Venti di guerra civile alle porte?
È di appena tre giorni fa la notizia di un report dell’intelligence italiana indirizzata al Premier Conte (che, ricordiamo, detiene la delega ai servizi segreti) che allerta il Governo sul rischio di rivolte e ribellioni tra la popolazione, in particolar modo al Sud, a causa della crisi prima sanitaria ed ora anche economico-sociale che il nostro Paese sta affrontando.
La verità è che venti di guerra civile ci sono, in tutt’Italia e non solo al Meridione, perché le serrate di tutti gli esercizi commerciali non essenziali e la fortissima carenza di liquidità dopo un mese di quarantena, in particolare tra gli strati più deboli e meno abbienti della popolazione, sta portando le persone verso una via di non ritorno che guarda dritto al caos, alle proteste, alla rivolta. Non potrebbe infatti essere diversamente, in quanto è chiaro che le misure stanziate dal Governo sono assolutamente inefficienti a salvaguardare un elementare diritto alla sopravvivenza.
Infatti, il D.P.C.M. del 29 marzo stanzia appena 400 milioni di euro da distribuire per più di 8mila comuni sotto forma di “buoni spesa” per i quali gli stessi comuni, con procedure e sistemi a noi non noti, sono incaricati di individuare le famiglie che ne hanno diritto. Un po’ pochino. Inoltre, i 4,3 miliardi in più che verranno destinati sempre ai comuni sono un’altra misura altrettanto insufficiente in quanto, tramite il fondo di solidarietà comunale, il Governo procederà ad un semplice anticipo del 66% rispetto alla scadenza ultima prevista per maggio 2020 per il versamento dell’intera somma ordinaria della quale i comuni hanno già diritto in tempi non emergenziali.
Ecco che si iniziano a rincorrere ovunque notizie di cittadini che non riescono a pagare la spesa ai supermercati, di piccoli furti negli alimentari ed altre tensioni sociali, che finiscono col presentarci l’immagine di un’Italia dove molte persone rischiano concretamente di non riuscire a mettere il piatto a tavola per i propri figli e che presto potrebbero vedersi costrette a violare la quarantena, scendere in piazza e dare sfogo alla loro giustificata rabbia.
È giusto ricordare che già ora il numero di denunce per violazione delle disposizioni governative e regionali sulla limitazione della libertà di movimento è decisamente elevato, più al Nord che al Sud, dove l’emergenza è più grave. I dati del Viminale parlano di 6623 denunce nella sola giornata di ieri su più di 150mila controlli a livello nazionale. Brescia, uno dei comuni più colpiti, è tuttavia uno dei più indisciplinati stando ai dati. Sono stati denunciati in appena dieci giorni, 1283 cittadini, per non aver rispettato le misure restrittive previste dai decreti. Numeri che non si riscontrano nelle medie del Meridione.
C’è chi paventa poi collusioni, in particolare al Sud, tra la popolazione e la criminalità organizzata, ma quest’attacco è da respingere in quanto sarebbe semmai la criminalità organizzata stessa a soffiare sul fuoco della paura delle persone, sfruttandone il malcontento a suo vantaggio grazie alla capacità di controllo sul territorio in alcune zone della Nazione. Se scoppieranno le rivolte sarà solo perché la popolazione sarà allo stremo a causa dell’assenza dello Stato e sarà costretta a reclamare il rispetto dei propri diritti.
In un momento storico dove per la prima volta una crisi sanitaria si trasforma in crisi economica, della quale gli economisti ne prevedono effetti anche peggiori rispetto alla crisi del 2008, il Governo stenta ad imporre una politica coraggiosa di supporto all’economia reale e alle fasce più deboli della popolazione, e tra indecisioni e litigi interni e la scarsa efficacia del lavoro diplomatico con le istituzioni europee la luce in fondo al tunnel stenta ad essere intravista.

