Il Referendum sulla Giustizia: perché si deve votare

Il Referendum sulla Giustizia: perché si deve votare

Domenica 12 giugno dalle 7 alle 23 si voterà per cinque referendum abrogativi sulla giustizia. Partecipare non è solo un dovere civico; è l’unica possibilità che i cittadini hanno di rendere il nostro Paese un po’ più civile riportando la giustizia alla sua funzione costituzionale di imparzialità nel giudizio e nei comportamenti.

Se perfino Luciana Littizzetto dalle reti del servizio pubblico (quindi pagata da noi) qualche settimana fa ha invitato il popolo italiano ad andare al mare il 12 giugno piuttosto che recarsi alle urne per esprimere il voto sui referendum sulla giustizia c’è qualcosa che non torna. Ma come, questi paladini della democrazia, questi intellettuali con la puzza sotto il naso sempre pronti a farci la ramanzina perché non siamo abbastanza democratici, perché non partecipiamo abbastanza alle decisioni collettive, ci sollecitano a disertare le urne per rendere così ancora più fragile il sistema politico del nostro Paese? Tira una brutta aria. Cerchiamo di capire allora di cosa stiamo parlando.

Le motivazioni di chi invita a disertare le urne sono pretestuose: “sono cose tecniche”, “deve pensarci il Parlamento”. Subdolamente si tenta di nascondere ai cittadini la realtà impedendogli di esprimere il proprio parere su un tema che tocca direttamente la loro vita di tutti i giorni. Perché sono i giudici che possono privare le persone della proprietà e della libertà.

La verità è che il nostro sistema giudiziario è a pezzi e necessita di una profonda riforma per sanare le distorsioni, le inefficienze, le rendite di potere, i privilegi.

Il primo quesito riguarda la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura: l’obiettivo è quello di eliminare il sistema delle correnti interne alla Magistratura che ha finito per affermare all’interno del CSM gruppi di potere ideologicamente connotati (le correnti) che ha prodotto solo macerie a discapito del merito e della competenza dei magistrati (Palamara dixit).

Il secondo quesito riguarda la valutazione dei magistrati: nella valutazione per la progressione di carriera vengono coinvolte anche persone non appartenenti a nessuna corrente/partito ma che sono espressione della componente laica della Giustizia (avvocati e professori).

Il terzo quesito riguarda la separazione delle carriere: il magistrato deve scegliere all’inizio della carriera la funzione che intende svolgere. Giudice o Pubblico Ministero. L’obiettivo è eliminare la contiguità tra Giudice e PM che troppo spesso ha visto una certa accondiscendenza del giudice ai PM quasi a dimostrazione di un timore reverenziale. L’appartenenza alla stessa corrente, le problematiche di carriera che possono incrociarsi tra coloro che devono giudicare e coloro che devono acquisire le prove, hanno inciso fortemente nel corso di questi anni sulla serenità del giudice che è alla base di un giudizio imparziale.

Il quarto quesito attiene ai limiti alla custodia cautelare: la carcerazione preventiva verrebbe riservata a coloro che commettono i reati più gravi. Si vuole così impedire un’ingiustificata lesione della libertà personale che è diventato strumento di “anticipazione della pena” e strumento di gogna mediatica. La cultura dell’inquisizione ha condotto ad un’applicazione disinvolta delle misure cautelari e ad un pericoloso rapporto di subordinazione del giudice al PM con il risultato che ogni anno circa mille imputati sottoposti a tali misure sono stati poi assolti o prosciolti. 

Infine, il quinto quesito si riferisce all’abrogazione della legge Severino: l’obiettivo è di eliminare ogni forma di automatismo che conduce alla non candidabilità, alla decadenza e alla sospensione del personale politico. In questi anni l’applicazione della legge si è tradotta nell’eliminazione dell’avversario politico per via giudiziaria con utilizzi che poco hanno a che vedere con le esigenze di Giustizia. Se il quesito passa sarà il giudice di volta in volta ad applicare o meno l’interdizione dai pubblici uffici. 

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Marcello De Rosa

Marcello De Rosa

Amo la mia terra senza se e senza ma. Scrivo la verità perché la verità ci rende liberi. La mia libertà la conquisto giorno dopo giorno svelando il marcio della nostra società