GENERAZIONE “Z” L’ORGIA DEL POTERE (DIGITALE)

GENERAZIONE “Z” L’ORGIA DEL POTERE (DIGITALE)

“Z”, in greco antico, vuol dire “è vivo”. E non c’è dubbio che la generazione dei nati tra il 1997 e il 2010 sia “viva”, vivace e veloce. Veloce nel modo di comunicare, nel modo di allacciare relazioni, nel modo di passare da un paradigma ad un altro, da un riferimento storico-etico-politico ad un altro. Pertanto, veloce e mobile. Come dice qualche filosofo (capostipite Zigmunt Baumann) siamo al cospetto della “Generazione della liquidità”. Ho titolato questo articolo “Z, l’orgia del potere (digitale)”. Non è peregrina l’assimilazione al ben noto film di Costa Gravas del 1969 “Z l’orgia del potere”, con un cast eccezionale (da Yves Montand a Irene Papas, da Jean Louis Trintignant a Renato Salvatori). Anche se parliamo di due poteri molto diversi: L’uno < materiale>, storico-istituzionale, palesemente autoritario e violento, come i regimi dei colonnelli greci, l’altro “subdolo”, silenzioso, subliminale, dell’oligopolio dei giganti della Rete e della comunicazione. Qui interessa analizzare le caratteristiche di questa generazione, le conseguenze del pensiero e azione dei giovani che la rappresentano, con particolare riguardo a quel che succede nel mondo del lavoro, e le previsioni per il futuro. Ma, per fare questo, dobbiamo prima sinteticamente delineare l’evoluzione della gioventù nell’arco di un secolo e più. Riassumiamo le denominazioni delle generazioni che si sono succedute negli anni a partire dal 1900 ad oggi: La Greatest Generation (1901-1927); la Generazione Silenziosa (1928-1945); I Baby Boomers (1946-1964); Generazione X (1965-1980); Generazione Y (o Millenails) (1981-1996); Generazione Z (o centennials) (1997-2010); Generazione Alpha (o Screenagers) (2011- a oggi). La prima generazione del 1900 fu chiamata Greatest (Grande) dal giornalista Tom Brokaw per indicare la generazione americana della grande depressione e della seconda guerra mondiale, alla quale i giovani parteciparono per ideale. La seconda generazione del ‘900, quella “silenziosa” si chiamò così perché crebbe in un periodo in cui era pericoloso esporsi ed esprimersi liberamente. I Baby Boomers (in cui fui arruolato per nascita) furono definiti così per l’esplosione demografica che si verificò per la ripresa economica del dopoguerra. La Generazione X (o Nintendo) fu considerata una generazione di transizione e di grandi inizi di cambiamenti, non ancora sfociati nel “nuovo”. La Generazione Y (o Millenials) comprende coloro che divennero maggiorenni nel nuovo millennio e sono stati caratterizzati da flash mob, happy hour, dai Youtuber e instagrammer. Infine la Generazione Z (gli amanti dei social media, di Internet, i cosiddetti < nativi digitali>). La Generazione Alpha (su cui non ancora possiamo dare un giudizio completo) è un’evoluzione di quella Z. Ogni pensiero ed azione degli Alpha è immediatamente condivisibile e trasferibile. Per questi ragazzi è difficile pensare in termini di Stati, confini; il mondo viene visto come un tutt’uno interdipendente, inscindibile. Sono loro gli interpreti del paradosso del battito d’ali della farfalla che, da un Continente all’altro, può provocare conseguenze disastrose. Ma restiamo alla Generazione Z. Su Il Mattino del 5 marzo, è stato pubblicato un articolo a firma degli studiosi Serena Affuso e Andrea Iovene, dell’Ufficio Studi IPE (Istituto per Ricerche Educative) che fa parte del Polo di Alta Formazione per il Mezzogiorno. Ebbene, dalla ricerca è emerso che la vera rivoluzione nel mondo del lavoro non sarà determinata dalle guerre, dalle pandemie, dai cambiamenti climatici, dall’intelligenza artificiale, quanto dai linguaggi, dai comportamenti, dalle abitudini dei giovani nati tra il 1997 e il 2010. Tra meno di due anni, tale generazione costituirà il 27% della forza lavoro globale. La Generazione Z non aspira al posto fisso (ne prenda atto Checco Zalone e aggiorni la sua comicità di Quo vado) non desidera il lavoro per tutta la vita ma quello che – al momento – la soddisfa di più. Il lavoro, per tale generazione, non deve essere un totale sacrificio: lavorare per vivere, non – viceversa – vivere per lavorare. Questi giovani aspirano ad una vita equilibrata tra lavoro e vita personale, famiglia, hobby. E non aspirano nemmeno al solo aumento di stipendio; più importante per loro è uno scopo, il perseguimento di valori. Molto attenti alla sostenibilità, all’ambiente, all’inclusione sociale. Ed è prevedibile che l’impatto forte dei Centennials influenzi anche i lavoratori delle generazioni precedenti. E, infine, sarà importante anche il luogo di lavoro, la struttura in cui si opera: locali accoglienti, non tristi, spaziosi, scrivanie o postazioni comode e rilassanti faranno il resto. Di fronte a queste analisi, vengo a parlare di Ischia. Appare chiara l’inadeguatezza, l’incapacità di lettura della locale classe dirigente (pubblica e privata) che non afferra per niente le reali motivazioni di questi giovani. Ecco perché  gli imprenditori non trovano manodopera; perché pensano che tutto si risolva a suon di moneta ( buona arte in nero). E se fino all’anno scorso scaricavano tutta la responsabilità della difficoltà di trovare manodopera sul Reddito di cittadinanza, adesso che – di fatto – tale beneficio è stato eliminato, gli operatori economici sono disorientati e non capiscono. E poi, qualcuno dice che contano solo l’economia e l’assetto istituzionale degli Enti Locali; e non capiscono l’importanza delle analisi sociologiche, psicologiche e antropologiche.

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Franco Borgogna

Franco Borgogna

Giornalista "glocal" e' la mia ambizione, un indagatore della società locale, consapevole che Ischia e' parte di un mondo dai confini vasti e che ciò che succede nel mondo globale si riverbera sull'isola così come le sorti del patrimonio naturale e culturale di Ischia riguardano il mondo intero.