RIFLESSIONE A FREDDO / ʼO bbuono e ʼo mmalamente

RIFLESSIONE A FREDDO / ʼO bbuono e ʼo mmalamente

di Domenico Casolaro

Tutto bene quel che finisce bene.

È questo l’epilogo della ormai ben nota vicenda dell’aggressione ai danni di Gianni, il rider aggredito e rapinato la scorsa notte a Capodichino da diversi delinquenti, alcuni dei quali minorenni. Finalmente lo scooter é stato restituito, ritrovato dagli agenti, e gli aggressori assicurati alla giustizia. Nel mentre, però, é partito uno tsunami di solidarietá da parte dei Napoletani che ha superato di gran lunga ed in poco tempo la soglia della somma da raggiungere per ricomprare il motorino sottratto alla vittima dell’aggressione.

Rimane ancora alta l’onda emotiva dell’accaduto che ha generato tantissima indignazione tra le persone, trasformata fortunatamente in una gara di solidarietà sul web.

Colpiscono tuttavia una serie innumerevoli di commenti e pensieri che, in un clima da caccia al criminale, condannavano l’accaduto in maniera giustizialista: “Bruciateli in piazza”, “uccideteli”, “se li prendo li uccido”, ed altri pensieri simili.

Spesso molti ragazzi di Napoli nascono in alcuni quartieri poveri della cittá e della periferia con destini giá tracciati, sembra facile giudicare questi avvenimenti da un computer. Quasi sempre il giudizio arriva da persone che 99 su 100 sono nate semplicemente in condizioni piú fortunate. Sarebbe opportuno, talvolta, fare oepra di empatia: provare a pensare di esser nati in questi cosiddetti quartieri “ghetto”. Capireste che in contesti popolari, senza lavoro e senza alternative, dove il boss di turno diventa un mito, é facilissimo incappare in errori.

Certo – è doveroso sottolinearlo – questo non vuole rappresentare alcuna giustificazione dell’aggressione. I ragazzi che hanno sbagliato dovranno pagare la loro pena per il gesto vigliacco, eppure gli eventi dovrebbero portarci a riflettere su come creare le condizioni affinché si assottiglino le differenze economiche e sociali tra i vari strati sociali della popolazione, in un posto dove, tra l’altro, si é orfani dello Stato, dove non rimane altro che moltiplicare la rete sociale, composta da normali cittadini a protezione degli “ultimi”.

Qualche giorno fa siamo stati oggetto di pesanti critiche – per cosi dire, fatemi passare il termine – “perbeniste”, solo per aver manifestato a favore del miglioramento delle condizioni dei detenuti nelle carceri, affinché anche al loro interno si creino opportunità di lavoro, per sfuggire al destino criminale giá segnato dei detenuti. Questo filone ben si interseca con l’oggetto di questo articolo che vuole invitare a riflettere ben prima di sparare sentenze.

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Redazione

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