IL VIAGGIATORE SILENZIOSO. “YAMA & NATURA”. ISTRUZIONI (NON RICHIESTE) DALLA FORESTA

IL VIAGGIATORE SILENZIOSO. “YAMA & NATURA”. ISTRUZIONI (NON RICHIESTE) DALLA FORESTA

C’era una foresta, non una di quelle pettinate per i turisti, ma viva, disordinata e antica.

Il Viaggiatore, curioso, decise di entrare, non cercava nulla in particolare solo ascoltare ciò che la natura aveva da dire.

Albeggiava, il Viaggiatore, fermo sul bordo della foresta, prima di varcarne la soglia fatta di rami piegati dal vento, chinò leggermente il capo, chiuse gli occhi e con un respiro profondo chiese permesso.

Era un gesto antico, semplice, ma potente, domandare alla foresta di poter entrare di essere accolto e magari anche protetto lungo il cammino.

Non si tratta di superstizione ma di rispettodi quell’intimità silenziosa tra chi entra e chi accoglie.

Poi riprese il cammino come chi sa di non essere più solo.

Il suo passo era leggero, quasi in punta di piedi, non per fretta o cautela ma per rispetto. Camminava come se ogni foglia ogni radice ogni insetto avesse un posto preciso nel grande disegno della foresta.

Il Viaggiatore ricordava ciò che aveva letto in un vecchio testo “gli yogi, si dice, camminano con tale leggerezza da non schiacciare nemmeno un insetto”. 

Non è questione di abilità fisica, ma di presenza, di attenzione piena, momento dopo momento.

Il Viaggiatore continuava a camminare, lasciandosi guidare più dall’intuito che dal sentiero.

Il sole era sorto da poco, timido tra i rami alti e La foresta, ancora umida di rugiada, sembrava trattenere il respiro.

Dopo poco trovò una piccola radura, morbida di terra e foglie, si fermò, posò lo zaino, srotolò il tappetino e sorrise era l’ora di praticare.

Il corpo si muoveva con fluidità seguendo il respiro e il canto lontano degli uccelli, gli asana nascevano come onde, una dopo l’altra, senza fretta, non c’era bisogno di perfezione solo presenza, La foresta osservava, e sembrava approvare.

Dopo la pratica lo sguardo del Viaggiatore fu catturato da un albero maestoso, le radici spesse emergevano dalla terra come braccia antiche e la chioma si perdeva nel cielo.

Si sedette lì, ai suoi piedi con la schiena dritta, le mani raccolte in grembo e gli occhi chiusi pronto a meditare.

Con la mente ferma e stabile nel QUI e ORA, il Viaggiatore, si distacco dal mondo esterno dirigendo lo sguardo al suo mondo interiore.

La coscienza osservava i contenuti mentali come quando si guardano le nuvole passare nel cielo, senza cercare nulla, senza volerle fermare, così che, di li a poco, le nuvole scomparirono lasciando la mente come un celo limpido pieno di pace, serenità e silenzio.

La foresta attorno sembrava trattenere ogni suono per non disturbare quel silenzio.

C’era ancora un pensiero che continuava ad occupare quel vuoto, un pensiero ben radicato che sorgeva dalla consapevolezza della coscienza, un’intuizione.

“A che serve contorcersi in forme perfette se il cuore è rigido?” 

Aveva incontrato molti praticanti nel suo cammino, corpi scolpiti, equilibri impressionanti, pose da manuale ma a volte mancava qualcosa, uno sguardo gentile, un respiro onesto un’intenzione limpida.

“Le asana, da sole, non bastano” se non sono sostenute dalle giuste Intenzioni.

Ok… ma cos’è un’intenzione?

L’intenzione è la direzione consapevole che diamo alle nostre azioni, pensieri o parole. 

È ciò che muove da dentro il nostro agire, come una bussola interiore.

Nello yoga e nella vita, l’intenzione non è solo un desiderio o un obiettivo ma una qualità della presenza, è il “perché” che sta sotto il “cosa” facciamo.  

Non sempre si vede da fuori, ma fa tutta la differenza.

Il viaggiatore riemerse lentamente dalla meditazione, Il sole, alto nel cielo, filtrava tra i rami disegnando giochi di luce sul terreno.

Si stiracchiò leggermente, ancora immerso in quello spazio calmo che la pratica gli aveva regalato.

Mentre riprendeva contatto con il corpo e l’ambiente intorno a sé, l’intuizione apparsa durante la meditazione, continuava a risuonare nella testa.

“Gli asana, da soli, non bastano” se non sono sostenute dalle giuste Intenzioni.

Quali sono le giuste intenzioni? Dove le trovo? Come posso dargli corpo e significato? Come le metto in atto? Come può la pratica degli asana venirmi in aiuto?

Mentre Il Viaggiatore si interrogava improvvisamente cominciò a sorridere e capire, non c’era bisogno di viaggiare lontano per trovare risposte, erano li, ai suoi piedi, incise sulle radici secolari e contorte del grande albero.

“Gli Yama” sono come le radici, non sono semplici regole etiche, sono le vere intenzioni yogiche, i semi da cui tutto il resto prende forma, senza di loro nessun albero può stare in piedi, nessun fiore può sbocciare, invisibili agli occhi ma essenziali.

Puoi avere le posizioni più spettacolari, il respiro più preciso ma senza quelle radici “senza Ahimsa, Satya, Asteya, Brahmacharya, Aparigraha” lo yoga è solo forma vuota.

Il Viaggiatore, cominciò a ricordare ciò che sapeva a proposito degli Yama.

Ahimsa, La non violenza, non solo evitare colpi e urla, ma anche smettere di nutrire pensieri aggressivi verso gli altri o se stessi.

Come camminare nella foresta senza calpestare, così vivere senza ferire.

Poi Satya, la verità, non quella urlata, ma quella vissuta, essere autentici, coerenti non nascondersi dietro ruoli o frasi fatte.

Il Viaggiatore sorrise pensando a quante volte aveva detto “va tutto bene” quando non era vero.

Poi ancora Asteya, il non rubare, non solo oggetti ma tempo, attenzione, energia.

Quante volte si prende qualcosa che non è nostro solo per insicurezza?

Brahmacharya, la rinuncia, l’uso consapevole dell’energia vitale.

Non una rinuncia, ma una scelta, orientare l’energia dove serve davvero.

Infine Aparigraha, il non attaccamento, non accumulare, non aggrapparsi nemmeno alle idee. Come foglie che cadono quando è tempo, anche noi possiamo lasciar andare.

Benissimo, si ripeteva, chiariti questi concetti, come li traduco in intenzioni?

Come imprimerli nell’intelligenza del copro, così che, gli Yama, possono fiorire, maturare e donarci i frutti che nutriranno il nostro Sé, lungo il cammino verso lo Yoga.

Come fonderle alla pratica degli asana?

Il Viaggiatore rimase in silenzio, osservando le radici dell’albero.

L’aria era immobile, eppure sembrava vibrare di una presenza sottile, fu allora che qualcosa, non un suono o una voce, ma una sensazione profonda, parve emergere dalla foresta stessa.

Una voce saggia, antica, come sussurrata dal vento tra le foglie gli parlò:

“Non cercare fuori ciò che nasce dentro: Le tue posture, il tuo respiro… sono solo rami.

Le vere intenzioni crescono nel profondo.

Gli Yama, viaggiatore, non sono regole da seguire, sono semi, Intenzioni yogiche, se li pianti con cura la tua pratica fiorirà autentica.”

Il Viaggiatore ascoltò con il cuore più che con le orecchie e comprese.

Non era solo un praticante che si muoveva sul tappetino o sulla terra umida del bosco era colui che coltiva:

Ahimsa, Intenzione di ascolto e rispetto. 

Nella pratica entro ed esco dalle posizioni con gentilezza, senza forzare.

Ahimsa è scegliere la variante dell’asana che nutre, non quella che dimostra.

Satya, onestà con sé stessi.

Osservo ciò che c’è, senza mascherarlo, ammetto che oggi il corpo è stanco e la mente è distratta.

La verità si manifesta nel respiro, non fingere stabilità se non c’è.

Asteya, gratitudine e non appropriazione. 

Non rubo energia o tempo a me stesso né agli altri.

Non rubo il presente cercando di ottenere la postura “perfetta”.

Brahmacharya, uso consapevole dell’energia nell’equilibrio.

Distribuisco l’energia con intelligenza, non spreco forza nelle tensioni inutili.

Uso solo ciò che serve per restare stabile e comodo, senza esaurirmi.

Aparigraha, Intenzione nel Lasciare andare.

Non mi aggrappo al risultato o alla prestazione.

Entro nell’asana per viverla non per dimostrarla, lascio andare il bisogno di controllo mi affido al flusso.

Seduto ai piedi dell’albero, un po’ intorpidito, ma soddisfatto, il Viaggiatore si concesse un’ultima riflessione prima di uscire dalla foresta.

“Yama”, pensò, “non sono mica una lista di regole da attaccare sul frigo dello yogi modello”.

No, erano più come promemoria scritti sul tronco del buon senso.

Ahimsa gli aveva sussurrato: “Sii gentile, anche quando sbatti contro un ramo” 

Satya gli aveva ricordato che anche nella posizione del guerriero si può essere sinceri… soprattutto quando si è più simili a un fenicottero stanco. 

Asteya l’aveva fatto ridere: “Rubare la posa dell’insegnante non ti farà illuminare prima” 

Brahmacharya? Aveva capito che dosare l’energia non significa trattenere il respiro fino a svenire. 

Aparigraha, be’, imparare a lasciar andare anche l’attaccamento all’idea che non avrebbe mai toccato terra con i talloni nel cane a testa in giù.

Con un sorriso ironico e il tappetino ormai impolverato, il Viaggiatore comprese che gli Yama erano come le radici della foresta, non si vedono, ma se non ci sono, tutto crolla. 

E mentre si alzava scricchiolando più del sottobosco, pensò: “Forse questa foresta è più saggia di tanti manuali”

Era ora di uscire, in punta di piedi, come era entrato.

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Michelangelo Stegani

Michelangelo Stegani

Il viaggiatore silenzioso Una rubrica semiseria di yoga, vita e altre pieghe dell’anima. In un mondo dove anche il silenzio ha bisogno di una buona connessione Wi-Fi, c’è ancora chi cammina piano, ascolta tanto e parla poco. Il viaggiatore silenzioso non insegna, non predica, non vende l’illuminazione in comode rate mensili. Osserva, respira… e ogni tanto racconta. Questa rubrica è il suo diario aperto: una raccolta di riflessioni, scoperte e sorrisi su come lo yoga (e la vita) abbiano bisogno di meno rigidità e più presenza. Una rubrica per chi cerca profondità senza pesantezza, per chi si è chiesto almeno una volta: “Ma io, in mezzo a tutto questo stretching… dove sono finito?” Benvenuti tra le pieghe di una ricerca leggera. miki6975@hotmail.com Cell 3389771638