ORIENTE/OCCIDENTE. SCONTRO O INCONTRO

ORIENTE/OCCIDENTE. SCONTRO O INCONTRO

Senza la pretesa di essere in grado di interpretare la complessità del mondo attuale ma, nel rispetto della funzione glocalista che mi sono prefisso per il mio contributo a Ischiapress, vorrei coinvolgere i lettori nel tentativo di decifrare- quantomeno – le opzioni di fondo, di fronte alle quali ci pone il panorama internazionale. A Torino, nei prossimi giorni, non ci sono soltanto le APT Finals di tennis, con Simmer e Djokovic ma, dal 30 novembre al 3 dicembre, si svolgerà il Festival del Classico, a cura del filologo Luciano Canfora e del linguista Ugo Cardinale. E’ la sesta edizione, ma quel che maggiormente attira la mia attenzione è il tema scelto per quest’anno: Oriente/Occidente. Miti, geografia, letteratura ci aiuteranno a capire i motivi di conflittualità tra le due civiltà. Nel frattempo, però, avvaliamoci di qualche lettura che ci aiuta a comprendere. Secondo Federico Rampini, saggista e corrispondente dall’estero per il Corriere della Sera, la guerra in medio oriente sta incendiando le piazze occidentali. Con molti cortei anti Israele, soprattutto “per la crescente presenza in Occidente di comunità d’immigrati di origine araba o di fede islamica, che esercitano un condizionamento nuovo all’interno delle nazioni occidentali, con particolare riferimento a Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Germania (Corriere della Sera del 10 novembre). E Rampini non sottace la convinzione che i vari Biden o Macron trattano con morbidezza queste manifestazioni anti Israele per convenienze elettorali interne. Ma è proprio così? Ed è proprio vero che la cultura occidentale è sempre stata superiore a quella orientale e che, dato il netto divario tra le due culture, esse sono inconciliabili? Voglio segnalare due testi che possono aiutarci a capire: “Occidentalismo – L’Occidente agli occhi dei suoi nemici” scritto da Ian Buruma, esperto internazionale delle culture orientali e Avishai Margalit, filosofo della Politica presso l’Università di Gerusalemme e il libro “ La sfida americana”  (testo del 1969- ed.Longanesi) di Jean Jacque Servan-Schreiber, giornalista, uomo politico, scrittore, ministro con Jacques Chiraq. Incominciamo da quest’ultimo. La prefazione al libro è di Ugo La Malfa. La tesi del libro è che l’Europa che, agli inizi del 1900, dominava la scena del mondo con la sua cultura, la sua scienza, la sua economia, in pochi decenni è decaduta, soprattutto a seguito di due guerre sciagurate. Non era mai accaduto che una grande civiltà crollasse in così poco tempo. Le grandi civiltà dell’Oriente, la civiltà greca, quella romana, l’impero britannico sono decadute dopo un tempo molto più lungo. Servan Schreiber riteneva (nel 1969) che fosse doveroso per l’Europa impegnarsi a recuperare il ruolo perduto e, per lui, c’era un solo modo: prendere esempio dalla civiltà americana, dinamica, nuova, all’avanguardia tecnico-scientifica. Ecco perché il titolo “La sfida americana”. Naturalmente Schreiber è ben consapevole che il vantaggio americano è dato dai grandi spazi geografico-amministrativi, garantiti dalla Federazione statunitense, mentre l’Europa era ed è lontana da una federazione e non è nemmeno una Confederazione di Stati. Occorre un nuovo potere federale che superi i nazionalismi esasperati. Operazione questa che doveva essere la grande battaglia della sinistra, ma di una sinistra deideologizzata, concreta, innervata nei problemi reali dei popoli, capace di rendere autonoma l’Europa, anche dall’America, dopo averne copiato dinamismo ed efficacia. E veniamo al libro “Occidentalismo”. Ian Buruma, olandese di nascita, ha vissuto molti anni in Giappone e ci racconta che, nel luglio 1942, sette mesi dopo Pearl Harbur, si riunì a Kyoto un gruppo di intellettuali giapponesi che si prefiggevano di lottare la modernità proveniente dall’America, che minacciava l’integrità della cultura spirituale orientale. Si giustificava così la guerra all’Occidente, ritenuto dannosa civiltà materialista. E pensare che, dalla metà dell’ottocento fino al 1920, il Giappone aveva diligentemente assorbito tutto ciò che era la cultura industriale e civile dell’America. Il fenomeno di acculturazione occidentale del Giappone era stato così veloce ed invasivo che, ad un certo punto, provocò il rigetto, come avviene per qualsiasi corpo estraneo. Quindi gli autori del libro per “occidentalismo” intendono il quadro falsificato che l’Oriente si è fatto su un occidente considerato disumanizzato, corruttore di costumi e propalatore di materialismo. Per il mondo islamico ed orientale, l’America costituisce una civiltà senza radici, cosmopolita, superficiale, ossessionata dalle mode. Ma, anche all’interno dell’Europa, importanti intellettuali (Heidegger, ad esempio) furono acerrimi nemici di quello che Heidegger chiamava “amerikanismus”. E, per largo tratto, agli occhi degli orientali, “Occidente” è equivalso a “Stati Uniti”.  “Con questo libro – è l’affermazione degli autori – non intendiamo né unirci alla guerra globale al terrorismo né demonizzare gli attuali nemici dell’Occidente. Vogliamo piuttosto dimostrare che i santi guerrieri di oggi non sono vittime di una misteriosa patologia bensì motivati da idee che hanno una storia, che non è delimitata da confini geografici. L’occidentalismo può spuntare dovunque, anche in Europa”. Per Buruma e Margalit, “capire non vuol dire giustificare, così come perdonare non significa dimenticare, ma se non comprendiamo l’origine dell’odio verso l’Occidente, non possiamo sperare di fermare la distruzione dell’umanità Questo veniva scritto nel 2004, 20 anni fa. Ma non vi sembra ancora attuale e attagliato agli eventi bellici in corso in medio oriente?”.

Ultima considerazione: noi occidentali oggi lamentiamo un affievolimento della nostra identità e cultura, che sembra piegarsi a orientamenti e comportamenti arabo-islamici, ma – come abbiamo visto – prima ancora di ciò, le culture orientali si sono lamentate del fenomeno inverso, ovvero dell’acculturazione e corruzione dei costumi e tradizioni orientali ad opera dell’occidente. Forse dovremmo comprendere che ci sono aspetti positivi e negativi in tutte le diverse culture e che ci può essere un modo virtuoso di integrarle e incrociarle, selezionando il meglio di ciascuna.

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Franco Borgogna

Franco Borgogna

Giornalista "glocal" e' la mia ambizione, un indagatore della società locale, consapevole che Ischia e' parte di un mondo dai confini vasti e che ciò che succede nel mondo globale si riverbera sull'isola così come le sorti del patrimonio naturale e culturale di Ischia riguardano il mondo intero.