BANKSTER / Lo scippo del Banco di Napoli

BANKSTER / Lo scippo del Banco di Napoli

di Domenico Casolaro

In Italia fortunatamente i media hanno sempre dato grande risalto ai problemi legati alla criminalità organizzata con tanti documentari, film, serie tv, news che approfondiscono e documentano il fenomeno criminoso, a volte spettacolarizzandolo, ma pur sempre una denuncia più che sacrosanta ed incontestabile per un posto civile. Proviamo per un’attimo ad immaginare un altro tipo di mafia che non si presta alla spettacolarizzazione, silente, silenziosa, inattacabile e incontestabile, una mafia per cui non ci sarà un grosso clamore, nè tantomeno serie televisive e sarà chiaramente meno combattuta perchè meno conosciuta. Eppure se volessimo ragionare in termini di danni la Storia del Banco di Napoli è un esempio palese di come alcuni gruppi di persone sfruttando la loro posizione arrivino ad obiettivi che danneggiano un territorio intero.

Una Banca che ha avuto un percorso storico con una impronta tangibile del passato glorioso e che ha segnato la storia del Mezzogiorno. Il Banco di Napoli prende origine dai banchi pubblici dei luoghi pii, sorti a Napoli da inizio del XVI secolo. Il Monte di Pietà, fu il primo, fondato nel 1539, aveva uno scopo umanitario e solidale fornendo prestito su pegno e senza interessi.In seguito, si attivarono altri sette istituti: il Sacro Monte e Banco dei Poveri (1600), il Banco Ave Gratia Plena o della Santissima Annunziata (1587); il Banco di Santa Maria del Popolo (1589); il Banco dello Spirito Santo (1590); il Banco di Sant’Eligio (1592); il Banco di San Giacomo e Vittoria (1597); il Banco del Santissimo Salvatore (1640). Gli otto banchi prosperarono per oltre due secoli, fino a quando nel 1794, Ferdinando IV di Borbone riunì tutti i pubblici banchi in un Banco Nazionale di Napoli.

Dopo l’unità di Italia l’istituto finanziario sovvenzionò, a più riprese, l’economia napoletana e meridionale sostenendola nei periodi di maggiore necessità. Finanziò la trasformazione dell’agricoltura meridionale da cerealicola in specializzata e la maggior parte dei vigneti ed agrumeti delle regioni meridionali si avvalse dei prestiti concessi dalla Sezione di Credito Agrario del Banco. Nel corso degli anni l’Azienda si è sempre confrontata con l’economia del territorio creando importanti sinergie a vantaggio del tessuto economico e produttivo del Sud, aiutando le medie e piccole imprese del territorio con prestiti agevolati, anche Maradona fu acquistato grazie alle garanzie fornite dal Banco di Napoli in quanto il Napoli di Ferlaino non aveva le possibilità economiche per comprare il fuoriclasse poi divenuto leggenda mondiale. La banca plurisecolare ebbe una gigantesca trasformazione nel decennio che va dal 1991 al 2002, il tutto iniziò in seguito all’attuazione della “legge amato” o meglio la trasformazione da Istituto di Diritto Pubblico a Società per Azioni. Da lì cominciò una catastrofe che portò alla morte (voluta?) della Banca più imprtante del mezzogiorno. Per capire l’entità del disastro basta pensare che i Principi Windisch Graetz, maggiori azionisti privati del Banco di Napoli nei primi anni 90, quando comprarono un pacchetto di azioni pari a 30 miliardi di lire, si videro azzerate, nel 1996, insieme a tanti altri piccoli e grandi investitori, tutte le loro partecipazioni al capitale. Tra i maggiori responsabili della fine del Banco di Napoli vi furono Carlo Azeglio Ciampi e Mario Draghi, all’epoca dei fatti rispettivamente ministro e direttore generale del tesoro. Il tutto avvenne grazie ad un artificio contabile in quanto vennero dichiarati inesigibili i crediti in sofferenza di allora, costringendo la vendita dell’istituto alla BNL per la modica cifra di 60 miliardi di vecchie lire (tra l’altro Draghi faceva parte del consiglio di amministrazione). Si trattó dunque di un operazione fraudolenta. Basti pensare che nel 1993 il Banco di Napoli aveva chiuso il bilancio con un utile di 174 miliardi di vecchie lire. Un anno dopo il bilancio registrava paradossalmente un passivo di 1174 miliardi di lire. La Banca d’Italia sottopose l’Istituto di credito meridionale ad un’ispezione alla quale nessuna altra banca fu sottoposta ed alla quale non avrebbe retto neanche la BNL.Il recupero di quei crediti dichiarati “inesigibili” furono affidati alla società di recupero SGA, istituita dal Tesoro guidato da Ciampi, che riuscì a recuperare i crediti fino al 94%. Due anni dopo la cordata BNL/INA ha ceduto la banca all’istituto Sanpaolo Imi per 6000 miliardi di vecchie lire, generando un profitto di oltre il 1000%. Si tratta dunque oltretutto di un caso evidente di arricchimento senza causa previsto dall’art. 2041 del Codice civile per cui la Fondazione del Banco di Napoli ha diritto a un forte indennizzo poiché, come precisato dal Parlamento allorché emanò quella norma, “non si può tollerare spostamenti patrimoniali disgiunti da una causa giustificatrice”. Ebbene quell’operazione-depredazione del Banco di Napoli, con le sue micidiali conseguenze sopratutto per l’economia del Mezzogiorno, era stata seguita da vicino da elementi come Giorgio Napolitano (che in quel periodo era ministro dell’interno) e Antonio Bassolino, all’epoca sindaco di Napoli e che come tale rappresentava la città proprio nell’ambito della Fondazione Banco di Napoli. Fu Bassolino a dichiarare cittadino onorario di Napoli proprio quel Carlo Azeglio Ciampi.Ad opporsi invece decisamente furono personaggi come Adriano Giannola, presidente della Svimez, il quale addirittura dichiarava: “Ho assistito a manovre discutibili che hanno fatto scomparire la più antica banca del mondo. E’ stata venduta, anzi regalata a Bnl-Ina, senza che nessuno fiatasse. Noi del cda avevamo lavorato per raggiungere obiettivi diversi. Ora è auspicabile che ci sia una riabilitazione per quel Banco, diventato un capro espiatorio.”, l’associazione per lo sviluppo del mezzoggiorno, tantissime altre associazione e cittadini mossi da profondo senso civico. Tra i grandi poteri che ci rovinano lo sviluppo non esistono solo ed esclusivamente le mafie regionali che conosciamo bene, ci sono anche altri tipi di potere, cosa grigia qualcuno la chiama, che agisce non sparando ma creando indirettamente vittime ben più oltre la mafia conosciuta. Con questo non si vuol assolutamente mettere in discussione la denuncia sacra e la lotta indiscutibile contro la criminalità organizzata che, ad ogni modo, fortunatamente viene combattuta e denunciata da un fiume di energia umana, provocando anche importanti arresti, nonostante i tempi della giustizia. “Cosa grigia” di contro, non solo non viene combattuta ma sistematicamente viene sottaciuta, portata nel dimenticatoio, annichilita da una serie interminabile di giornalisti, scrittori, intellettuali, favoriti dai massmedia, che fanno impegnare le risorse di opposizione civica più importanti e le canalizzano in un unica battaglia che è quella della lotta contro la criminalità organizzata, dimenticando completamente che in termini di proporzione cosa grigia fa più morti ed è brutale in egual modo, con la differenza che non ha la necessità di fare rumore con le armi, con la consapevolezza che molti di loro non verranno mai arrestati, e con la speranza che i massmedia possano iniziare ad accendere i riflettori sui nostri sfruttatori.

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Redazione

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