Tuffo nel passato isolano: «’Ntunino ‘u capraro»
Ivano Di Meglio
Antonio Trofa, classe 1913, era coniugato con Raffaella Carmela Buono, classe 1915 nata a Sant’Angelo. L’inizio del novecento fu molto duro. A Ischia non pochi patirono la fame, inventandosi o ereditando il mestiere dei genitori, come in questo caso. Luigi Trofa, sapiente “craparo”, insegnò il mestiere al giovane Antonio. ‘Ntunino ‘u craparo ha scritto una pagina importante di storia isolana. Residente in via Candiano, dedicò anima e corpo al suo mestiere, ottenendo la riconoscibilità e la stima dei compaesani. Il gregge era composto da un numero compreso tra le 100 e le 150 capre, almeno due maiali e, per un periodo, due buoi.

La giornata lavorativa iniziava proprio da via Candiano. Il “giro del latte” lo si svolgeva con 15-20 capre, i cani da guardiania e il maiale che spesso seguiva le capre. Il gregge andava monitorato, attenzionato, data la straordinaria abilità di questi animali, di masticare veramente tutto. Ergo, in presenza di terre vitate, andavano monitorate.
La “marenna/pranzo” mi spiega il figlio Raffaele, spesso era costituita da pane e latte. Piccola digressione: la parola “marenna” deriva da “merère”, ovvero “meritare”. In particolare la versione dialettale, riadattata, riprende la derivazione dal gerundivo, che significa appunto “cose da meritare”. Il pane lo si comprava in bottega, da Orsolina, in via San Giovanni Battista, al posto dell’attuale Pasticceria Dolce Oasi. Antonio “scavava” il panello e lo ammorbidiva col latte.
Si scendeva da Terzano o Terzana (come mi appare negli atti del ‘500) dalla via vecchia, attualmente non percorribile, dopo i numerosi smottamenti e il successivo sfratto degli abitanti del Casale avvenuto tra il 1957 e il 1958. Si raggiungeva quindi la località Maronti, dove le capre potevano brucare liberamente l’erba locale. Durante il tragitto avveniva la vendita porta a porta. Gli abitanti dei vari Casali, erano già provvisti di botto, recipiente in alluminio per contenere liquidi oppure della bottiglia di vetro a collo largo. Un litro di latte, nel dopoguerra costava 50 lire.
Dopo la pausa all’ombra dei castagni o lecci, si tornava a Buonopane. L’abbigliamento era semplice, e le scarpe inizialmente erano costituite dagli zoccoli di canapa con le centrelle. Solo dopo arrivò la gomma. Insomma, uno spaccato, una fotografia del novecento più genuino e che merita non solo di essere ricordato, ma vissuto attraverso il racconto e tramandato alle nuove generazioni. Ai nostri avi, tanto di cappello.

