DAL DIARIO DI ELISA VON DER RECKE EMERGE UN’ISOLA BELLA MA UN PO’ IMBROGLIONA
Non vorrei sfatare un luogo comune, secondo il quale Ischia “non è più l’isola di una volta”. Intendiamoci, se riferito alla bellezza della Natura, alla quiete, alla purezza dell’aria e dell’acqua, sicuramente Ischia non è più quella di una volta, essendo degradata sotto l’assedio della speculazione edilizia e di un turismo massificato e troppo stagionalmente concentrato. Se, invece, ci riferiamo al carattere degli isolani, alla probità e all’educazione dei cittadini, al senso civico, quello che è vero oggi, lo era anche ieri. Ci sono numerose testimonianze storiche e scritti di importanti viaggiatori europei del Grand Tour che attestano che una buona parte di ischitani (forse allora per povertà più che per avidità) fosse incline all’imbroglio, all’accattonaggio, alla truffa.

Ne citiamo una sola fonte, approfittando della circostanza che al MUDIS (Museo Diocesano) c’è stata la presentazione di un libro di due valenti archeologhe (Luciana Iacobelli e Margherita Tuccinardi) che hanno presentato un loro libro sul terzo volume del Diario di Elisa Von Der Recke, in cui ben 72 pagine sono dedicate al periodo di permanenza a Ischia, nel giugno 1805 (sei mesi in Campania, di cui due a Ischia). Le due archeologhe, nel loro volume, allargano l’analisi ai viaggi compiuti da Elisa in Germania e nel Tirolo, oltre che nella nostra isola. Le due studiose si sono soffermate molto sull’aspetto della scrittura femminile, più attenta e sensibile al panorama naturale e antropologico rispetto ai viaggiatori maschi. Si è detto, a giusta ragione, che essendo gli uomini più liberi delle donne di viaggiare, ritornando anche nelle stesse mete, le donne sentivano che quella poteva costituire per loro l’unica e ultima occasione di visitare quel determinato luogo e quindi ponevano il massimo di attenzione. In particolare la Tuccinardi (parente dei Villari dell’omonima pineta e villa alla Mandra; in sala era presente anche il giudice in pensione Maurizio Villari, zio dell’archeologa), con una laboriosa e personale traduzione del testo in francese (a cui ha collaborato il marito della studiosa) ha messo in rilievo aspetti inediti delle capacità anche relazionali, diplomatiche della Von Der Recke; inediti relativi alla documentazione preventiva che la donna curava prima di visitare luoghi; inediti infine relativi all’archeologia isolana, al termalismo e alle prime cure balneari che si effettuavano nel napoletano. Elisa fu spinta da motivazioni di salute per venire a Ischia, ma non solo; la spinse anche l’irrefrenabile voglia di viaggiare, avere esperienze diverse, capire usi e costumi di genti diverse (ricordiamo che Elisa aveva avuto una pessima esperienza di matrimonio con un uomo rozzo e violento, appassionato solo di caccia e agricoltura, che l’aveva tenuta segregata in un castello feudale e isolata dal mondo).
Ma molto prima dello studio e delle ricerche delle due archeologhe, già nel 1968 Paul Buchner, nel suo libro “Gast auf Ischia” (Ospite a Ischia) aveva dedicato pagine illuminanti su Elisa Von der Recke. Ed è in queste pagine che emerge con chiarezza quale impressione avesse avuto Elisa degli ischitani. Il 12 giugno 1805, con la feluca del principe di Hessen-Philippstahl, partì per Procida e poi Lacco Ameno. La vista della Natura dei luoghi fu subito di grande impatto, ma Elisa ebbe subito una cattiva impressione di isolani vocianti e queruli, invadenti, che a stento furono tenuti a bada dai marinai della feluca. Elisa fu ospitata nella Casa di Tommaso De Siano, che poi si rileverà come la struttura ricettiva scelta allora dai nomi più illustri della cultura europea. Occupò 5 stanze al costo di 20 scudi a settimana. Da lì poté studiare e giudicare gli ischitani: “La popolazione è in genere buona. Di delitti, di crimini efferati o di furti non si sente parlare nell’isola. Piccoli imbrogli e rincari ingiustificati dei prezzi sono più abituali”.
Il canonico Tommaso De Siano si rilevò un piccolo speculatore: fece pagare ad Elisa 20 ducati per ogni barile di vino, quando il vero valore, scoprì, era di non più di 3 ducati e mezzo. Ma la cosa che più diede fastidio fu che Elisa aveva consegnato a De Siano una somma di denaro da distribuire settimanalmente ad uno stuolo di mendicanti che assillavano la donna. Scoprì poi che il canonico aveva trattenuto per sé la somma, con la giustificazione che l’aveva dedicata alla Madonna, comprando lampade votive. Quando ci abbandoniamo alla retorica degli ischitani buoni, lavoratori onesti, che ci sarebbero stati una volta e oggi non più, dovremmo rileggere (o leggere perla prima volta) le pagine di storia locale, per capire da dove veniamo e quali difetti abbiamo ereditato e, purtroppo, sviluppato. Il guaio è che noi contemporanei isolani lasciamo in eredità ai nostri discendenti un’etichetta comportamentale ancor meno lusinghiera di quella che già i viaggiatori del Grand Tour colsero e descrissero a proposito dei nostri avi.

