IN VETTA ALLE BUONE ABITUDINI (SENZA INCIAMPARE NEI CUSCINI)
Sul cammino dei niyama, tra disciplina, purezza e qualche crampo
La ricerca sulla via dello yoga non finisce mai, ogni risposta apre nuove domande, ogni intuizione invita a un passo successivo.
Il nostro Viaggiatore, dopo aver camminato in punta di piedi tra gli alberi e i pensieri della foresta, sentì che il tempo degli Yama era compiuto, quelle radici etiche avevano attecchito.
Ora sentiva il bisogno di salire, letteralmente, il sentiero era uno solo e si districava lungo il versante di un’alta montagna
Il Viaggiatore proseguì il suo cammino, cosciente del fatto che, per nutrire la sua instancabile curiosità di imparare doveva continuare ad esplorare, camminare; non poteva certo farsi fermare da una montagna.

Il sentiero si arrampicava dolcemente tra rocce antiche e pini silenziosi più il Viaggiatore saliva, più il sentiero diventava stretto e sconnesso, l’aria più rarefatta, i passi più lenti.
Nessuno a cui sorridere, nessuno da evitare solo lui, il fiato, e qualche stambecco per nulla impressionato dalla sua ricerca interiore.
Dopo una lunga ascesa e alcune curve tra le rocce il sentiero sfociò in un piccolo pianoro sospeso tra cielo e valle, lì, incastonato tra le pietre e gli abeti, un minuscolo eremo si lasciava trovare come un segreto sussurrato dalla montagna.
L’aria tiepida della primavera inoltrata profumava di terra e fiori selvatici, mentre il sole scendeva lento dietro le cime, colorando tutto d’oro e di silenzio.
A riceverlo non c’è un saggio burbero o un maestro barbuto ma una coppia indaffarata in piccole faccende quotidiane, lui sistemava la legna per la sera, lei curava un orto rigoglioso di erbe e verdure di stagione, i loro occhi sorridevano più della bocca, e i loro gesti erano quelli di chi ha fatto della presenza silenziosa una forma d’amore.
La coppia lo accoglie con un sorriso caldo e silenzioso.

Dopo avergli offerto un po’ d’acqua fresca e un posto dove poggiare il suo zaino, lo osservano con curiosità gentile.
«Da dove vieni?» chiede lei.
«E dove stai andando?» aggiunge lui, accennando un sorriso sereno sotto i baffi grigi.
Il Viaggiatore sorrise e disse: “Ah, la domanda classica: da dove vieni e dove vai? Sinceramente, non ho un dove preciso da cui vengo, né un luogo specifico verso cui sto andando, sono un viaggiatore per scelta, un curioso per natura.
Viaggio alla scoperta dello yoga, perché più lo pratico e più mi rendo conto di quanto poco so, sono attratto dal profondo delle cose, dalle sfumature e dalle complessità che si celano dietro ogni pratica, ogni concetto.”
Con semplicità e calore, la coppia si presentò al viaggiatore come marito e moglie.
Gli offrirono un sorriso, un posto accanto al fuoco e, con gentilezza discreta, lo invitarono a fermarsi per la notte.

“La giornata è quasi finita” disse lui, “E in montagna il buio arriva in fretta” aggiunse lei, con lo sguardo rivolto al cielo che si tingeva di viola.
La coppia lo invitò a entrare nell’eremo, l’aria era silenziosa e intrisa di incenso.
Prima della cena, dissero, è consuetudine condividere un momento di meditazione.
Lo guidarono in una piccola sala semplice ma accogliente, pavimento in legno levigato, cuscini disposti in cerchio, una finestra affacciata sulla valle, da cui filtravano gli ultimi raggi dorati del sole. In un angolo, una candela accesa tremolava lieve, come a ricordare che il silenzio può essere il più grande insegnante.

Il viaggiatore e i suoi ospiti si accomodarono sui cuscini, lasciando che il corpo trovasse la sua quiete, le schiene si raddrizzarono, gli sguardi si abbassarono e il respiro cominciò a scandire il ritmo della presenza.
Fuori, il sole completava il suo tuffo dietro le montagne, mentre dentro, nella luce fioca della candela, i tre amici si prepararono a incontrare il silenzio.
La cena fu semplice ma nutriente, una zuppa calda di lenticchie, pane fatto in casa e verdure dell’orto, servite con la calma e la cura tipica di chi ha rispetto per ogni gesto.

Dopo qualche sorso d’acqua e un sorriso riconoscente, fu il Viaggiatore a rompere il silenzio, con quel suo tono riflessivo ma leggero:
“Sapete, questa mattina ho sostato nella foresta ai piedi della montagna, ho praticato e meditato a lungo sotto un grande albero e, mai come prima, ho percepito il significato profondo di Yama, le giuste intenzioni yogiche. La foresta, con la sua antica saggezza, è stata rivelatrice; camminando sul sentiero che mi ha condotto qui pensavo: se gli Yama sono come radici, forse i Niyama sono ciò che nutre il tronco, ciò che cresce verso l’alto… una sorta di disciplina interiore, ma confesso che alcune cose mi sfuggono ancora.”
La donna appoggiò la ciotola sul tavolo e annuì:
“Una bella immagine; si, i Niyama sono come il nutrimento del nostro albero interiore. Riguardano la relazione con noi stessi, a volte ci concentriamo tanto su ciò che non dobbiamo fare, gli Yama, che dimentichiamo quanto sia importante anche coltivare ciò che ci sostiene.”
Il marito aggiunse sorridendo: “Un po’ come questa zuppa… se non c’è il sale giusto, anche gli ingredienti migliori non si amalgamano, i Niyama sono quel “sale”, invisibile ma essenziale, ci ricordano che pulizia, contentezza, impegno, introspezione e fiducia sono pratiche vive, non concetti astratti.»
Il Viaggiatore annuì, incuriosito e grato: “Quindi si tratta di coltivare dentro ciò che vogliamo portare fuori come tenere in ordine la casa prima di invitare ospiti, ma nel nostro caso… l’ospite è la consapevolezza.”
Risero tutti e tre e, nel silenzio che tornò naturale, le ciotole si svuotarono piano mentre le prime stelle facevano capolino fuori dalla finestra.
Al termine della serata, con lo sguardo sereno e un sorriso caloroso, gli ospiti invitarono il Viaggiatore a restare anche il giorno seguente.
“Se ti fa piacere,” disse il marito, “domani potremmo mostrarti ciò che abbiamo compreso e realizzato dei Niyama, in questi anni vissuti nella quiete di questo eremo.”
Il Viaggiatore annuì grato, già curioso di scoprire come quei principi si fossero radicati nella vita semplice e intensa di chi aveva scelto il silenzio e la montagna.
Il mattino seguente si aprì con la luce morbida che filtrava tra le assi di legno dell’eremo. La montagna si stiracchiava lentamente, e il Viaggiatore, accolto dal profumo del tè e dal rumore del fuoco acceso, si preparò a una nuova giornata.
Dopo la pratica silenziosa del mattino, i due ospiti lo invitarono a seguirli fuori, tra orti e sentieri.
Senza troppi preamboli, cominciarono a condividere frammenti della loro vita, non come insegnanti, ma come chi ha imparato vivendo.
Parlavano della bellezza di prendersi cura delle piccole cose della terra, del corpo, della casa come forma di pulizia non solo esteriore, ma mentale.
La purezza, dicevano, comincia nei pensieri e si riflette nei gesti più semplici questo per noi è il significato di shaucha.
Mentre camminavano, raccontavano di come avessero imparato, nel tempo, a sentirsi completi in ciò che avevano, senza inseguire costantemente ciò che mancava.
“Qui,” disse lei: “se la pasta per il pane non lievita bene…è lo stesso. “Se oggi piove e non andiamo nell’orto,” ribatté lui “pazienza, la gratitudine è diventata quasi una postura quotidiana.”
Il viaggiatore pensò che era un modo meraviglioso di accettare ciò che accadeva, di accontentarsi, quale esempio più calzante per santosha
Il lavoro quotidiano era semplice, ma richiedeva presenza.
“Tagliare legna, coltivare l’orto, stare nel silenzio quando vorresti parlare… a volte è questo il vero fuoco che purifica,” commentò lui ridendo, spolverandosi le mani dopo aver sistemato delle pietre e aggiunse: “tapas, il fuoco interiore, la disciplina non si fortifica solo perché meditiamo o pratichiamo asana ma perché affrontiamo le sfide quotidiane senza procrastinare, non dico, oggi non lo faccio perché tanto l’ho fatto ieri, lo faccio e basta con gioia, attenzione e impegno”
Svadhyaya, lo studio del Sé, non lo ottenevano dalla lettura dei testi sacri ma nell’ascolto delle proprie reazioni, dei pensieri che sorgono tra una faccenda e l’altra.
“Ogni giorno,” disse lei, “è una pagina bianca dove possiamo leggere noi stessi.”
Infine, c’era quel senso silenzioso di fiducia nel fatto che non tutto dovesse essere controllato, Ishvarapranidhana, l’abbandono al divino, che nella loro vita era la fiducia silenziosa nel ritmo della natura, nell’ordine che si manifesta anche nel caos apparente.
“Ogni volta che abbiamo provato a forzare la vita, lei ci ha riportati con i piedi per terra,” disse lei. “Ora ci limitiamo ad affidarci un po’ di più, non per fede cieca, ma per umile osservazione.”
“Col tempo,” concluse il marito, “ci siamo accorti che non siamo noi a sostenere la vita, ma è la vita che ci sostiene.”
Il Viaggiatore ascoltava, non prendeva appunti, quelle parole non erano da studiare, erano da vivere.
Quella sera, dopo la meditazione, la luce del tramonto entrava tiepida nella sala silenziosa, nessuno parlava, ma nell’aria si respirava una calma condivisa, fatta di presenza e gratitudine.
La cena fu semplice e gustosa accompagnata da risate leggere e riflessioni gentili.
La serata si concluse accanto al fuoco, tra tisane fumanti e racconti sussurrati, come vecchi amici che non avevano fretta.
Al mattino, l’ultima meditazione insieme fu un momento sospeso, senza parole né intenzioni, solo respiro e silenzio.
Dopo una colazione ricca e colorata, venne il momento dei saluti, il Viaggiatore abbracciò i suoi ospiti con gratitudine sincera, non servivano molte parole si era condiviso qualcosa di vero.
Con passo leggero e zaino sulle spalle, riprese il cammino, non aveva mappe ma sentiva che il cuore, ora più ricco, gli avrebbe indicato la via.

