La simbologia dell’8 a San Francesco di Paola

La Basilica Pontificia di San Francesco di Paola (insieme al colonnato, figura in alto) è uno dei monumenti più universalmente conosciuto di Napoli. È, per i pochi che non la conoscono, quella che con il maestoso colonnato, e la cupola più ampia del Pantheon, padroneggiano sulla nota Piazza del Plebiscito, conferendole forma semicircolare.

Da subito, il visitatore, si rende conto che l’idea stessa di armonia è pedissequamente riprodotta nelle proporzioni e nelle prospettive della chiesa.

Superato il sentimento di stupore e meraviglia generato dalle seppur fredde sculture neoclassiche, si ha sin da subito la sensazione che qualcosa di potente ci proietti in uno squarcio sospeso nel tempo e nello spazio. Tutto ciò è spiegabile, innanzitutto, dalla rigorosa geometria e dalla luce che entra dalla sola fonte del lucernario della cupola, lasciando in penombra o semioscurità la parte di basilica non illuminata.

Le statue riprodotte in posizioni e atteggiamenti che andrebbero approfonditi in un discorso destinato a iniziati, contribuiscono alla sensazione di tempo sospeso, fermato.

Che cosa rende così forte questo stato d’animo?

Una su tutte, lo studio accurato, come si diceva, della geometria e dei rimandi filosofici e arcaici che custodisce. Non a caso, la Tradizione Occidentale pone la cosiddetta “geometria sacra” al vertice di tutte le scienze. Così è in Massoneria, ove, i numeri pitagorici e le corrispondenze con le misure dello spazio servono addirittura a rendere stabili gli edifici. Così era nella scultura e nella pittura, finché i canoni di riferimento della bellezza sono diventati concettuali e non hanno più attinenza con l’equilibrio formale e armonico del numero.

In particolare, nella Basilica di Piazza del Plebiscito, si genera una serie di rapporti geometrici che a quella Geometria si riferiscono. La prova di queste evidenze deriva innanzitutto dalle conoscenze esoteriche del suo architetto, Pietro Bianchi, massone presente nel piè di lista della massoneria napoletana dell’800.

Egli probabilmente intese evidenziare nell’economia del monumento, la filosofia ermetica fondata sul pitagorismo. Essa postula una serie di principii basati sulle “corrispondenze” tra microcosmo (Uomo) e Macrocosmo (Universo).

La corrispondenza, come principio filosofico originale e unico in tutte le correnti di pensiero occidentale, sostiene implicitamente e con linguaggio metaforico, che tutto ciò che avviene in Alto, in altre parole nell’iperuranio delle idee è riproducibile, o meglio riprodotto, in Basso, nella materia, nell’uomo. E viceversa. L’uomo, quindi, ha a disposizione, oltre alla conoscenza sintetizzata dai sensi, altri strumenti per replicare in Terra, ciò che avviene in Cielo. Per riprodurre nella materialità ciò che succede nella sfera spirituale.

La simbologia di riferimento per la riproduzione, attraverso i numeri e i loro rapporti, della dimensione spirituale, è quella dei quattro elementi raddoppiata. Perché, se essi rappresentano le leggi della Natura terrena, per essere in grado di comunicare col “divino” devono estendersi almeno del doppio, tenendo presente, che nelle numerazioni arcaiche il concetto di doppio rappresentava già appunto il concetto di numero pari, per i pitagorici, indefinito, infinito.

Nella visione alchemica, l’8 corrisponde alla Rosa, e all’ottenimento della Pietra Filosofale, cioè lo strumento quadrimensionale che permette l’elevazione e la connessione perpetua con il mondo trascendente, arrivando a gestire, per volontà divina, assieme al principio divino, le relazioni di causa ed effetto che trasformano l’Universo. In poche parole, l’alchimista, non è un santo, ma un “mago”, un “artista” che parte dal presupposto che la divinità non lo consideri inferiore, ma semplicemente a un livello di comprensione più ristretto. Ma che grazie ai “doni” che gli elargisce attraverso la Pietra o il Graal, possa aspirare a comunicare con Lui in un rapporto dialogico e rispettoso del suo libero arbitrio, ma anche della sua legittima richiesta di evolvere allo stesso livello di coscienza della divinità.

E Pietro Bianchi descrive la corrispondenza tra finito e infinito attraverso i rapporti numerici, che sono sempre multipli di 8, sia nel colonnato interno della basilica, sia nelle proporzioni della cupola. Ma interviene anche nella scelta diretta dei soggetti da scolpire perché, dopo aver vinto il concorso indetto da Ferdinando I di Borbone per la costruzione della Basilica, si sceglie una squadra personale di architetti e scultori tutti provenienti da ambiti massonici che possano assicurargli fedeltà ideale nella riproduzione attraverso il marmo, delle leggi che regolano l’ermetismo e del suo antenato che è il pitagorismo.

Procediamo con ordine, proprio dall’8.

In numerologia, l’8 è dato dall’unione di 7, che indica la perfezione, più 1 che è l’Unità, il Principio dei principii. Ma è come se Bianchi facesse giungere lo spettatore illuminato a questi concetti gradualmente, dando all’occhio il diritto di scegliersi il suo percorso di decrittazione.

Infatti, la prima cosa che colpisce in una chiesa cristiana, un po’ fuori dai canoni è l’occhio nel triangolo posto sul baldacchino che regge quattro cariatidi rappresentanti probabilmente altrettanti arcangeli (fig.1).

Figura 1 – Evidenziati l’occhio nel triangolo o Occhio di Horus e i quattro angeli

Come si vede in figura, la prospettiva pare suggerire una sequenzialità tra il Triangolo divino e gli angeli. Innanzitutto di ordine teologico, gli angeli creati da Dio, quali esseri intermedi tra natura divina e umana, di ordine cabalistico: gli angeli diretta emanazione di Dio.

E di ordine numerico. Cioè dall’Uno si dipana il due, che è il suo contrario, e insieme all’Uno, il Due forma il Tre, ovvero sia il primo numero che abbia senso di continuità, e il primo numero perfetto secondo la dottrina pitagorica, perché dispari e maschile. Poi dal Tre, si aggiunge l’Unità e si sintetizza il Quattro.

Ritengo che i 4 angeli siano in realtà Arcangeli, perché sono raffigurati nell’allegoria ermetica dei quattro elementi, quindi Leggi Superiori. Infatti come si nota (sebbene la figura sia piccola a causa dell’enorme prospettiva), due angeli hanno le braccia rivolte in alto e due verso il basso. Ecco la Legge di Corrispondenza di cui si parlava prima (Come in Alto, così in Basso), ma anche la natura dei 4 elementi. Secondo la Tradizione, infatti, due tendono a salire, Aria e Fuoco, e due a “scendere”, Terra e Acqua. Conferma della mia interpretazione è proprio un’antica incisione tratta da un famoso trattato alchemico (fig.2) [1]. Come si nota osservando in alto i quattro angeli del baldacchino, l’iconografia delle due rappresentazioni è pressoché sovrapponibile.


[1] D. Stolcius von Stolcenberg – Alexander Roob, Alchemie und Mystik. Das hermetische Museum. (Taschenbuch), ISBN 978-3822815113

Figura 2 – I Quattro Elementi

Ma come mai se la Chiesa riconosce solo Tre arcangeli, sul baldacchino pare che ve ne siano raffigurati quattro? Probabilmente questa è la conferma che il messaggio esoterico che si voleva far arrivare era incentrato non sugli angeli, ma sul loro significato metaforico. Infatti, a dimostrazione di questo, bisogna aggiungere, che solo pochi testi ortodossi accennano a un quarto arcangelo, oltre a Raphael, Gabriel e Michael, e ancora più rari sono i testi che citano espressamente il suo nome, Uriel.

Si tratta di un arcangelo più conosciuto nella rappresentazione artistica di quanto si creda. Sarebbe, secondo la maggior parte degli autori esoterici, l’angelo che è posto a guardia del Paradiso Terrestre, e che essendo il simbolo della Terra e delle Leggi della Natura, viene occultato dalla Chiesa, forse per non dare adito a confusione con i famosi angeli decaduti, quelli che poi originarono la figura dei demoni. Da sempre infatti, la religione cristiana, condanna la materia e la relega a un ruolo di “perdizione”, probabilmente perché nel concetto stesso di materia ci sono impliciti gli archetipi della natura umana caratterizzata anche dalle pulsioni sessuali, che però, in esoterismo, non vengono demonizzate. Ma al contrario, ritenute forze che possono, attraverso la trasmutazione degli istinti, concorrere al raggiungimento della dimensione altra che l’alchimista, il mago, l’adepto cerca di impossessarsi, per diventare a sua volta causa e interrompere la catena degli effetti.

E solo attraverso la reintegrazione dei numeri con i loro principi intrinseci, solo riproducendo nel finito, come fa magistralmente Bianchi in San Francesco di Paola, l’infinito, si addiviene alla famosa quadratura del cerchio. Il paradosso superato dagli artisti figurativi proprio con l’ausilio della numerologia e della geometria. Si parte, in sostanza, dal quadrato, allegoria dei quattro elementi e quindi della materia, e via via, attraverso i multipli di quattro, le figure geometriche si assimilano sempre più al cerchio, fino al dodecaedro che è un cerchio spigoloso. Ma per il significato intrinseco dell’8, che guarda caso, in fisica e matematica, in orizzontale (fig.3) assume il valore d’infinito, gli artisti l’hanno eletto come canone universale di figura mistica, come la rosa, il labirinto.

Figura 3 – L’Infinito

E Pietro Bianchi, incrociando numeri, rapporti, statue, restituisce con grande maestria ciò che dovrebbe essere descritto in milioni di pagine, tramite tratti, angolazioni, prospettive curvilinee che durano solo il tempo della visita nella Basilica.

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Stanislao Scognamiglio

Stanislao Scognamiglio

Stanislao Scognamiglio, presidente dell'Associazione di Studi Tradizionali e Filosofici "Raimondo di Sangro" è nato a Napoli nel 1970. Già tra i fondatori del Centro Studi Scienze Antiche, si occupa di studi esoterici da oltre trent'anni. E specificamente di simbologia ermetica da venti. Inoltre si è specializzato sulla figura di Raimondo di Sangro di cui continua a ricercare gli aspetti meno conosciuti. Ha pubblicato articoli e un saggio sulla filosofia ermetica intitolato "Il pensiero di Ermete Trismegisto" distribuito on line.