Sud attraverso un referendum consultivo sugli articoli 116 e 117 della Costituzione. “La premessa essenziale – lo ricorda anche Svimez – per un rinnovato impegno pubblico per lo sviluppo del Mezzogiorno, passa tuttavia per la riqualificazione, l’ammodernamento e la razionalizzazione delle istituzioni preposte all’amministrazione dello sviluppo e della coesione”. La via del referendum è coerente con la cultura riformista. È un processo che processo che parte dai cittadini, dalle associazioni e che ha l’obiettivo di coinvolgere e sollecitare i partiti, per discutere di cose concrete e di futuro, per avviare una necessaria modernizzazione del sistema Paese e per allinearsi alle buone esperienze, che non vanno demonizzate, immaginate in Veneto e Lombardia. Le Regioni, come immaginate dalla Costituente e realizzate dopo il 1970, non rispondono più alle esigenze di un Paese moderno perché disegnate su perimetri amministrativi troppo rigidi e negli anni sempre più appesantite da una deriva gestionale. L’iniziativa referendaria è, quindi, finalizzata – obiettivo condiviso dei promotori – ad avviare un processo diretto a realizzare un federalismo della responsabilità, basato sulla reale situazione del Paese, nella quale il divario tra il Nord e il Sud, non solo non si è attenuato, ma ha raggiunto ormai livelli che non esistono più in nessun Paese europeo, come documenta l’Ocse, e, conseguentemente, l’intervento dello Stato risulta inadeguato, per ragioni opposte, in entrambe le aree. Uno Stato centrale invasivo al Nord e assente al Sud. Questo genera un assetto insostenibile: lo Stato rallenta il Nord e abbandona il Sud.
IL REGIONALISMO DIFFERENZIATO, CHIAVE DI VOLTA DELLA PEREQUAZIONE E DEL RIEQUILIBRIO TERRITORIALE
La proposta referendaria – messa in campo – è finalizzata ad ampliare la partecipazione democratica alle scelte politico/istituzionali strategiche e dall’altra contribuire a far crescere nei cittadini la consapevolezza su una grande battaglia di emancipazione e progresso delle aree più deboli del Paese, fondamentale per la crescita civile ed economica della nazione. Infatti il processo di maggiore autonomia dei territori è positivo e consente di aumentare la responsabilità delle comunità locali nella gestione della cosa pubblica, purché si rispetti l’armonia e l’equilibrio tra i valori costituzionali. La facoltà di chiedere autonomia su specifiche materie prevista dalla revisione costituzionale del 2001 deve realizzarsi, perciò, in modo equilibrato attuando tutte le parti previste da quella riforma e in particolare se sono definiti in primis i fabbisogni standard nazionali e poi i livelli essenziali delle prestazioni e attivato il Fondo di perequazione. In particolare nella proposta di legge delega del Veneto, in tema di risorse, si prevede che a partire dal secondo anno dal conseguimento dell’autonomia, per ciascuna delle materie devolute si calcoli un fabbisogno standard commisurato sia alla popolazione e alle specificità del territorio, sia al gettito dei tributi locali in rapporto ai valori nazionali, sebbene quest’ultimo sia un indicatore di reddito e non di bisogno. In assenza dei livelli essenziali delle prestazioni, infatti, è impossibile determinare con correttezza i fabbisogni standard prima nazionali e poi dei territori e senza il Fondo di perequazione è impossibile garantire il finanziamento integrale delle funzioni pubbliche a ciascuno attribuite. L’assenza del fondo perequativo e l’inadeguatezza del sistema di finanziamento, di fatto, rendono la via del regionalismo differenziato impraticabile per le Regioni del Mezzogiorno. Nel carente quadro normativo, il processo > 27 di attuazione dei fabbisogni standard, nazionali prima che regionali, che si è realizzato a partire dal 2015, mostra evidenti anomalie quali l’assegnazione, per esempio, di un fabbisogno zero dove il servizio non è erogato, quindi l’assegnazione di un fabbisogno ridotto nei Comuni che si trovano in territori poveri di servizi insufficientemente compensato da un “target perequativo” del 50 per cento molto lontano da quello integrale previsto in Costituzione. Infine è di assoluta evidenza la circostanza che in assenza della perequazione delle risorse prevista dalla Costituzione, le Regioni meno sviluppate, specie al Meridione, non possano mai sfruttare le potenzialità autonomistiche consentite dall’art. 116, comma 3, Costituzione: nessuna condizione ulteriore d’autonomia può essere acquisita, senza le risorse necessarie Gli elettori saranno, inoltre, chiamati a condividere la proposta con la quale il regionalismo differenziato potrà completarsi anche in chiave istituzionale, a Costituzione vigente, attraverso la creazione di Macroregioni, ove affrontare in modo unitario e adeguato i compiti di programmazione e pianificazione delle differenti realtà territoriali che compongono il Paese, mediante l’avvio con le altre Regioni del Mezzogiorno continentale di tutte le intese necessarie per l’esercizio unitario, anche attraverso l’istituzione di organi comuni, delle funzioni di propria competenza, ai sensi dell’attuale art. 117, comma 8, della Costituzione. Tale norma crea, infatti, i presupposti concreti per l’attuazione del meccanismo di costituzione delle Macroregioni, previsto dall’articolo 132 della Costituzione, conferendo da subito maggiore coesione territoriale e organizzativa alle realtà territoriali che dovranno convergere in queste ultime.



