IL VIAGGIATORE SILENZIOSO. LA PAROLA DIMENTICATA

IL VIAGGIATORE SILENZIOSO. LA PAROLA DIMENTICATA

Il Viaggiatore Silenzioso arrivò in un villaggio dove tutti sembravano parlare la stessa lingua, ma usavano parole che avevano dimenticato. La più gettonata era “Yoga”.

“Faccio yoga tre volte a settimana.”  

“Il mio yoga è power flow strong fit detox.”  

“Ah, yoga? Sì, ho un tappetino firmato e la borraccia abbinata.”

Il Viaggiatore ascoltava con il suo solito sorriso discreto, senza giudizio.

Non c’era nulla di male in quelle affermazioni solo che, come capita ai termini troppo usati, “yoga” sembrava aver perso… lo Yoga.

Una sera, seduto nella posizione del loto (padmasana), su una panca che scricchiolava più della sua schiena, ascoltava il chiacchierare della mente cercando il silenzio ma una voce risuonava più delle altre.

Yoga non era una moda, né una disciplina, né una collezione di posture da imitare con il fiato sospeso e il core attivo.

Il Viaggiatore ascoltava questi dialoghi interni con distacco, senza giudizio, sentendosi sempre più distante da tutto questo.

Fin dall’inizio del suo percorso, ricerca, aveva maturato una sua idea di Yoga lontana dalle definizioni moderne, spesso del tutto fuori strada.  

Lui che non sapeva nemmeno fare una verticale o un ponte a testa in giù si sentiva un po’ un lupo solitario, in mezzo a un miscuglio di visioni, scuole, stili, sfide e slogan.

Così, mosso dal desiderio di scavare oltre la superficie, il Viaggiatore si mise a ricordare ciò che sapeva sull’origine della parola “Yoga”.

Deriva dalla radice sanscrita yuj, che significa unire, legare, aggiogare, un concetto non lontano dal latino iugum e dal tedesco Joch, entrambi significano giogo, lo strumento che tiene insieme due buoi per tirare un aratro.

Unione, dunque, ma unione di cosa?

Unione della mente con il corpo?

Del respiro con il pensiero o dell’Io con qualcosa di più vasto?

Proprio lì, in quel giogo simbolico, il Viaggiatore intuì che forse la vera libertà nasce da un tipo molto particolare di legame.

Non tutte le unioni sono uguali, alcune sono temporanee, come l’acqua che diventa ghiaccio, basta cambiare la temperatura e tornerà a fluire o come l’acqua mescolata al sale, con pazienza si possono separare di nuovo.

Ma c’è un altro tipo di unione, come una goccia che cade nel mare, non puoi più distinguerla, non puoi separarla è diventata mare.  

Forse, pensò il Viaggiatore, è questo il senso più profondo di yoga, non un legame forzato o momentaneo, ma una fusione che dissolve l’idea stessa di separazione.

Il Viaggiatore, non contento di ciò che si ricordava, voleva continuare a scavare e ricercare per confermare le sue idee.

Mentre passeggiava nel villaggio scorse una biblioteca, entrò, il locale era piccolo, polveroso odorava di incenso e tè alla curcuma, il Viaggiatore si mise a rovistare tra i libri non per cercare qualcosa di nuovo, ma per ricordare qualcosa di antico.

Trovò alcuni testi consumati e si mise a leggere avvolto da un magico silenzio.

Gli Yoga Sutra di Patañjali, già nei primi versi, si parlava dello yoga come

“cittā vṛtti nirodhaḥ” il cessare dei flussi mentali non contorsioni, né detox solo silenzio e presenza.

Sfogliando altri volumi lesse commenti di B.K.S. Iyengar, riflessioni di T.K.V. Desikachar, scritti di Swami Satchidananda, maestri importanti della tradizione indiana, scoprì che tutti, pur con approcci diversi, tornavano a quell’unica radice yuj, unire.

Unire il corpo alla mente.  

Unire l’azione alla consapevolezza.  

Unire l’individuo al Tutto.

Il Viaggiatore, hungry n’ foolish, continuava a leggere e rovistare, rovistare e leggere.

Anche nella Bhagavadgītā, testo sacro divenuto nella storia uno tra i più prestigiosi e amati tra i fedeli dell’induismo, Krishna parlava dello yoga come via dell’azione consapevole (karma yoga), via della devozione (bhakti yoga), via della conoscenza (jñāna yoga).

Nessun tappetino richiesto.

In un angolo polveroso della stanza, trovò una copia logora dello Hatha Yoga Pradipika, uno dei principali testi dello Haṭha Yoga, che diceva che lo yoga nasceva per stabilizzare il corpo per permettere alla mente di entrare in stati più profondi.

Anche lì, unione, anche lì, interiorità, anche lì nessuna menzione alle calze antiscivolo.

Il Viaggiatore chiuse il libro e restò a lungo in silenzio.

Nel suo silenzio consapevolizzava che il suo viaggiare, esplorare e ricercare non erano mere perdite di tempo, consapevolizzava che, anche se la strada era ancora molto lunga era sicuramente quella giusta da percorrere.

Una risposta chiara si impresse nella coscienza del Viaggiatore.

Lo Yoga, con la O maiuscola, non era stato inventato per impressionare ma per integrare che la vera postura non era il corpo che si piega, ma l’anima che si fonde con il tutto.

Dopo alcuni giorni passati nel villaggio tra pratiche, ascolti e riflessioni, dopo aver respirato a fondo tra tappetini colorati, posture perfette da social e definizioni di yoga degne di un menu fusion il Viaggiatore, raccolse le sue poche cose e lasciò il villaggio come era arrivato, in silenzio, con passo calmo e sguardo aperto.

Non aveva cercato di convincere nessuno, né si era fatto distrarre troppo dalle voci più forti. Aveva raccolto ciò che poteva, confrontato ciò che sentiva vero, e lasciato andare il resto.

Dentro di sé, le idee erano forse più chiare, ma non per questo più rigide.

Non cambiò idea anzi, se possibile, si convinse ancor di più che chiamare yoga ogni forma di stretching con musica chill-out e pantaloni fluo fosse un po’ come chiamare “filosofia” la lettura dell’oroscopo.

Il Viaggiatore non giudicava, sorrideva continuando Il cammino con ironia, curiosità e un certo amore per le domande scomode… sapendo che il cammino non finisce mai davvero e che ogni passo, se fatto con consapevolezza, è già unione.

Lo yoga, quello vero, era ancora tutto da scoprire.

Mentre lo zaino ondeggiava leggero sulle spalle il Viaggiatore spariva tra gli alberi e un’ultima riflessione lo accompagnava: “Forse nel prossimo villaggio lo yoga lo servono anche con panna montata…”

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Michelangelo Stegani

Michelangelo Stegani

Il viaggiatore silenzioso Una rubrica semiseria di yoga, vita e altre pieghe dell’anima. In un mondo dove anche il silenzio ha bisogno di una buona connessione Wi-Fi, c’è ancora chi cammina piano, ascolta tanto e parla poco. Il viaggiatore silenzioso non insegna, non predica, non vende l’illuminazione in comode rate mensili. Osserva, respira… e ogni tanto racconta. Questa rubrica è il suo diario aperto: una raccolta di riflessioni, scoperte e sorrisi su come lo yoga (e la vita) abbiano bisogno di meno rigidità e più presenza. Una rubrica per chi cerca profondità senza pesantezza, per chi si è chiesto almeno una volta: “Ma io, in mezzo a tutto questo stretching… dove sono finito?” Benvenuti tra le pieghe di una ricerca leggera. miki6975@hotmail.com Cell 3389771638