Il blocco evidente della produzione fashion
La pandemia ha bloccato tutto il meccanismo del fashion. La chiusura delle fabbriche a febbraio in Cina ha fermato molti ordini delle aziende occidentali che, in alcuni casi, li hanno trasferiti in altri paesi.
Dal 12 marzo anche l’Italia ha interrotto quasi tutta la produzione, facendo saltare i programmi dei marchi di lusso che contano sui suoi laboratori artigianali e di alta moda e anche quelli delle fabbriche cinesi, rimaste senza pelle per produrre scarpe, borse e interni d’auto. Contemporaneamente molti commercianti stranieri hanno cancellato gli ordini di tessuti e abiti confezionati in Italia.
Carlo Capasa, presidente della Camera della moda italiana, ha scritto in una lettera aperta rivolta al governo e pubblicata su Repubblica l’11 aprile che se la chiusura delle fabbriche continuerà oltre il 20 aprile la moda italiana rischia di perdere la sua preminenza europea. Capasa ha ricordato che “siamo il primo Paese in Europa per la produzione del tessile”. Oggi purtroppo il blocco economico è evidente bisogna solo attendere la riconquista dell’Italia dopo la pandemia.
Il blocco della produzione è seguito dalla chiusura dei negozi fisici in mezzo mondo, che ha fatto crollare drasticamente la domanda degli acquisti. È ancora possibile acquistare online sui siti di molti negozi e rivenditori (non tutti: Net-a-Porter per esempio ha sospeso gli ordini dal 25 marzo) ma le vendite online non compensano quelle nei negozi fisici e nel settore del lusso coprono solo il 10 per cento.
Le persone oggi hanno meno voglia di comprare vestiti: pesano l’incertezza del futuro, le difficoltà economiche e anche il semplice obbligo di restare a casa.
Dobbiamo attendere la ripresa mondiale per avere i numeri dell’evoluzione economica Italiana.

