L’ABUSO NON È SEMPRE EVIDENTE. QUESTA È LA MIA STORIA
Lettera arrivata sulla mail di segnalazioni di Simone Iodice
Ci sono storie che fanno fatica a uscire, che restano sepolte per anni sotto il peso della vergogna, della paura e del silenzio. Ma a un certo punto, arriva il momento in cui quel dolore non può più essere ignorato.
“Questa è la mia storia. Mi chiamo N. L. e sono di Paola in Provincia di Cosenza.
Non la racconto per suscitare pietà, ma perché credo che parlarne sia il primo passo per liberarsi e, forse, aiutare qualcun altro a farlo.
Cresciamo con l’idea che la famiglia sia il luogo più sicuro, quello in cui puoi sentirti protetto e amato. Ma non sempre è così. Mio zio, una persona che avrebbe dovuto essere un punto di riferimento, ha invece approfittato della mia fiducia, della mia ingenuità e del suo potere su di me.
L’abuso non è sempre evidente. A volte si insinua lentamente, sotto forma di parole, gesti ambigui, attenzioni non richieste. Poi arriva il momento in cui capisci che ciò che sta accadendo è sbagliato — ma sei paralizzata dalla paura, dalla confusione, dalla convinzione che nessuno ti crederebbe.
Il silenzio e la vergogna
Per molto tempo ho taciuto. Perché mi vergognavo. Perché pensavo che fosse colpa mia. Perché temeva le reazioni della mia famiglia. L’abuso, oltre a lasciare segni sul corpo o nella memoria, ti distrugge dentro, ti toglie il senso di identità, ti fa sentire sporco, sbagliata.
Il momento della svolta
Un giorno ho deciso di parlarne. Non è stato facile, ma è stato necessario. Ho trovato persone che mi hanno ascoltata, creduta, aiutata. Ho iniziato un percorso di guarigione che è ancora in corso, ma che mi ha già insegnato una cosa fondamentale: non è mai colpa della vittima. Mai.
Perché ne parlo
Parlo oggi perché voglio che chi sta leggendo e si trova in una situazione simile sappia che non è solo. Che ha il diritto di farsi ascoltare. Che esiste una via d’uscita. E che la colpa è sempre e solo di chi fa del male, mai di chi lo subisce.
Raccontare la mia storia è una forma di liberazione. Ma è anche un atto di denuncia. Perché il silenzio protegge solo chi fa del male. Parlare, invece, può cambiare le cose. Se hai vissuto o stai vivendo qualcosa di simile, ti prego: parlane. Non aspettare. Non lasciare che il dolore ti consumi in solitudine.”
N. L.

