MERCATO SETTIMANALE, SOFFERENZE QUOTIDIANE (Tra i banchi dell’attaccamento e del rifiuto, si vendono sukha e duhkha al chilo)
Era una di quelle mattine di settembre in cui l’aria è ancora tiepida, ma ha già il sapore dell’autunno in arrivo. Il sole scaldava con meno foga e le ombre si allungavano appena come a ricordare che l’estate stava preparando i bagagli. Il Viaggiatore camminava tranquillo tra le vie di un piccolo paese, quando si ritrovò immerso nel vociare vivo del mercato settimanale.

Un mercato di quelli veri, di paese, dove trovi un po’ di tutto: verdure col terriccio ancora attaccato, formaggi tagliati sul momento, maglioni di lana troppo caldi per il clima, e poi utensili, piante aromatiche, tende con motivi improbabili, cianfrusaglie nostalgiche che parevano venire da un’altra epoca.
Le voci si incrociavano come i profumi: salumi, sapone alla lavanda, pesce fresco, patatine fritte. Tutto sembrava voler dire “guardami”, “scegli me”, “portami a casa”.
Il Viaggiatore si lasciava trasportare da quel piccolo caos ordinato, osservando come ogni stimolo generasse in lui una micro-reazione, attrazione, fastidio, desiderio, rifiuto. Si fermò attratto dal rosso vivo di alcuni pomodori, lucidi come promesse, «Maturi al punto giusto!» gridava il venditore, il Viaggiatore annuiva, come si fa di fronte a ogni invito allettante, poco dopo, un odore di pesce sfuggito da un contenitore chiuso male gli arricciò il naso, gli fece cambiare corsia come se fosse in fuga da un pensiero scomodo.
Ogni angolo del mercato gli mostrava uno specchio desiderava, evitava, cercava di ottenere, cercava di sfuggire. Un mango lo fece tornare bambino, un venditore insistente lo fece irrigidire, cose piccole, ma dentro ognuna si nascondeva qualcosa di più grande. «Che buffo…» pensò. «Mi basta un odore, un suono, una parola, e subito scatta qualcosa o lo voglio, o lo respingo.»
Era proprio lì, in quel semplice avanti e indietro tra attrazione e repulsione, che lo yoga, cominciava a farsi vivo. Dalla gioia leggera di un frutto che profuma d’infanzia, alla tensione automatica per un approccio troppo invadente. Emozioni. Ricordi. Sensazioni. Tutto arrivava in un attimo, e in un attimo pretendeva una reazione.
Sukha e duhkha, piacere e dispiacere. Raga e dvesa, attaccamento e avversione.
Due coppie danzanti, diceva un vecchio insegnante, che raramente smettono di girare.
Il Viaggiatore si accorse che stava osservando la sua stessa mente come si osserva un bambino capriccioso al mercato: tocca tutto, vuole tutto, poi si stanca e si arrabbia.

«Quanti automatismi… Quante reazioni che nemmeno scelgo.»
E intanto il mercato lo tirava per la giacca, gli parlava in mille voci, lo sfidava a restare centrato mentre tutto, attorno, cercava di strappargli attenzione.
Il Viaggiatore prese fiato tra un banco e l’altro, infilando le mani in tasca come se lì dentro potesse trovare una risposta semplice.
«Sukha e duhkha…» mormorò, «Parole antiche, ma così presenti.»
Sukha, quella sensazione piacevole che nasce quando qualcosa “ci va bene” un odore buono, una parola gentile, una carezza sul cuore.
Duhkha, invece, è l’opposto quella stretta sottile che arriva quando qualcosa ci disturba, ci ferisce o semplicemente… non ci piace.
«Ma non si fermano lì,» rifletteva. «Perché non siamo solo sensazioni, siamo anche reazioni.» Ogni sukha innesca un desiderio, raga, l’attaccamento, il voler ripetere quel piacere, trattenerlo, farlo nostro. Ogni Duhkha accende un rifiuto, dvesa, l’avversione, la fuga, il rigetto.
Il corpo sente e subito la mente giudica, Il cuore si apre e subito vogliamo di più o si chiude e vogliamo scappare. «Lo facciamo senza nemmeno accorgercene» pensava, «in automatico, come se qualcuno avesse premuto un tasto.»
Una musica che parte appena tocchi il vinile, nessun ascolto, solo abitudine.
«È così che viviamo spesso… prigionieri di un riflesso.»
E mentre un venditore lo invitava a provare una camicia “che sembra fatta per te!”, il Viaggiatore sorrise perché lo yoga, quello che non si fa sul tappetino, comincia proprio lì nel secondo dopo la sensazione, prima della reazione. Quello spazio. Quella pausa.
Il Viaggiatore si allontanò dal banco delle camice, portandosi dietro le lodi del venditore e una riflessione ancora più intensa.
“Tutto nasce da lì, imparare a stare. Stare nelle sensazioni spiacevoli senza scappare, stare nella gioia senza aggrapparsi, non perché siamo santi o distaccati, ma perché cominciamo a vedere. Lo yoga, non ci rende invincibili o indifferenti, ci rende presenti. Con la pratica, soprattutto quella della meditazione, impariamo a osservare ciò che accade dentro di noi senza identificarci.
Un pizzico di fastidio non diventa subito rabbia. Una perdita non diventa disperazione. Una carezza non diventa dipendenza.”
“La mente corre, lo sappiamo ma il respiro… lui resta.”
E lì, tra un’inspirazione e un’espirazione, possiamo notare che sukha e duhkha non sono nemici da evitare o gestire, sono esperienze da attraversare.
Il Viaggiatore sapeva che non si trattava di reprimere o negare ma di coltivare un atteggiamento diverso, che gli yogi chiamano equanimità, restando calmi, sereni e lucidi qualsiasi cosa accada perché in fondo, lo dicevano anche gli antichi, tutto nell’universo è impermanente il mango perfetto, il venditore invadente, la nostalgia, l’attaccamento, persino noi.
“Se tutto cambia, forse posso cambiare anch’io… a cominciare dal modo in cui accolgo le cose.”
Quel giorno, al mercato, il Viaggiatore capì che lo yoga non gli stava insegnando a scappare, ma a restare, con calma, serenità, senza attaccamento né avversione, dentro ogni esperienza. A volte con successo, altre volte inciampando… perché anche i meccanismi più profondi, raga e dvesa, non vanno via, si nascondono meglio ma almeno ora, quando si ripresentano, possiamo riconoscerli… salutarli e magari offrire anche un mandarino.
Consapevoli che tutto è impermanente tranne i prezzi al mercato… quelli sembrano eterni.

