ESSERE GENITORI: IL MESTIERE PIÙ DIFFICILE DEL MONDO. QUANDO PROTEGGERE I PROPRI FIGLI DIVENTA UN RISCHIO PER LA VITA
Che essere genitori sia il mestiere più difficile del mondo lo sapevamo, e anche Freud lo aveva intuito. Ma che, con il tempo, proteggere i propri figli potesse diventare un rischio per la propria vita, fino a perderla, nessuno lo avrebbe mai immaginato.

Un genitore cresce, educa e cerca di garantire ai propri figli tutto ciò di cui hanno bisogno, con gli strumenti e l’amore che possiede. Spesso afferma che darebbe la vita per un figlio, forse senza rendersi conto di quanto questa possibilità sia diventata drammaticamente reale.
Negli ultimi mesi la cronaca ci ha raccontato di padri che hanno perso la vita o rischiato di perderla per difendere i propri figli. Penso a Diomede Barchiesi, morto in provincia di Chieti dopo essere intervenuto per difendere il figlio diciottenne, e al padre aggredito sabato 10 ottobre al Vomero, a Napoli, mentre cercava di proteggere le sue due figlie minorenni dalle molestie di un gruppo di ragazzi. Un uomo che ha rischiato di perdere una gamba, riportando lesioni gravissime.
Vicende dolorose, che vanno oltre la cronaca e ci obbligano a fermarci e a porci una domanda: dove vogliamo arrivare?
Cosa deve accadere ancora perché ci rendiamo conto della gravità di una violenza che sembra esplodere per noia, per mancanza di rispetto, per sentirsi importanti o per dimostrare al gruppo di essere più forti? Come si può arrivare ad accanirsi su una persona a terra, senza riuscire a fermarsi, senza empatia e senza riconoscere il valore della vita altrui?

Se amo e rispetto i miei genitori, come posso fare del male a quelli degli altri?
Comprendere i meccanismi che portano alcuni ragazzi a comportarsi in questo modo non significa giustificare le loro azioni. Significa provare a capire che cosa stia accadendo e trovare soluzioni perché simili episodi non si ripetano.
I bambini e i ragazzi hanno bisogno di amore, ma anche di regole, confini e qualche no che li aiuti a crescere. Hanno bisogno di adulti capaci di educare, di famiglie sostenute quando sono in difficoltà, di una scuola con cui collaborare e non da combattere. Servono sostegno psicologico, un lavoro condiviso tra genitori e insegnanti e istituzioni presenti, capaci di intervenire e di garantire conseguenze adeguate alla gravità di certi comportamenti.
Non possiamo continuare con una guerra tra adulti che si accusano a vicenda, mentre viene meno un’alleanza educativa fondamentale. La responsabilità riguarda tutti noi.
Forse dobbiamo tornare a chiederci che cosa significhi davvero educare. Non basta amare i propri figli, proteggerli e cercare di dare loro tutto. Bisogna anche insegnare loro a rispettare i limiti, a gestire la rabbia, ad accettare le frustrazioni e a comprendere che ogni azione ha delle conseguenze.
La vera forza non è colpire, ma sapersi fermare. Non è dimostrare di essere più forti, ma avere il coraggio di rispettare gli altri.
Un padre dovrebbe poter difendere le proprie figlie senza rischiare la vita. E noi adulti non possiamo limitarci a indignarci per qualche giorno, per poi dimenticare tutto fino al prossimo episodio.
Dobbiamo chiederci che cosa possiamo fare, insieme, per impedire che la violenza diventi normale e per aiutare questi ragazzi a crescere, senza mai dimenticare chi ne subisce le conseguenze.
Perché una società civile si riconosce anche dalla capacità di educare al rispetto, proteggere le persone e non considerare mai la violenza qualcosa di normale.

