IL GIUSTO RAPPORTO TRA CITTADINI E STATO

IL GIUSTO RAPPORTO TRA CITTADINI E STATO

Di fronte a una serie di eventi calamitosi abbattutisi, negli ultimi anni, sull’isola e che ci stanno tenendo impegnati in questi giorni di decisioni sulla ricostruzione e rigenerazione, o anche di fronte al problema complesso dell’abusivismo e del dramma di abbattimento di case, su cui ugualmente ci stiamo arrovellando alla ricerca di una soluzione, si eleva spesso il grido di cittadini: “Dov’è lo Stato?”. Ma se i cittadini agiscono individualmente, senza preoccuparsi di inserire la loro azione nel più ampio ambito della società e della convivenza, come può poi invocare il soccorso dello Stato? Se gli unici rapporti che si ritengono utili alla causa sono quelli di tacita o esplicita complicità con questo o quel tecnico, con questo o quell’amministratore pubblico, con questo o quell’avvocato, come può poi sperare che il suo problema divenga caso generale e non individuale?

L’individuo non può vivere al di fuori della collettività e lo Stato non esiste senza coesione sociale. Dunque, se non esiste lo Stato è perché gli individui sono rimasti tali e non hanno promosso la convergenza verso gli altri, per diventare popolo. Se, dal piano strettamente locale, passiamo poi all’ambito nazionale e internazionale, è facile constatare come non ci sia vicenda politica, sociale, economica che non ci riporti all’annoso dilemma: qual è il giusto rapporto tra Stato e cittadini?

Prendiamo ad esempio vicende internazionali come il caso della tregua e scambio di prigionieri tra Hamas ed Israele o anche la vicenda triangolare tra Italia, Stati Uniti ed Iran per la liberazione dell’italiana Cecilia Sala e successivamente dell’ingegnere iraniano Abedini. Dove erano i dubbi? Erano nel quesito se dovessero prevalere le ragioni di Stato o quelle della salvezza degli individui.

Storicamente e ideologicamente la destra politica internazionale e nazionale ha sostenuto che lo Stato non potesse e dovesse legittimare terroristi o Stati canaglia, soggiacendo ai ricatti di questi. Ma non solo la destra. In Italia, ad esempio, durante la vicenda del rapimento Moro, anche il Partito Comunista e anche un partito laico come il Partito Repubblicano di La Malfa si schierarono fortemente contro ogni ipotesi di scambio con prigionieri dell’estremismo. E Moro fu ucciso. Oggi si assiste al ricordo e celebrazione di Bettino Craxi, a 25 anni dalla sua morte, ad opera del vice primo ministro ed ex monarchico Tajani e dell’ex missino e attuale Presidente del Senato La Russa (quest’ultimo dimenticando che tanti suoi amici inneggiarono alla cancellazione di Craxi dalla scena politica italiana e gli lanciarono monetine all’uscita dall’Hotel Raphael di Roma).

Personaggio: BOUCHARD CRAXI

L’amico Franco Iacono ha, in questi giorni, diramato un comunicato nel quale si diceva che un Comitato promotore (me compreso) annunciava, per la primavera, due convegni (a Procida e Ischia) per ricordare ed onorare un uomo politico di grande statura come Craxi. Nelle ipocrite apologie odierne di chi allora lo denigrò e lo mise alla gogna mediatica, si sottolinea sempre e solo la vicenda di Sigonella, non come decisione ragionata, indipendente e giusta dello statista ma come affermazione muscolare e nazionalistica. Mentre la decisione storica che, più di tutte, caratterizzò il leader socialista, fu un’altra: la scelta umanitaria per liberare Aldo Moro. I socialisti furono l’unica forza, tra i grandi partiti politici (affiancato da settori come i radicali e la sinistra del Manifesto) a sostenere che Moro andava salvato, che la salvezza di un uomo di grande valore dovesse prevalere sulla ragion di Stato.

Il grande giurista Gustavo Zagrebelsky ha di recente affermato che “in teoria” dovrebbe sempre prevalere la ragione umanitaria rispetto alla ragione di Stato, ma “nella pratica” va valutata la sostenibilità della proposta di scambio, se le condizioni di patteggiamento sono tali da non compromettere la sicurezza dello Stato. Nel caso di Aldo Moro, i socialisti sostennero (dopo che intermediari ne avevano verificato la fattibilità) che la liberazione di alcuni brigatisti detenuti e in condizione di salute cagionevole, fosse una strada praticabile. Questo avrebbe salvato un uomo di valore e non avrebbe compromesso la successiva dura lotta al terrorismo. Ma prevalse la ragion di Stato.

Meloni ha fatto bene a salvare Cecilia Sala, a convincere Trump a non insistere nel voler l’estradizione dell’ingegnere iraniano e a rilasciare quest’ultimo all’Iran? Ha fatto bene! Ha salvato una vita e non ha compromesso la sicurezza dello Stato italiano. Non c’era nemmeno bisogno di nascondere lo scambio con un’ipocrita copertura, secondo la quale non erano chiari i confini del reato addebitato all’ingegnere. Scuse inutili. E’ sufficiente dire che si è data prevalenza alla salvezza di un’italiana. Però non si può, a giorni alterni o a periodi storico politici alterni, essere una volta a favore della prevalenza dell’individuo rispetto allo Stato e un’altra volta a ritenere la Nazione comunque prevalente rispetto all’esistenza e libertà individuale. Non è necessario leggere “Autorità ed individuo” del libertario Bertrand Russel, per schierarsi sempre per il diritto umanitario e individuale. Lo Stato non esiste come entità a se stante, lo Stato siamo noi. Siamo noi che deleghiamo l’istituzione statuale a creare regole di convivenza civile.

E’ una delega, non una rinuncia all’individualità. E se preferiamo dire “Nazione” al posto di “Stato”, il concetto da noi espresso è ancora più valido. Nazione non equivale a Istituzione sovraindividuale. Nazione è il “sentire comune” di un popolo e come, dunque, potrebbe esistere una Nazione che dimentica gli individui?

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Franco Borgogna

Franco Borgogna

Giornalista "glocal" e' la mia ambizione, un indagatore della società locale, consapevole che Ischia e' parte di un mondo dai confini vasti e che ciò che succede nel mondo globale si riverbera sull'isola così come le sorti del patrimonio naturale e culturale di Ischia riguardano il mondo intero.