L’ISOLA E GORBACIOV. ISCHIA HA BISOGNO DI GLASNOST
I lettori che abbiano meno di 50 anni faranno fatica a comprendere l’analogia che intendo fare tra l’Unione Sovietica del 1985 e l’isola d’Ischia di oggi. Ma questo dimostra come i programmi di studio scolastico della Storia (di nuovo separata dalla Geografia nella riforma Valditara) sbaglino a partire dalle più antiche civiltà per arrivare, col fiato corto, alla storia a noi più vicina. Ha ragione, a mio avviso, il prof. Andrea Giardina, storico dell’età romana, che – in un’intervista a Repubblica – sostiene che «sarebbe meglio incominciare, alle scuole medie, con lo studio della storia contemporanea; partirei dal presente, al massimo risalirei alla generazione dei nonni. Un ragazzo che pesa 40 chili non può sollevare una tonnellata… Lo sanno bene i neuroscienziati e gli psicologi dell’apprendimento che solo verso i 16 anni, si comincia a raggiungere una sufficiente capacità di percepire la profondità del tempo».

Ma tant’è, si studia il passato remoto e non si conosce ciò che nel mondo (anche con trasformazioni importantissime) è accaduto 40 anni fa. Nel 1985, seguitemi ragazzi e giovani, l’ultimo Presidente dell’Unione Sovietica, Mikhail Gorbaciov (altra stoffa rispetto a Putin) tentò di riformare il regime comunista nell’economia e nell’organizzazione statale, segnando un primo passo verso un processo di democratizzazione. Tentativo che fallì per resistenze interne che, a lungo andare, ci hanno portato alla follia della Grande Russia di stampo zarista sognata da Putin.
Che cosa ci è rimasto di quel tentativo di Gorbaciov, che illuse il mondo di una lunga pacificazione mondiale su basi di libertà e democrazia? Ci sono rimaste due parole, pregne di significato e scolpite sulla pietra: “glasnost” e “perestroika” ovvero trasparenza e ristrutturazione.
“Trasparenza” significava non nascondere nulla della pubblica gestione, rendere conto di tutto alla popolazione, scavare ogni archivio recondito e renderlo manifesto, non avere scheletri nell’armadio. Confrontarsi. E “Ricostruzione” voleva dire attuare riforme sociali ed economiche per liberare il sistema da eccessi di dirigismo, verso forme di capitalismo guidato e contemperato dalla distribuzione della ricchezza.
Ora, eccoci all’analogia con l’isola d’Ischia: la totale mancanza di trasparenza degli atti, che va combattuta; l’assenza totale di confronto con le espressioni più significative delle attività socio-economiche e culturali; la rinuncia a qualsiasi ipotesi di amministrazione condivisa, dove possano entrare in gioco e co-gestire, con l’Ente locale, Associazioni di categorie e Associazioni culturali, al fine di costruire un’isola più moderna, più vivibile, più sostenibile. E non valgono, in tal senso, i tentativi messi in atto da alcuni amministratori di informare i cittadini con post sui social, che servono solo a raccogliere o consensi ammiccanti o contumelie irrazionali e piene di odio.
Quanto alle informazioni sulle grandi opere per il paese non valgono le notizie a cosa fatta o in corso d’opera, bisogna confrontarsi prima e decidere insieme ai cittadini (perlomeno quelli più interessati all’area dell’opera da farsi). Funziona così la democrazia, a meno che non si voglia scimmiottare la capocrazia tanto di moda oggi in molte parti del mondo. Se le decine di consiglieri comunali sparsi nell’isola, sono silenti e non rivendicano il diritto di partecipazione e decisione, perché la maggior parte di essi non ha interesse ad incidere più di tanto sui progressi del paese ma sono maggiormente interessati a fare anticamera dinanzi all’ufficio del Sindaco per essere ammessi a patteggiare piccoli favori e convenienze personali, non altrettanto devono fare i cittadini attivi, avidi di conoscere i meccanismi e i meandri nascosti delle decisioni di vertice.
Sappiate, uomini di governo e amministratori, che è sempre possibile accendere riflettori su verità nascoste, anche se a reagire sono in pochi, anche se questi pochi sono vituperati e calunniati dai servi del potere.
Se i cittadini attivi preferiscono che ci si avvii ad una “glasnost” concordata e non guerreggiata non è per timore reverenziale ma solo per la volontà di pacificazione sociale. Meglio se ci si incontra a mezza strada, tra potere e cittadinanza, anziché spingere a lotte politiche estreme. Ma se la refrattarietà di chi amministra rimane sorda ad ogni appello, non resta che ribellarsi. Nulla di violento, nulla di illegale, solo una liberazione totale della gola per elevare un grido risuonato più volte nella storia della nostra malandata Repubblica: “Non ci sto!”

