FEMMINICIDIO, ISCHIA SI RIBELLA AL SILENZIO

FEMMINICIDIO, ISCHIA SI RIBELLA AL SILENZIO

Il grido dell’isola contro la violenza sulle donne: un appello alle scuole, alle famiglie, ai giovani. Perché il cambiamento comincia dalla cultura

Questo articolo è stato scritto da un gruppo di studenti universitari della Sapienza, Università degli Studi di Roma, attivamente impegnati nella sensibilizzazione e nel contrasto al femminicidio. Attraverso un connubio tra Roma e Ischia, hanno voluto portare l’attenzione su una realtà che riguarda tutta l’Italia, unendo la vivacità culturale della Sapienza con la forza sociale dell’isola.

In Italia, ogni tre giorni una donna viene uccisa. La maggior parte delle volte per mano di un uomo che diceva di amarla. È un dato noto, ripetuto, quasi abusato nei numeri, ma ancora troppo poco ascoltato nel suo significato più profondo. Il femminicidio non è solo cronaca nera, non è solo sangue e tragedia. È una ferita sociale, culturale, educativa. È il sintomo di una struttura malata, che ancora oggi fa fatica a riconoscere alla donna piena dignità, libertà e sicurezza.

Anche in luoghi come Ischia, un’isola che da secoli vive di luce, accoglienza, pace e bellezza, il grido contro questa violenza non può e non deve restare taciuto. Perché la violenza non ha confini geografici. Non si limita alle grandi città o ai quartieri “difficili”. Esiste anche dietro le persiane abbassate dei centri tranquilli, nei rapporti all’apparenza normali, nelle parole sussurrate che non lasciano lividi, ma scavano.

Il femminicidio non inizia quando una donna viene uccisa. Inizia molto prima. Quando una ragazza si sente dire “senza di me non sei niente”, o quando un uomo controlla, umilia, isola, manipola. Quando si perdona per amore quello che non è amore. Quando si cresce educando le bambine a compiacere e i bambini a comandare. Quando si insegna che la gelosia è passione e non un sintomo di pericolo. Quando la libertà femminile è vista come una minaccia, e non come un diritto.

Parlare di femminicidio significa anche parlare di linguaggio, di stereotipi, di rappresentazioni culturali. Significa guardare in faccia una realtà che ci riguarda tutti. Le parole sono importanti: ogni volta che si parla di “raptus”, di “amore malato”, di “crimine passionale”, si alimenta una visione distorta, che giustifica la violenza e ne minimizza la responsabilità. Un femminicidio non è mai un gesto improvviso: è il punto di arrivo di un percorso che, se letto per tempo, può essere interrotto.

A Ischia, come in tante piccole e grandi comunità italiane, cresce la consapevolezza che serve un cambio di passo. Che la scuola può e deve diventare un luogo di prevenzione, di ascolto, di formazione. Che i ragazzi hanno diritto a ricevere strumenti per comprendere cosa sia il rispetto, la parità, l’amore sano. Che le famiglie non possono restare fuori da questo processo. Che il silenzio, la vergogna, l’indifferenza non devono più essere accettati.

Tra le persone che scelgono di esporsi con determinazione su questi temi c’è la dottoressa Valentina Felici, giornalista e comunicatrice che da tempo scrive e riflette pubblicamente sulla violenza di genere. Con articoli, inchieste e progetti culturali, Felici affronta la questione con costanza e sensibilità, animata dal desiderio profondo di contribuire a un cambiamento reale. È convinta che l’unico modo per battere questo fenomeno sia “investire sull’educazione culturale, affettiva e relazionale. Non basta reagire quando succede la tragedia. Bisogna agire prima, creando coscienza e pensiero critico.”

Nel suo lavoro, Felici non parla ai giovani come a vittime o potenziali colpevoli, ma come a futuri cittadini consapevoli. Condivide storie, ascolta, stimola domande. Parla della libertà femminile come bene comune, della responsabilità maschile nel riconoscere e contrastare la cultura del dominio. “I ragazzi sono pronti a capire – dice – ma dobbiamo avere il coraggio di parlare con onestà, senza sconti e senza lodi.”

La scuola, la famiglia, i media e la società tutta devono offrire strumenti, linguaggi e spazi di ascolto. Solo così, attraverso una consapevolezza condivisa e radicata, sarà possibile spezzare il ciclo della violenza e costruire un futuro in cui nessuna ragazza, nessuna donna, venga più uccisa perché donna.

Ischia si ribella al silenzio, e lo fa attraverso le parole, l’ascolto, l’educazione. Ma soprattutto attraverso l’impegno quotidiano di chi sceglie di raccontare la realtà senza edulcorarla, portando alla luce ciò che spesso resta nascosto. Non basta più indignarsi davanti all’ennesima notizia di cronaca: serve un patto educativo tra istituzioni, famiglie, insegnanti e studenti. Un’alleanza culturale che smetta di delegare e cominci ad agire.

Il femminicidio si combatte prima che accada, insegnando a riconoscere i segnali, a mettere in discussione i modelli tossici, a costruire relazioni basate sul rispetto e sulla libertà. I giovani non devono sentirsi spettatori impotenti, ma protagonisti attivi di una trasformazione possibile.

Ischia, con il suo grido, rompe il silenzio e apre una strada: quella della parola che educa, del pensiero critico che salva, della presenza che protegge. Perché la violenza sulle donne non è un destino ineluttabile: è una battaglia culturale che possiamo, e dobbiamo, vincere. Insieme.

Luca Silli e il gruppo studenti Universitari Sapienza, Università degli Studi di Roma

Studenti attivi contro i femminicidi, un connubio tra Roma e Ischia per una cultura del rispetto.

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Redazione

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