Il nuovo pensiero Sturziano

Il nuovo pensiero Sturziano

«A tutti gli uomini liberi e forti, che in questa grave ora sentono alto il dovere di cooperare ai fini superiori della Patria, senza pregiudizi né preconcetti, facciamo appello perché uniti insieme propugnano nella loro interezza gli ideali di giustizia e libertà. E mentre i rappresentanti delle Nazioni vincitrici si riuniscono per preparare le basi di una pace giusta e durevole, i partiti politici di ogni paese debbono contribuire a rafforzare quelle tendenze e quei principi che varranno ad allontanare ogni pericolo di nuove guerre, a dare un assetto stabile alle Nazioni, ad attuare gli ideali di giustizia sociale e migliorare le condizioni generali, del lavoro, a sviluppare le energie spirituali e materiali…».

Era il 18 gennaio 1919, quando, a Roma, dall’albergo Santa Chiara, la Commissione provvisoria del Partito Popolare Italiano (con il segretario politico don Luigi Sturzo ne facevano parte Giovanni Bertini, Giovanni Bertone, Umberto Merlin, Angelo Mauri, Stefano Cavazzoni, Giulio Rodinò, Carlo Santucci, Giovanni Grosoli, Giovanni Longinotti), diffondeva il suo celebre appello ai «liberi e forti», rivolto a «uomini moralmente liberi e socialmente evoluti» pronti a sostenere un progetto per l’Italia del primo dopoguerra. Un programma concreto affidato a un partito che nasceva quel giorno dopo tante riunioni tenute in precedenza e presiedute da Sturzo, al contempo conferenziere convincente dalla sua Caltagirone sino a Milano.

Perché, mi chiedo, questo appello, riveduto e corretto solo nella parte “alle donne e uomini liberi e forti” che intendono impegnarsi per riaffermare quei valori; Mancavano solo le donne che oggi devono essere in prima linea.

Cadute le resistenze vaticane iniziali, si offriva finalmente ai cattolici italiani la possibilità di lasciarsi alle spalle il lungo periodo del “non expedit” – superato solo in parte nel 1912 dal patto dei cattolici di Vincenzo Gentiloni con i liberali di Giolitti – e di fare politica in modo diretto dentro lo stesso partito pur con diverse sensibilità.

Un partito interclassista, rivolto a tutte le componenti sociali, a condividere le attese di agricoltori, artigiani, ferrovieri, tessili, insegnanti, impiegati. «Partito cattolico, dunque che diventa partito di ceti medi e di mondo rurale declassato, partito pazientemente raccolto nell’ambito di un movimento di riqualificazione democratica e popolare delle classi cosiddette subalterne», detto con il compianto Gabriele De Rosa.

E tuttavia, senza la parola “cattolico” nel suo nome. «I due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione.

E qui il genio del sacerdote di Caltagirone sta nell’aver saputo trovare, anche se per un tempo breve, prima dell’irruzione di Mussolini e del ritorno delle ingerenze delle gerarchie ecclesiastiche, quel difficile, ma necessario equilibrio, tra la fedeltà ai principi cristiani e l’autonomia del partito rispetto ai vertici della Chiesa, nonché fra gruppi di cattolici dalle posizioni assai diverse, lasciando che alle origini, nel suo PPI trovassero spazio differenti sensibilità: dai clerico-moderati ai conservatori, dai democratici cristiani murriani ai sindacalisti bianchi, fino ai militanti della sinistra popolare. Tutti chiamati a dar concretezza al motto scelto per il simbolo dello scudo crociato: “ libertas”, con la sua cifra semantica ampia anche nel vocabolario sturziano.

Oggi, ricordare quel giorno e quei punti fermi nella nascita del PPI può esser utile.

Qui dissento da coloro i quali affermano che non ci sono elementi di attualità contingente.

Piuttosto, quel testo potente e davvero aperto, al di là delle appartenenze confessionali continua a «rappresentare una fonte di ispirazione per le modalità con cui si approcciano i problemi nuovi e quelli che nel tempo si sono modificati ma non sono stati risolti come la questione meridionale o la parità di genere, che, pur in forme diverse da quelle del 1919, continuiamo a trovare sulla nostra agenda politica».

Cosa si deve aggiungere a tutto questo?

Solo la partecipazione del “popolo sovrano” e il controllo diretto del fare politico e amministrativo dei delegati del popolo con l’aggiunta del “vincolo di mandato” per evitare la transumanza.

Quindi modificare la Costituzione nei punti fondamentali:

Togliere i “limiti” alla sovranità popolare Art. 1 comma 2;

Abolire nella quota di democrazia diretta “referendum” la raccolta di firme, il parere di costituzionalità e il “quorum” che snatura la valenza della sovranità popolare;

Mettere il “quorum” del 50% + 1 in qualsiasi tipo di consultazione elettorale per la dichiarazione di validità;

Inserire le “candidature dirette di cittadini” con le primarie dirette nei collegi; questi cittadini se eletti si raggrupperanno nelle camere nella consulta dei cittadini come gruppo politico;

Inserire gli strumenti di democrazia diretta; Di controllo, verifica e proposizione da parte dei cittadini sovrani costituiti nei Comuni in “comitati referendari” che collaborano direttamente con le amministrazioni.

Una via di mezzo con il federalismo svizzero per poter mantenere l’Italia una e indivisibile, ma volendo in futuro dopo che il sistema si sarà rodato si potrebbe pensare al patto federale e trasformare questa Italia nella seconda Svizzera d’Europa.

Ma voi italiani che disertate le urne, magari andate in piazza a strillare, dovete decidere cosa volete fare da grandi! Partecipare o restare a guardare? Naturalmente sappiate che se scegliete la seconda ipotesi non vi sarà più concesso; Ovvero non avete il diritto di andare in una qualunque piazza e dire “questo non mi piace” per un semplice motivo; Perché sarete complici di quelle cose e non subite alcun sopruso perché avete accettato di sopportarlo.

www.listacivicapopolare.org

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Ruggiero Riefolo

Ruggiero Riefolo

1946 nasce la Repubblica italiana. Con una bella Costituzione che all’Art. 1 recita “La sovranità appartiene al popolo.”. Ma la sovranità dei cittadini é limitata dalla stessa Costituzione solo per esprimere un voto e dare una delega in bianco. In Svizzera “Nazione Confederata” i cittadini hanno la vera sovranità, in una Democrazia diretta, dove tutto, dalle Leggi alle spese amministrative, è sottoposto con lo strumento del Referendum Deliberativo all’accettazione da parte dei cittadini. Questa é l’unica e reale questione che mette in evidenza la sovranità di un popolo che attraverso quello strumento controlla il Governo della Nazione in tutti i suoi livelli.