Virus o Economia, cosa è più importante?
La crescita del contagio da coronavirus in Italia non è esponenziale, ma poco ci manca. Negli ultimi giorni i pazienti positivi al tampone sono aumentati velocemente e ormai non ci sono dubbi: non si tratta di un’influenza un po’ più aggressiva, ma di un virus che può avere conseguenze catastrofiche sulla salute pubblica, sulla tenuta sociale oltre che sull’economia.
E proprio pensando ai due estremi delle priorità (salute ed economia), che bisogna riflettere per mettere a fuoco i diversi possibili modi di affrontare il pericolo. La Cina, luogo di origine dell’epidemia, ha scelto un modello basato su provvedimenti energici per frenare la diffusione del coronavirus.
La determinazione e la possibilità di applicare rapidamente e con una certa agilità i provvedimenti adottati si stanno rivelando efficaci, ma ad esse va aggiunta anche la disciplina della popolazione, sostanzialmente pronta a seguire le misure che mettono l’interesse generale alla salute davanti ai propri particolari interessi del momento.
Invece un approccio quasi opposto è quello tedesco, dove il Governo tende a mantenere nascosti o dissimulati i dati reali dell’incidenza del virus: una reticenza che porta ad anteporre l’interesse a preservare l’economia, anche a discapito del disvelamento delle condizioni reali determinate dall’agente patogeno sulla popolazione del Paese.
Tra questi estremi c’è l’approccio italiano: il nostro Paese ha progressivamente scelto una modalità d’intervento più simile a quella cinese, ma senza la determinazione e il pugno di ferro caratteristici di un regime come quello di Pechino e, non dimentichiamolo, senza una popolazione ugualmente responsabile e disciplinata. Così, da noi le misure prese dal Governo, che sulla carta possono apparire generalmente ragionevoli pur se drastiche, nella pratica si rivelano essere poco più che meri suggerimenti, inviti, senza la forza di reali deterrenti.
Eppure la situazione nelle cosiddette zone rosse sta mettendo a durissima prova la sanità italiana. E se i contagiati salgono al livello della consueta influenza stagionale, il sistema non reggerebbe più, in quanto servirebbero terapie intensive in un numero tale da essere attualmente improponibile per la nostra sanità.
E non basterebbero nemmeno misure straordinarie, tipo assunzioni, precettamenti, imposizione alle aziende produttrici di fornire attrezzature ed equipaggiamenti secondo le prescrizioni dello Stato, a fronteggiare con successo l’ondata di ricoveri e di casi di polmonite grave che già sta mettendo alle corde la sanità lombarda, che è la più efficiente d’Italia.
Il discorso però deve essere anche economico: il nostro Paese, se pure fosse in grado di fronteggiare gli altissimi costi della spesa sanitaria per fronteggiare l’esplosione di una pandemia, non è minimamente strutturato a livello economico per assorbire le conseguenze di tale “botta”. Materie prime, attrezzature, strumenti, tutto è in mano al mercato mondiale e alle multinazionali, laddove lo Stato non ha alcun controllo.
L’emergenza coronavirus sta mettendo a nudo la debolezza di un’economia, quella italiana, in tutto e per tutto dipendente da centri decisionali estranei alla volontà statale, e con tutta probabilità propone di ripensare il modello di sviluppo: dopo trent’anni di turbo liberismo senza regole, lo Stato deve far risentire la propria voce nell’economia. Ne va, come vediamo, della salute di tutti.

