Il giardino segreto
Il mistero del tempio di Iside a Napoli
Premessa
Il presente lavoro è inedito con il quale desidero rendere omaggio gli amici della redazione di “Ischia Press”, e in particolar modo Graziano Petrucci, amico prezioso di vecchia data, egli stesso appassionato ricercatore di storia e simbologia. Pertanto, trattandosi di uno studio ancora in itinere, molte ipotesi non sono state confermate da documenti ma si basano comunque su osservazioni coerenti basate fonti storiche, studio comparato dell’araldica, studio delle famiglie patrizie di Napoli, e in particolar modo di quelle pertinenti all’antico Seggio di Nido o Nilo, il quadrilatero racchiuso entro i loro palazzi aviti, che custodisce un segreto millenario.
È noto che a Napoli, nella “Regio nilensis”, l’attuale zona che si estende, in modo approssimato, dall’area compresa dal conservatorio di San Pietro a Maiella fino alla Pietrasanta, che percorre fino ai pressi della Chiesa monumentale di Sant’Angelo a Nilo, in epoca alessandrina vi si trovasse il tempio dedicato alla dea Iside. E testimonianza della sua presenza è senz’altro la cavea sotterranea di Santa Maria della Pietà, la Cappella gentilizia dei Sangro di Sansevero. In essa Raimondo Maria di Sangro, VII principe del Casato, vi avrebbe voluto sistemare la statua del Cristo Velato di Giuseppe Sammartino.
La domanda che si sono posti molti studiosi interessa l’effettiva estensione dell’edificio sacro.
Secondo Bartolomeo Capasso [1] , il primo che ci narra dell’esistenza di un muro di laterizio sotterraneo proprio a ridosso di Sant’Angelo a Nilo, questo tempio doveva essere abbastanza esteso. E non come qualcuno, senza evidentemente aver letto il massimo esperto della Napoli greca, sostiene, che cioè possa avere le dimensioni simili a quelle dell’Iseo di Pompei, un tempietto poco più grande di un cubicolo.
Le prove di un’estensione ragguardevole
dell’edificio e che fanno pensare al perimetro di una o più insulae, le ho dedotte sia dalle
testimonianze bibliografiche in merito, sia dalle tracce scritte in una sorta
di codice complesso che si articola tra l’iconografia esoterica, l’araldica, la
genealogia.
Infatti, tra San Pietro a Maiella, passando per la
Basilica della Pietrasanta, l’annessa cappella Pontano e scendendo fino alla
basilica di San Domenico Maggiore (continuando in senso longitudinale su via
Benedetto Croce, fino a chiudere il quadrilatero con la statua del dio Nilo) s’incrociano
le storie e i possedimenti di molte potenti famiglie
[1] Capasso Bartolomeo, “Napoli greco-romana” – Napoli 1905
Tutte imparentate tra loro che si avvicendarono nella presidenza del Seggio di Nilo, alternandosi di solito in un ambito di quattro o cinque tra queste: i Sangro, i Gaetani dell’Aquila d’Aragona, i Brancaccio, i Pignatelli e i Caracciolo. Come si vede nelle figure, almeno tre delle famiglie menzionate hanno stemmi ricalcanti gli stessi colori e decorazioni perché appunto imparentate tra loro.

Figura 1 – Lo stemma della Famiglia Gaeteani dell’Aquila d’Aragona


In tutti e tre gli stemmi araldici vi è la suddivisione in bande azzurre e dorate dei Gaetani (fig. 1) e dei Sangro (fig. 2) e si ripete alternata agli altri quarti nello stemma dei Brancaccio di Napoli (fig. 3).
In effetti, le tre famiglie erano strettamente imparentate, e anche i Pignatelli e i Caracciolo attraverso matrimoni strategici erano loro affini. Bisogna a questo proposito ricordare che i Gaetani dell’Aquila d’Aragona e i Sangro avessero già ascendenze comuni nella Marsica e nei Conti dei Marsi loro comuni progenitori. E attraverso i loro comuni antenati Bernardo d’Italia e Gelasio di Gaeta, vantassero la discendenza da Carlo Magno. Le due famiglie si sono spesso unite in matrimonio fino a diventare in secoli diversi una sola gens. Una sola famiglia. Cosi pure i Casacalenda, il cui palazzo ricade nella stessa area, che avevano retto a loro volta il Seggio di Nilo.
In epoca moderna, dal ‘600, alcuni esponenti di queste famiglie furono iscritti a logge massoniche o addirittura alla stessa loggia massonica, e alla stessa obbedienza cui appartenne il Gran Maestro Raimondo di Sangro. Così come sia i Gaetani, nonni materni e anche poi suoceri del Principe, sia i Sangro ebbero antenati crociati, e, nel caso dei Gaetani, sicuramente templari. E il fatto che i loro domini si estendessero nei pressi di un fiume sacro, il Sangro, suggerisce altre speculazioni poco argomentabili in verità ma legate al Graal, lascia aperti una serie d’interrogativi sulle loro conoscenze esoteriche. Se ci aggiungiamo che i Marsi, i guerrieri che abitavano le loro terre adoravano una dea ctonia simile a Iside, il mistero diventa sempre più affascinante.
Torniamo alla Dea per antonomasia, a Iside, l’Iside che in qualche angolo della Città dimora da sempre e da sempre guarda benevola i suoi abitanti. Da cosa ho avuto conferma che il segreto custodito da queste famiglie potesse consistere nell’ubicazione del tempio e soprattutto dei rituali che i suoi sacerdoti avrebbero potuto tramandare ai posteri?
Da un’osservazione fatta per caso sulla Chiesa di Sant’Angelo a Nilo.
La cappella che è gentilizia, come quella più nota dei Sansevero, custodisce le spoglie dei più importanti membri della famiglia Brancaccio, del ramo napoletano per essere precisi.
Questo nobile casato è famoso a Napoli per aver assegnato il nome a una delle più antiche biblioteche d’Italia, la Brancaccio appunto. La cappella gentilizia consta di monumenti funebri dedicati ai cardinali di famiglia, che nello stesso tempo avevano militato nell’Ordine dei Cavalieri di Malta e che sono raffigurati in coppia all’interno di medaglioni. Nel mirabolante monumento funebre di Rainaldo Brancaccio cui ha partecipato Donatello (nel bassorilievo), vi sono riprodotte tre misteriose figure femminili (fig. 4) che mostrano altrettanti rose. Poi vi è un altro monumento funebre di grande fascino, il sepolcro dei fratelli Francesco e Stefano Brancaccio
(fig. 5).


Come si vede in foto, è un monumento di grande teatralità ma che ci riconduce a qualcos’altro. Innanzitutto ci ricorda l’iconografia monumentale della Cappella Sansevero e particolari inquietanti che fanno pensare all’intera Sant’Angelo a Nilo come a un déjà-vu.
Partiamo da questo sepolcro, che è posto nell’estremo angolo destro della parete dell’ingresso: teniamo a mente quest’ubicazione che ci tornerà utile nelle conclusioni. Analizziamo ora la scultura, vi è rappresentata una piramide al vertice della quale vi sono i due Brancaccio. Ai piedi del sepolcro, a reggerlo, una coppia di leoni.
A questo punto torniamo a un luogo vicinissimo in linea d’aria a Sant’Angelo a Nilo, Cappella Sansevero: cosa ci viene in mente guardando il monumento ai due Brancaccio? Ci soffermiamo col pensiero, mettiamo a fuoco e si schiariscono le immagini: nei monumenti funebri femminili delle antenate del Principe si ritrova la stessa iconografia, medaglione in cima a una piramide (fig. 6 e 7)!


Insomma è come se Sant’Angelo a Nilo, in una sorta di specchio degli opposti riproduca nel monumento a Francesco e Stefano Brancaccio un messaggio criptato. Ove nelle figure femminili della Cappella Sansevero nel medaglione c’è un solo ritratto, nel monumento di Sant’Angelo a Nilo le figure sono due. E poi la piramide. Appare sia a Sant’Angelo a Nilo, che più volte riprodotta nella Cappella Sansevero.
Nella seconda è facile immaginare l’influenza delle conoscenze esoteriche del Principe nell’iconografia tombale riferita a donne (Iside), ma a Sant’Angelo a Nilo apparirebbe ancora un simbolo slegato dall’ambiente. Salvo che non si allarghi all’intera legio nilensis, ossia a tutto il quartiere alessandrino, noto per la presenza del tempio di Iside.
Torniamo ancora al monumento dei due Brancaccio. E i leoni? Anche loro un caso? Il leone nella scultura antica egizia raffigura la dea Sekmeth, simbolo della morte e dei viaggiatori. Possiamo ipotizzare che quelli alla base del sepolcro dei Brancaccio sia simbolo incontrovertibile di una presenza di un tempio isiaco in zona? Sinceramente così, tout court, no. Perché è onesto dire che il riferimento al neopaganesimo, anche senza conoscenza diretta di tombe antiche, che avverrà due secoli dopo circa, è un motivo tipico della scultura cinquecentesca. Il quadro d’insieme, supportato dalla testimonianza innanzitutto del Capasso, e della toponomastica antica e misteriosa dei luoghi, così come le unioni tra famiglie in una sola e specifica area, tuttavia ci può autorizzare a concludere altro.
Se oltre al monumento in questione, quello dei fratelli Brancaccio, analizziamo gli altri medaglioni (fig. 8) riprodotti in chiesa, notiamo un particolare di rilevante importanza simbolica. I prelati ritratti, tutti, nel medesimo tempo, cardinali e uomini d’armi, sono raffigurati in coppia.

In un primo momento, assieme ad uno storico dell’arte, avevamo presupposto che la coppia potesse rappresentare la potestà sulla rettoria della chiesa che doveva ricadere nella responsabilità di due nobili del Seggio, di cui uno della famiglia Brancaccio, poi esaminando le epigrafi è venuto fuori che entrambi i cardinali delle coppie nei medaglioni fossero membri della famiglia Brancaccio e quindi resterebbe misteriosa la motivazione dei ritratti raffiguranti sempre due persone. Entrambi prelati.
Chi conosce la simbologia templare però sa che due monaci combattenti sedevano su una medesima cavalcatura. E se anche i Brancaccio vantassero ascendenti templari? Non è possibile affermare con certezza neppure questo, mentre si può verificare, ciò che ho sostenuto riguardo alle ascendenze dei Gaetani per esempio. E anche questo elemento va a comporre, come una tessera, un puzzle più complesso. Quando mi sono posto il problema dell’ubicazione esatta dei resti del Tempio di Iside, mi è venuto in aiuto un articolo riportato da un periodico online che parlava di un giardino misterioso con reperti archeologici che potrebbero appartenere al tempio, all’interno di un palazzo che risiede nell’area. Si dovrebbe trovare tra palazzo Pignatelli che fa ad angolo con via Nilo e parallelo da un lato proprio alla statua del dio, e la chiesa di Sant’Angelo a Nilo.
Quando ho chiesto di entrare nel palazzo che ho individuato sulla scorta delle planimetrie e mi sono trattenuto per una indagine superficiale parlottando col custode, in un primo momento si è mostrato stranamente ostile quasi a voler proteggere (legittimamente) la privacy di qualcuno, poi, in una seconda sortita ha testimoniato di aver visto quelle che a lui parevano cisterne sotto l’edificio e che con ogni probabilità potrebbero confermare il racconto del Capasso. Infatti se il giardino si trovasse sopra i sotterranei osservati, quelle che il portiere definisce cisterne o cisterna potrebbero essere parte della cavea sotterranea o del sistema di grotte sotterranee rituali magari collegate con quella della cappella Sansevero. E allora, il giardino ipotetico sovrastante potrebbe costituire solo una parte del tempio, la più interna, il santuario di Iside!
Certo il tutto è gravato di tanti se, ma ancora una volta altri elementi sembrerebbero confermare non solo l’ubicazione del tempio, ma anche la sua grande estensione.
Per quanto concerne l’ubicazione rifletterei sulla posizione del monumento dei fratelli Francesco e Stefano Brancaccio (fig.5). Prima ho posto l’attenzione sulla sua posizione all’interno di Sant’Angelo a Nilo, esso si trova all’estremo angolo destro rispetto a chi si trova all’entrata della chiesa. Facciamo uno sforzo d’immaginazione, oltre la parete della chiesa, proprio di fronte, c’è l’angolo esterno del palazzo, dove si dovrebbe trovare il giardino, forse palazzo Pignatelli. E la piramide riprodotta nel monumento pare proprio indicarlo.
In quanto alla toponomastica e alle altre allusioni al tempio, è bene osservare che lateralmente alla chiesa della Pietrasanta esistono due strade parallele che terminano entrambe su via Benedetto Croce, all’altezza della zona compresa tra San Domenico Maggiore e Sant’Angelo a Nilo, (a una distanza di circa 200mt). Si chiamano almeno dal medioevo Via del Sole e Via della Luna, quasi a testimoniare i culti per Iside e Osiride. Infine, presso la chiesa di San Domenico Maggiore, o meglio tra l’obelisco e la chiesa, secondo alcuni autori, vi era la fontana per le abluzioni dei sacerdoti del tempio e, una misteriosa lapide entro le mura di san Domenico Maggiore, scritta in latino, descrive marcatamente un misterioso tesoro legato a Osiride, lo sposo di Iside. Tale lapide è detta “Nimbifer” dalla prima parola che compone l’epigrafe latina (fig. 9).

Conclusioni
Non intendo in questo breve lavoro esaurire l’ipotesi che si riferisce all’ubicazione in parte verificabile del tempio di Iside ma concorrere con le presenti riflessioni alla ricerca approfondita su un reperto d’inestimabile valore soprattutto antropologico, visto le ricadute che il culto di Iside importato dagli egizi di Alessandria, ha segnato nella tradizione popolare napoletana, nelle cerimonie neopagane che attraverso i secoli a esso rendono ancora oggi omaggio. Per ricreare le connessioni di un passato, sempre più dimenticato ma prepotentemente affiorante. Sempre misteriosamente coinvolgente. Un contributo alla passione che tutti gli studiosi di questa Città mettono in campo e che in Iside, dea a noi così vicina, trovano una ragione particolare di “devozione” che è la ricerca del trascendente; la ricerca per la “ricerca” che la dea rappresenta.

