LA CAPOCRAZIA NEI COMUNI, REGIONI E GOVERNO

LA CAPOCRAZIA NEI COMUNI, REGIONI E GOVERNO

Un recente libro del costituzionalista Michele Ainis, scrittore e giornalista prima al Corriere della Sera e poi a Repubblica, porta il titolo “Capocrazia – Se il Presidenzialismo ci manderà all’inferno”. Edito da La nave di Teseo. Qual è la tesi centrale del libro? Che il Governo ha in animo di attuare il presidenzialismo, rafforzare cioè il ruolo del Presidente del Consiglio, indebolendo i contrappesi costituzionalmente previsti, dal Parlamento al Capo dello Stato. La verità è, secondo Ainis, che una sorta di presidenzialismo sgangherato ce l’abbiamo già: è la “capocrazia” che domina la vita dei partiti, divenuti feudi di capi, circondati da cortigiani e scimmiottatori del capo; capocrazia che governa Comuni (Sindaco eletto direttamente dal popolo) e Regioni (Governatori autocrati). Al paragrafo 13 “I potentati locali”, Ainis spiega che paradossalmente è stata la prima Repubblica a varare le leggi di distorsione, in senso capocratico, della seconda Repubblica. Nel 1993, con la legge 81, veniva decisa l’elezione diretta del Sindaco. Nel 1999 una legge costituzionale aggiunse l’elezione diretta del Presidente di Regione.

Questo ha determinato una contrapposizione delle Regioni, con leadership forti, contro i partiti nazionali di appartenenza e contro Governo e Parlamento, con continue dispute sulla competenza di una molteplicità di materie. Basta vedere le contumelie scomposte di De Luca contro il PD e in difesa del terzo mandato. Cosa che verrebbe ulteriormente aggravata dall’autonomia differenziata, col passaggio di competenze variegate dallo Stato a ciascuna Regione.

Nel paragrafo in questione, tra gli esempi citati in negativo, dei casi in cui il potere locale si è discostato dalle direttive nazionali, viene citato il caso del Sindaco d’Ischia che vietava a lombardi e veneti di sbarcare sull’isola, all’epoca della pandemia. I Sindaci agiscono quasi sempre da soli e i cittadini si adeguano e interloquiscono solo con lui. Non si fidano più di assessori e consiglieri comunali, nella convinzione che questi non contano più nulla.

E così si arriva a situazioni paradossali in cui, per esempio, il Sindaco d’Ischia allestisce un gruppo di liste a sostegno, in grado di sbaragliare l’opposizione e fare l’en plein di seggi consiliari. Quanto più aumenta la voglia di “capi” tanto più diminuisce la democrazia e la pluralità politica. Non a tutti piace questa situazione. C’è chi si ribella e anche nel mondo della stampa scritta c’è chi azzarda una strada diversa.

Di recente, ha assunto la direzione del quotidiano La Repubblica il giornalista Mario Orfeo, ben noto agli ischitani. L’editoriale di presentazione di Orfeo è stato intitolato “Noi, i lettori e un’idea di Paese senza rancore”. Ha colpito, di questo editoriale, in particolare il passaggio in cui il direttore scrive, a proposito della destra al Governo: “Il segnale veramente distintivo di questa destra, così diversa da quella classica e liberale, è la leva permanente del risentimento. La destra di Meloni resta (volontariamente) bloccata su un passato, – quello dell’esclusione – che non passa, sorretto dal rancore nell’attesa di una rivincita anche adesso che ha vinto.

Una filosofa della politica mi ha citato Gramsci e la sua definizione di cadornismo politico; per la destra italiana «una cosa è giusta solo perché decisa da chi comanda e se non viene attuata la colpa è di chi si oppone»”. Da qui si è sviluppata una polemica sul significato e la portata del termine “cadornismo” in Italia. In sintesi, possiamo dire che l’accusa di cadornismo di Mario Orfeo equivale all’accusa di “capocrazia” di Michele Ainis.  L’assunto è simile: l’avvento di un capo carismatico che si crede messia, infallibile e insostituibile.

Possiamo tranquillamente intravedere come capostipite italiano della capocrazia, nella seconda Repubblica, Silvio Berlusconi, non a caso autodefinitosi “unto dal Signore”. Da allora si sono moltiplicati i partiti e sono andati evaporando i consigli comunali, provinciali, regionali e il Parlamento italiano. Strana assonanza tra Cadorna e Meloni è l’ossessione dei complotti ai loro danni. Cadorna ce l’aveva con i “poteri forti” (vedi biografia di Marco Mondini, storico militare, col libro “Il Capo – La grande guerra del generale Luigi Cadorna”) proprio come la Meloni che si reputa la più “dossierata” d’Italia.

E altra analogia tra l’attuale governo e Cadorna è il crescente “inchino” della stampa al potere in voga. Con Cadorna si adattarono illustri giornalisti del calibro di Luigi Albertini, Luigi Barzini e Ugo Ojetti; con Meloni si schierano frotte di giornalisti ex centristi, ex democristiani, ex liberali. Per finire, sapete cosa dà fastidio alla capocrazia? Quella che viene definita, in maniera negativa, la “democrazia interloquente” cioè il dialogo e il confronto democratico con i cittadini, che dovrebbero contare sempre, non solo quando devono deporre nelle urna la scheda elettorale. E a dribblare la cittadinanza attiva, che vuole interloquire, sono soprattutto i Governatori alla De Luca e alcuni Sindaci dell’isola d’Ischia che non rispondono ad alcuno appello o istanza che si levi da cittadini non sudditi. Quante volte manca qualsiasi risposta dei Sindaci isolani, qualsiasi riscontro a istanze popolari, richieste di ascolto, domande di chiarimento? Alla fastidiosa “democrazia interloquente” si preferisce la “capocrazia”  che, in sintesi, e detto in linguaggio cinematografico e romanesco, suona: “Io so io e tu non conti un c….o!”

484 Visualizzazioni
Franco Borgogna

Franco Borgogna

Giornalista "glocal" e' la mia ambizione, un indagatore della società locale, consapevole che Ischia e' parte di un mondo dai confini vasti e che ciò che succede nel mondo globale si riverbera sull'isola così come le sorti del patrimonio naturale e culturale di Ischia riguardano il mondo intero.