The day after, il dopo coronavirus
Speravo che questa quarantena spingesse alla riflessione la popolazione mondiale, e in particolar modo quella italiana. Purtroppo è facile illudersi. L’unica cosa sui cui si riflette è: “Che cosa farete una volta finita la quarantena?” Risparmio le risposte a questa domanda, perché il sentimento, l’atto del voler bene, è maggiore.
Il livello di alienazione mentale dell’italiano medio è al di fuori di ogni possibile modello di recupero. L’insofferenza che spinge addirittura al suicidio per il confino casalingo, è un campanello d’allarme fondamentale, se si vuole comprendere il livello di marciume che infetta la mentalità dei nostri concittadini. Basti pensare ai nostri nonni, che spesso in modo del tutto volontario, in nome d’ideali ormai estinti, partivano magari per morire in guerra, senza lamentarsi.
La spasmodica mania del farsi vedere, del mostrarsi, per dimostrare agli altri che si possiede il SUV o il capo di abbigliamento firmato. La vanità, l’egocentrismo e l’insicurezza compongono la trama dell’esistenza di molti italiani. Purtroppo però, questi sono solo alcuni degli effetti collaterali secondari, di un male molto più grave e diffuso: il capitalismo globalizzato.
Le persone sperano in un ritorno alla “vita di prima”, senza capire che la situazione devastante che stiamo vivendo, è dovuta proprio alle dinamiche adottate nella “vita di prima”. “Non tutto il male viene per nuocere” si dice, e, infatti, è esattamente così. Sì, perché “grazie” a questa esperienza, si rinnova una speranza quasi del tutto affogata nel vuoto, nel piattume e nella monotonia della “vita di prima”.
Il nostro stile di vita cambierà, questo è fuori discussione. Avremo una civiltà meno globalizzata, un mercato non più tanto “libero” e soprattutto meno aperto. Il tutto a scapito dei rapporti interpersonali, che subiranno pesanti limitazioni. Proprio nella prospettiva di eventuali e sicure nuove pandemie, si dovranno adottare dinamiche diverse dalle precedenti, per evitare catastrofi come quella in corso.
La pensa in questo modo anche il direttore di Technology Review, magazine della prestigiosa università Massachusetts Institute of Technology, Gordon Lichfield. L’incipit del suo articolo, che gira in rete in questi giorni, recita: “Per fermare il coronavirus dovremo cambiare radicalmente quasi tutto quello che facciamo: come lavoriamo, facciamo esercizio fisico, socializziamo, facciamo shopping, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli, ci prendiamo cura dei nostri familiari “. Il direttore ha poi proseguito parlando di uno scenario drammatico relativo all’epidemia: “La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più “.
Le pandemie esistono da quando l’uomo è arrivato sulla terra, non è dunque una problematica nuova. La “combinazione” innescata dal coronavirus, infatti, riguarda più il nostro sempre più veloce e globalizzato stile di vita, invece della pandemia in sé. Il day after sarà un capitolo del tutto inedito per l’uomo moderno. Soprattutto per un’umanità abituata a vivere in un mondo senza confini e restrizioni, votata a una promiscuità senza freni.
S’inviterà (forse anche tramite appositi strumenti coercitivi) a evitare luoghi troppo affollati. Luoghi pubblici e privati come le palestre, i locali e gli alberghi subiranno cambiamenti radicali, per non parlare delle metropolitane. A Hong Kong ad esempio, le persone in quarantena hanno l’obbligo di indossare braccialetti intelligenti, attraverso i quali ne sono registrati tutti i movimenti. O come in Israele, dove si è proposto di monitorare tramite il GPS dei cellulari, tutti gli spostamenti della popolazione.
Cambiamenti storici insomma, e non solo a livello sociale. Il settore più coinvolto dal mutamento sarà di certo quello economico. Si ricorrerà a una “economia rinchiusa”, al “on demand”, alle consegne a domicilio, tramite ordinazioni online. Con il triste risultato di confinarci sempre di più nelle nostre abitazioni.
Diventerà d’importanza vitale possedere anche solo un piccolo fazzoletto di terra, dove poter coltivare il proprio cibo e svolgere attività all’aria aperta. Lichfield inoltre, solleva una questione con cui toccherà fare i conti, prima o dopo: la necessità di adattare le nostre democrazie e il nostro stile vita, a un distanziamento sociale praticamente perenne. Adattamento che ci farà sembrare il mondo di prima un vago ricordo. Il settore turistico sarà rimodulato in modo radicale, offrendo una risposta alla richiesta interna molto più presente rispetto a prima.
Avremo un salutare ritorno alla terra e allo spirito comunitario. Torneremo a produrre beni di prima necessità sani e genuini. Prodotti che, grazie a questa emergenza abbiamo iniziato ad apprezzare di nuovo, dopo tanto tempo. Una volta preso atto che il vero lusso non sarà lo smartphone di ultima generazione, ma il cibarsi di prodotti coltivati da se, allora gli agricoltori saranno i nuovi aristocratici.
Enormi cambiamenti arriveranno anche per il sistema sanitario. La società di “prima” che ha proposto sempre più tagli a una sanità già prossima al collasso, dovrà necessariamente cambiare le priorità. Se si vuole evitare il pericolo di una nuova crisi planetaria, gli ospedali dovranno essere sempre pronti a ogni evenienza del caso, in qualsiasi momento e con la massima efficienza con la creazione di reparti dedicati alle pandemie.
La produzione di mascherine, tamponi, kit diagnostici e il necessario utile a contenere le future epidemie è facile intuire che potrebbe tornare entro i confini interni. Abbiamo imparato che non possiamo permetterci di correre gravi rischi per colpa dei capricci del libero mercato. Si ricorrerà quindi, a un sistema governativo più autarchico.
La risposta alle emergenze, infatti, dovrà avere una matrice interna, non più soggetta alle dipendenze di false ipocrite e vuote “unioni” tra nazioni. Nazioni, membri di “unioni”, che proprio nel momento del bisogno non hanno saputo fare altro che barricarsi, chiudere le frontiere e tirare fuori enormi fondi segreti. Mentre altre hanno fatto ricorso a manovre non ammesse all’interno del regolamento economico e giuridico che l’Unione stessa impose, senza incorrere in nessuna sanzione. Il costo maggiore di questa tragedia moderna è ovviamente pagato dalle fasce più deboli: anziani e immunodepressi.
Non solo. Tra i più colpiti ci sono coloro che non possono permettersi l’atroce confino domestico, quelli che per mangiare devono lavorare giorno per giorno. Questi subiscono, e subiranno in futuro, le ripercussioni più gravi. E sarà proprio su queste fasce deboli che lo Stato imporrà misure coercitive più drastiche, perché soggette al contagio.
Questo non avrà altra conseguenza che un completo stravolgimento di un fragilissimo asset sociale. Si rinnoverà l’antica diatriba di coloro che hanno poco, e che finiscono per prendersela con chi ha di più. Ed è proprio questa la questione, in cui Lichfield incalza. È necessario secondo il direttore del Technology Review, tornare alle politiche socialiste, anche di stampo keynesiano. Che proteggano e tutelino le fasce più deboli della popolazione, congenitamente più esposte a gravi crisi, come quella che stiamo vivendo. Insomma la prospettiva di una società con accenti nazionalistici ci sembra del tutto salubre.
Alla luce del punto in cui la società dell’abbattimento totale dei confini e della spasmodica voglia di un mondo sempre più aperto e connesso, ci ha condotti. Per anni c’è stato chi ha predicato la grave minaccia di un mondo ultra globalizzato, e molti sono rimasti inascoltati. Alla fine ci ha pensato la Natura a riportarci all’ordine in modo inderogabile e definitivo, che piaccia o no, pena l’estinzione.

