SCIENZA E SANGUE DI SAN GENNARO

SCIENZA E SANGUE DI SAN GENNARO

La reliquia del sangue di S. Gennaro consiste in due bottigliette sistemate fra i due vetri di una teca rotonda con una lunga impugnatura che viene maneggiata dall’officiante durante le cerimonie. La parte rotonda con i vetri ha un diametro di circa 12 centimetri. La bottiglietta più piccola, cilindrica, ha solo delle macchie al suo interno. La bottiglietta maggiore è tondeggiante, appiattita, dal volume stimato di 60 millilitri, ed è parzialmente riempita della sostanza ignota.

La Chiesa Cattolica ha negato ai ricercatori la possibilità di aprire le bottigliette per non rovinare la reliquia. La prima analisi del contenuto è stata effettuata nel 1902. Venne usato uno spettroscopio a prisma e venne riportata l’osservazione delle bande di assorbimento tipiche dell’emoglobina. Nel 1989 la stessa analisi fu ripetuta utilizzando lo stesso tipo di spettroscopio e il risultato venne confermato. Queste analisi sono portate come prova scientifica della presenza di sangue nell’ampolla. Tuttavia questi risultati non sono mai stati inviati a una rivista scientifica e non sono, quindi, stati sottoposti al vaglio di una commissione di esperti; si trovano solo in un opuscolo stampato dalla Curia. Inoltre, sembra un po’ bizzarro che anche nella seconda misura sia stato utilizzato uno spettroscopio a prisma ormai antiquato, piuttosto che uno spettroscopio elettronico moderno, sicuramente più preciso. Pur volendo considerare attendibili i risultati, gli stessi autori della misura ammettono che altri pigmenti rossi potrebbero essere confusi con l’emoglobina. Gli spettri, inoltre, non mostrano alcuna calibrazione delle lunghezze d’onda, sono di qualità scadente, con contrasti di colore anomali e una distribuzione spettrale distorta.

Tra i fenomeni inspiegabili legati al “sangue di S. Gennaro” vi è anche la variazione di volume e colore del contenuto delle boccette. Sulla variazione di colore non è mai stata fatta una misura spettroscopica, né una registrazione della presunta variazione in base a una scala graduata, quindi la stessa rimane una affermazione aneddotica. Invece le variazioni di peso furono effettivamente registrate nel 1900 e 1904, con un aumento del peso fino a 28 grammi, non trascurabile su un contenuto presunto di “sangue” di circa 30 ml. Tuttavia la reliquia è sempre stata pesata nel suo reliquiario, che pesa circa un chilogrammo, pertanto la variazione di peso risulta in realtà poco significativa, corrispondendo al 3% del peso misurato, ed è compatibile con un errore strumentale, considerando il tipo di bilancia probabilmente utilizzata all’epoca. Anche in questo caso i dati furono pubblicati solo su una rivista religiosa, con pochi dettagli sulle condizioni sperimentali. Nel 2010, il biologo Giuseppe Geraci ha ripetuto per 5 anni la misura del peso della reliquia, in modo da monitorarne eventuali variazioni. I risultati, riportati nel Rendiconto dell’accademia delle scienze fisiche e matematiche, non mostrano variazioni significative: le fluttuazioni rientrano nelle condizioni di misura non ottimali.

Rimane da spiegare come sia possibile la liquefazione. Una prima ipotesi, che potrebbe essere facilmente verificata, è che la sostanza contenuta nell’ampolla abbia un basso punto di fusione.

Una seconda ipotesi è stata formulata da tre ricercatori del CICAP, Franco Ramaccini, Sergio Della Sala e Luigi Garlaschelli, che hanno pubblicato nel 1991 sulla rivista scientifica Nature un articolo in cui si ipotizza che alla base del fenomeno ci sia la tissotropia, ovvero la proprietà di alcune sostanze di liquefarsi quando vengono agitate o scosse e di risolidificarsi quando sono lasciate a riposo. I tre ricercatori hanno preparato un esempio di sostanza tissotropica dall’aspetto simile a quello della reliquia, utilizzando materiali e tecniche disponibili nel XIV secolo. Alla base c’è una soluzione in acqua di cloruro ferrico, ritrovabile in natura sui vulcani attivi e che era disponibile sul Vesuvio. Si aggiunge una certa quantità di carbonato di calcio, presente, per esempio, nella polvere di marmo o nei gusci d’uovo macinati e che veniva usato spesso dagli artisti medievali. Si forma così una soluzione colloidale bruno scura di idrossido di ferro che deve essere purificata in una sorta di sacchetto di pergamena (o vescica o budello animale) lasciato immerso in acqua per qualche giorno. Si aggiunge, infine, un pizzico di comune sale e si ottiene una sostanza tissotropica che, lasciata a riposo per alcune ore, assume la consistenza di una gelatina molto densa, ma che torna perfettamente liquida se il contenitore in cui si trova riceve piccoli urti o scosse. Durante la cerimonia la reliquia viene rovesciata più volte per controllarne lo stato e questo può fornire l’energia necessaria a innescare la liquefazione. Secondo questa ipotesi non vi è necessariamente frode conscia da parte di chi esegue il rito. Che alcune volte la liquefazione non sia avvenuta può dipendere dal fatto che la reliquia viene maneggiata con delicatezza e non subisce sollecitazioni meccaniche di energia sufficiente.

Inoltre si può dimostrare che questo gel ha uno spettro simile a quello del sangue vecchio.

Il risultato ottenuto dimostra che è possibile riprodurre il comportamento del “sangue di S. Gennaro” e che una sostanza con tale comportamento poteva essere creata nel Medioevo.

FONTE: CICAP

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Ivano Di Meglio

Ivano Di Meglio

Eterno studente, scavo nei meandri del passato per trovare l'identità collettiva che porti al traguardo della consapevolezza. Mi occupo di cognomazione, Medioevo e usi locali. Cerco instancabilmente atti, prove e quant'altro mi consenta di ricostruire spaccati di vita lontana e vicina.