Il coraggio di parlare al posto di chi non ha voce

Il coraggio di parlare al posto di chi non ha voce

Don Cristian Solmonese

Cosa è l’amore? Cosa è questa parola usata e strausata nel nostro linguaggio quotidiano? Sento dire dai giovani, dagli adulti che l’amore è forte, che l’amore è capace di superare qualsiasi barriera, che l’amore è più forte della morte, in alcuni casi è eterno; eppure mi sento circondato ancora una volta da tante contraddizioni intorno in cui avverto come queste frasi siano solo frasi.

Mi ricordo un’espressione che il mio maestro di musica a scuola mi diceva sempre: Beethoven era sordo eppure ha composto una delle più grandi melodie, l’op. 24 per violino ed organo e l’ha composta senza mai averla potuta ascoltare!Se c’è una forza che vince la morte, anche la morte dell’impossibilità di esprimersi pur quando restano in funzione gli organi vitali della persona, questa forza è l’amore.

L’amore comunica dove altrimenti non c’è che solitudine e rinuncia: l’amore intesse dialoghi non verbali, fatti anche soltanto del contatto di una mano sull’altra, di una prossimità attenta e discreta, di un essere accanto con la tenerezza infinita che si ha verso la creatura amata, anche quando questa vive in uno stato solo vegetativo. L’amore ti fa sentire la musica che le orecchie non odono.

Cosa fa vincere l’amore sulla morte? Non le parole, non i “si” e i “no” ma la prossimità: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio” (Cantico dei Cantici). È questo il dialogo intessuto per lunghi anni da coloro che sono accanto a queste persone (guardiamo l’esempio qui ad Ischia della Dottoressa Annalucia Miragliuolo, il caso di due genitori che nella mia Parrocchia come leoni sono stati accanto alla loro figlioletta Eliana Pia) che nel silenzio e nella discrezione si prendono cura giorno e notte di questi fratelli.

Perché ridurre tutto questo ad un “si” o ad un “no” credendo di dare noi volto all’amore?Abbiamo visto cose inimmaginabili nella nostra bella e contraddittoria Italia: gente che improvvisamente nutrita nel silenzio non è stata più alimentata e lasciata morire in silenzio con un’agonia per giorni. Soffriranno queste persone? Chi dice di no deve spiegarci perché il protocollo preveda la continua somministrazione di tranquillanti, di analgesici: conferma evidente che il dolore semplicemente viene escluso, che l’organismo è vivo e vitale, e la sentenza che consente di far morire si applica a una persona umana in uno stato comune a migliaia di altre persone solo in Italia.

Che qualcuno gridi qui alla vittoria dello Stato, del diritto, proprio non riesco a capirlo. Cosa uscirà vittorioso dal referendum? Non certo la dignità della persona umana, di qualunque persona umana, quale che sia la sua condizione fisica o mentale, economica o sociale, la nazionalità, il colore, la storia. La dignità di tante persone diversamente abili, con gradi a volte altissimi di disabilità, come di tanti pazienti in stato vegetativo, il valore della vita personale, di ogni vita personale, è qui fortemente messo in questione, è anzi perfino minacciato in nome di una società sempre più selettiva e fatta di perfetti.

Se una sentenza può decidere di togliere acqua e cibo a qualcuno per farlo morire o di staccare la spina, stabilendo che questo è legale, mi sembra che una voragine si apra davanti a noi, un buco nero nella nostra convivenza civile. Il covid avrebbe dovuto farci riconquistare la naturalezza delle cose, dei processi e invece abbiamo solo rimandato di uno/due anni certi “spadroneggiamenti” sulla vita umana.

Una volta, un Papà e una Mamma che vedevano morire la loro figlia in uno stato simile, alle persone che pregavano perché quella ragazza morisse, risposero con fermezza: “Taci, tu non sai quanto vale per noi ogni istante della sua esistenza! E se per noi è così, per Dio molto di più!”. Comprendo le persone che non riescono a parlare così: la sofferenza è stata ed è troppo grande! Ma voglio essere anche voce e cassa di risonanza di quelle persone che continuamente combattono come leoni sia nei letti che accanto a quei letti. Per chi crede, quella vita viene da Dio e spetta a Lui solo chiamarla a sé.

Per chi non crede, quella persona viva e vitale, anche se priva di ogni apparente coscienza, è un fratello, una sorella in umanità. E questo dovrebbe bastare per riconoscere che la sua vita è un assoluto davanti a cui è necessario arrestarsi con rispetto, cura e attenzione d’amore.

576 Visualizzazioni
Redazione

Redazione