Orecchini: ferri, argenti e brillantini!

Orecchini: ferri, argenti e brillantini!

don Cristian Solmonese

Domando ad un ragazzo: “Che cosa vuoi dire con quei cinque orecchini che ti porti all’orecchio tutti da una parte? È un nuovo modo di contare le avemarie quando dici il rosario con tua nonna?”. Risposta: trasgressione. Una ragazza invece ha un anello alle labbra che quando mastica sicuramente le dà un gran fastidio. Domando alle amiche: “Come si chiama un anello alle labbra?”.

Non si può certo dire orecchino! Tutte in coro mi rispondono: piercing. Ci metto un po’ di tempo a capire, perché io sono quelli che l’inglese lo capisce se lo vede scritto almeno nella sua fantasia quando lo sente pronunciare. So che non è proprio così il nome, ma intanto i ragazzi lo chiamano piercing. Ognuno ha il suo: uno d’oro, un altro di perlina, un terzo nelle narici come se fosse un brillante.

Qualcuno va giù di brutto e lo ostenta, come un messaggio simbolico scritto in una forma di geroglifici all’orecchio. Quelli che lo hanno attaccato appena sotto il capezzolo delle mammelle oggi non si contano più; erano bene in vista sulla spiaggia.

Altri li mettono in posti innominabili con una capacità di sopportazione del fastidio del dolore da fachiro. Sono curioso e domando alla ragazza del piercing: “Ma non ti dà fastidio?”. Quella mi guarda e mi risponde: “Mi date fastidio molto di più voi adulti quando mi fate questa domanda!”.

Degli antichi adolescenti anni 50 la trasgressione non era il piercing ma la sigaretta, per i sessantottini le parolacce, per i ragazzi dell’ 85 gel e la cravatta, per i nuovi giovani sono altre le trasgressioni. Il bucare il corpo non è poi una grande sofferenza, anzi una sofferenza che piace. Lo sento da molti giovani che si provocano tagli per far uscire il dolore. Gli uomini non conoscono più il piacere e il dolore autentici.

La modernità ha dimenticato l’idea della conoscenza attraverso il dolore. Ricordo un episodio che mi ha colpito. Ero ad un incontro: l’oratore a mano a mano che parla, che porta la vita all’essenzialità, che tenta di sdoganare i giovani che lo ascoltano, che li aiuta a entrare in sé stessi, a smascherare le suppliche interiori di essere ascoltati, accolti, interpretati, a dare fiducia, stare dalla loro parte ma senza sedurre, vedo qualcuno che si porta la mano all’orecchio e si toglie l’orecchino.

Quando ti accorgi dell’autenticità delle cose quegli ornamenti gli erano di troppo. Finalmente qualcuno si accorgeva di loro, accoglieva i giovani per quelli che erano, e li ascoltava dall’interno e quel giovane per questo non aveva più bisogno di questi strumenti per comunicare. Anzi l’immediatezza, l’intensità quasi disturbavano. Essi diventavano gentile separavano anziché unire; simboli di una rottura, dopo essere stato un lancio di sfida.

Oggi è un modo come un altro per vestirsi. Oggi a molti ricordano solo un ornamento che ricorda le mie battaglie e mi aiuta a farle con i miei adolescenti. Quanto è forte il desiderio di affittare la voglia di definirsi e di comunicare con il corpo: non riesco a dirti quel che voglio, non vuoi capire che sono solo del tuo giro, che tu sei di un’altra costellazione, che tra di noi due c’è un abisso. Non pretenderai che io stia sempre a spiegarti tutto questo: il mio corpo te lo devo dire tutte le volte che lo vedi.

È sempre della serie il volto e i capelli sono una riserva assolutamente inviolabile, ne faccio quello che voglio. Agli amici serve dare un segnale che si è della stessa banda, dello stesso giro anche se hanno e ci tengono ad avere idee diverse. E se il tuo corpo avesse voglia di parlare di altro? Se avesse voglia di dirci qualcosa che non riesce a far vedere con quegli strumenti?

555 Visualizzazioni
Redazione

Redazione