CAPRICHO: RICOSTRUIRE O DEMOLIRE?
A volte, anche iniziative prese con le migliori intenzioni, se non frutto di riflessione approfondita, di confronto, di comparazioni con situazioni analoghe, possono sfociare in proposte sterili, improduttive ed anacronistiche. Con tutto il rispetto che debbo all’amico Peppino Mazzella, il cui «sacro furore» cittadino è unanimemente riconosciuto, resto perplesso rispetto all’idea di opporsi alla demolizione del Capricho de Calise. Vediamo di mettere chiarezza su alcuni punti. Mazzella lamenta che l’intenzione di demolire la struttura, annunciata da Legnini a dicembre 2023, contrasta con la precedente dichiarazione del Commissario che – qualche mese prima (agosto 2023) – aveva impegnato una spesa di circa 3 milioni di euro per adeguamento, ripristino e riqualificazione della casa comunale, ex Capricho.
Vero. Ma anche tutte le forze politiche presentatesi alle elezioni avevano un’idea diversa dalla demolizione. Se si fosse avuta la pazienza di leggere i programmi delle due coalizioni contrapposte, tutti si sarebbero accorti che la lista di Giosi Ferrandino prevedeva: “Riqualificazione dello stabile del Capricho che dovrà essere l’elemento principale della grande piazza, e svolgere un ruolo di connessione tra l’area del Porto e quella circostanti, trasformandosi in un salotto di grande prestigio”. E la lista di Silvitelli prevedeva; “Rifunzionalizzazione dell’immobile denominato Capricho de Calise: dopo l’insediamento degli uffici comunali presso la sede Napoleon, si procederà immediatamente all’apertura dello stesso con investimenti e fondi già stanziati per un utilizzo che possa portare maggiore appeal turistico al paese”.
C’è stato, dunque, effettivamente un cambio di rotta, ma nel frattempo è stata approfondita la conoscenza dello stato dello stabile, in pessime condizioni statiche oltre che estetiche; è stata trovata una nuova idonea sede municipale ed è diventata molto concreta la possibilità di acquisire la grande cubatura del Pio Monte della Misericordia. Per cui, ai fini di una rivisitazione dell’intero waterfront di Casamicciola, il recupero dell’ex Capricho, scartata la destinazione a casa Comunale, avendo la possibilità di creare un punto di cucitura urbanistica terra-mare, servizi portuali-servizi a terra (compresa ipotesi yachting club) nello stabile Pio Monte, ecco che un «vuoto» anziché un «pieno» al posto del Capricho, assume una sua logica e consente di costruire una cosa diversa che possa rappresentare un effettivo trampolino di rilancio del Comune.
Ed è qui che è scattata l’idea di far intervenire un grande architetto come Fuksas (del resto proprio Peppino Mazzella aveva sollecitato l’intervento di un grande architetto come Renzo Piano) che riprogetti l’intero waterfront. E non certo per creare un parcheggio al posto del Capricho, fake news che circola anche tra i firmatari dell’appello contro la demolizione. Ma, al di là di questa prima considerazione, vorrei introdurre un argomento di ordine più generale, diciamo di natura paesistico-culturale. E’ necessario, nella valutazione della decisione da prendere, non lasciarsi condizionare da sentimentalismi, nostalgie, ricordi di gioventù. E’ importante l’origine di uno stabile, l’idea che lo promosse, l’umanità di chi lo condusse, la perizia di chi lo costruì.
Ma, come ebbe a dire Benedetto Croce a proposito dei partiti politici, non bastano l’idea iniziale, gli intenti nobili, per giudicare positivo un partito; è tutta la sua storia che conta, e se gli ultimi percorsi contraddicono i nobili motivi fondativi, allora il giudizio non può che essere irreparabilmente negativo. Trasferiamo questo concetto al Capricho de Calise: bello in origine, prima stabilimento balneare poi luogo di feste, incontri, eventi. Ma poi? Quante controversie intorno ad esso? Quante incongruenze, quante trascuratezze, quanti mancati introiti per il Comune proprietario? Quante prolungate chiusure, che hanno contribuito a desertificare il paese? E non importa di chi siano le maggiori responsabilità, se del privato o del pubblico. Resta il fatto che è successo, che un bene prezioso all’origine è diventato un rudere e un ostacolo per il paese. E vogliamo ricostruire. Che cosa? Il Calise che fu in origine? E con quale destinazione? Ho sentito la proposta di farne un Palazzo dei Congressi. Ma abbiamo idea di che cosa sia un Palazzo dei Congressi, di quali spazi ha bisogno (altro che 500 mc.), di quali servizi intorno necessita, della mobilità che ne consegue? Altra proposta che ho sentito è quella di farne una Biblioteca, un luogo di dibattito e incontro per giovani. Gestita da chi? con quali fondi, con quale personale? E, a parte, il beneficio culturale e sociale, quale impatto economico e turistico riuscirebbe ad assicurare? Io invito i promotori dell’iniziativa di raccolta firme contro la demolizione a riflettere su un documentato servizio giornalistico di Gian Antonio Stella, apparso su Il Corriere della Sera del 15 gennaio, dal titolo: “Restaurare ma non troppo”. Stella cita i pareri di Andrea Carandini (archeologo), Salvatore Settis (archeologo e storico), Cesare Brandi (storico dell’arte), non proprio gli ultimi arrivati in tema di arte e cultura, tutti orientati a suscitare perplessità sulla tendenza a voler «ricostruire» lì dove non c’è più traccia di un’originale impalcatura artistico-architettonica. Dove, all’opera iniziale, si sono sovrapposte stratificazioni di «altro» e di altre storie. Stella fa l’esempio di Abu Simbel (in Egitto), dove anni fa io sono stato e ho visto. Certo, di primo acchito si rimane stupefatti dinanzi alla ricostruzione di un sito di altissimo pregio che, per salvarlo dalle acque del Lago Nasser, fu smontato – con inizio dal 1964 – pezzo per pezzo e ricostruito al sicuro. Ma, a ben pensarci (e non lo penso io ma il fior fiore dei critici d’arte) quell’opera è un falso, nonostante le pietre originali. Con la stessa logica dell’anastilosi (così si definisce l’opera di scuci e cuci architettonico) quel tempio nubiano di Abu Simbel poteva essere ricostruito in qualsiasi altra parte del globo. Ma non è più l’opera originale, nonostante l’utilizzo delle stesse pietre. Stella cita anche un saggio del critico d’arte Tomaso Montanari dal titolo: «Com’era e dov’era, la storia dell’arte e la funzione civile del patrimonio culturale».
Dice Montanari: “Il ripristino architettonico dovrebbe essere vietato da una legge per la tutela del Patrimonio artistico nazionale e solo autorizzato, di volta in volta, per casi specialissimi come il campanile di San Marco a Venezia”. Continua: “Chiedere la ricostruzione com’era e dov’era significa spostare l’attenzione dell’ortodossia autoreferenziale e spesso fuorviante della teoria del restauro, all’amore per organismi urbanistici secolari che continuano a vivere solo se abitati da una comunità. La quale continua a viverli solo se l’organismo è ricostruito com’era e dov’era e dunque torna riconoscibile e degno di essere amato”. Altro che Palazzo dei Congressi o Biblioteca: o si crede possibile un Capricho “com’era e dov’era” (e non mi pare ci siano le condizioni) o, altrimenti, meglio creare un nuovo spazio e un nuovo luogo “abitato” dalla comunità.

