ESSERE CHIESA IN USCITA. LA VEGLIA MISSIONARIA DIOCESANA A FONTANA CON IL VESCOVO CARLO
Angelo Di Scala
«La prima chiesa missionaria è la famiglia. E le prime chiese missionarie sono le nostre case». È partito da questa profonda consapevolezza il cuore dell’omelia-testimonianza del vescovo Carlo, che ha presieduto la veglia di preghiera missionaria della diocesi di Ischia, celebrata lunedì 26 ottobre nella parrocchia di Santa Maria della Mercede a Fontana, in occasione della centesima Giornata Missionaria Mondiale.

In un clima di intenso raccoglimento, scandito dai momenti di ascolto della Parola, dalle litanie e dai segni missionari portati all’altare, la celebrazione si è trasformata in un autentico dialogo a cuore aperto tra il Pastore e la comunità. Accogliendo l’invito a fare da “testimone” di quel momento, il Vescovo ha ripercorso la propria storia di fede, interrogandosi su cosa significhi realmente vivere la dimensione missionaria nel tessuto di tutti i giorni.

Il cammino di fede del Vescovo affonda le sue radici nella famiglia e nei genitori, che per primi lo hanno accompagnato e sostenuto nei momenti di difficoltà e nelle tappe della crescita spirituale. Una vocazione cresciuta e plasmata anche nel mondo dei giovani e dello scautismo – la sua estrazione originaria – e nutrita da due pilastri fondamentali: la scoperta della bellezza di Dio attraverso la natura (anticipando lo sguardo che oggi Papa Francesco ci consegna nell’enciclica sul creato) e la presenza viva dei fratelli e delle sorelle con cui condividere il cammino ecclesiale. Pensando proprio ai nostri giovani, alle comunità parrocchiali e ai ragazzi che incontriamo ogni giorno, il Vescovo ha sottolineato come questi ambienti siano i primi luoghi in cui la Chiesa è chiamata ad essere missionaria.

Un segno tangibile di questo impegno è arrivato proprio dai ragazzi del Post-Comunione della parrocchia di San Sebastiano, di Forio, che hanno arricchito la veglia portando uno splendido cartello dal titolo eloquente: «La missione comincia dai piccoli gesti». Intorno al disegno del mondo, le sagome colorate delle loro mani custodivano parole chiave che sono il volto concreto della testimonianza cristiana: incontrare, aiutare, donare, condividere, visitare, abbracciare, sorridere, perdonare, ascoltare. Gesti semplici ma rivoluzionari, che ricordano come la testimonianza del Vescovo trovi riscontro immediato nel cammino dei più giovani.
Richiamando la figura di Santa Teresa di Lisieux, patrona delle missioni pur non essendo mai uscita dal suo convento, il Vescovo ha ricordato che l’essenza dell’essere missionari non risiede unicamente nel percorrere distanze geografiche, ma nella capacità di custodire nel cuore l’identità di una Chiesa che o è missionaria, o semplicemente non è Chiesa.

Tutta la comunità è chiamata ad annunciare il Vangelo; e se i missionari che partono per terre lontane compiono una scelta radicale lasciando la propria terra d’origine, il vero annuncio parte inevitabilmente dai contesti in cui viviamo: dalle nostre famiglie, dalle parrocchie, dalle relazioni quotidiane e dai luoghi di studio e lavoro. La prima terra di missione è il nostro cuore e lo spazio in cui ci muoviamo ogni giorno.
Al centro della riflessione c’è stata anche la grande sfida dell’unità della Chiesa, richiamata dal tema della Giornata: essere “uno in Cristo, uniti nella missione”. Non può esserci annuncio credibile del Vangelo laddove prevalgono divisioni, chiusure e indifferenza.
A suggellare questo messaggio, il Vescovo ha condiviso un episodio toccante ascoltato, da ragazzo, durante una vacanza estiva sul litorale Domizio, raccontato da un sacerdote oblato di Maria Immacolata reduce da una missione in Africa. Quel sacerdote raccontò di essere entrato in un villaggio e di aver notato una capanna isolata all’estremità, dove gli abitanti deponevano il cibo in una ciotola lasciata all’esterno per una persona malata di lebbra, considerata contagiosa. Senza esitare, il missionario si diresse verso quella capanna e iniziò a dialogare con lui. Dopo una settimana, fu proprio il lebbroso a rivolgersi al missionario dicendogli: “Senti, mi vuoi parlare di Gesù?”. E alla domanda sbigottita del missionario su come facesse a sapere chi fosse, la risposta ha svelato il senso di tutto: “Perché in tutto il villaggio, tra tutte le persone che sono qui, è solo Gesù che ti può aver dato quell’amore per essere qui con me”.
Da questo racconto emerge il filo conduttore della serata: un annuncio del Vangelo che passa attraverso la vita prima che attraverso le parole. Saper ascoltare, tendere la mano, perdonare e costruire la pace nella propria famiglia e nella comunità parrocchiale significa farsi specchio dell’amore trinitario.
La veglia di Fontana si è così conclusa lasciando nei cuori dei presenti un mandato chiaro e urgente: riscoprire la bellezza di essere discepoli e testimoni credibili, capaci di spalancare le porte della propria vita per portare la gioia del Vangelo a partire dai confini di casa propria.

