VENDEMMIA A ISCHIA NEL 1952
Amedeo Maiuri da archivio corriere
L’uomo comincia a carezzar troppo questa sua creatura: segno di predilezione che prelude a difetti e a vizi di allevamento e di svezzamento. Strade con così ampi marciapiedi, con balaustre e giardinetti agghindati e terrazze artificiali per creare il punto di vista, con muraglioni giganteschi che si innalzano ad ogni passo a sostenere il taglio troppo crudele delle scarpate e vi tolgono la nudità pura del terreno che qui parla e vive e si colora di tutto il travaglio della terra. Starebbero meglio in terraferma: qui appaiono ipertrofiche. E poi c’è troppa gentilezza floreale. Quando si finirà di piantare oleandri su tutte le terre d’Italia, dai giardini di riviera e sulle strade di monte, con una moda più fastidiosa di quella delle palme che troneggiano in tutti i giardini dell’ottocento all’inglese? Il passaggio d’italia non è sempre festoso: anche una sua compostezza austera e triste che fa bene all’anima più di un aiuola fiorita, più di tutti gli ibridismi floreali; e quelli oleandri ad alberello che aprono come girandole, ovunque, i loro stellanti fiori, cominciano ad annoiare, come il canto continuo dei posteggiatori in un convito di malinconici e dolci ricordi di amici.

Le cento e più commissioni turistiche non hanno forze; come si dice, nel loro seno artisti e pittori capaci di infrenare la mania della standardizzazione panoramica e di governare, ove occorre; un’alberatura stradale che è spesso un’opera di bellezza e può riuscire anche un’opera di architettura qual è, ad esempio, l’immenso viale porticato a triplice navata basilicale del Real palazzo di Caserta. La scelta delle piante non si fa solo sui listini di prezzi e con il metro del canneggiatore: si fa anche andando sul luogo e guardandosi intorno non soltanto con gli occhi, ma con quel tanto di sentimento che valga a mettere il proprio spirito in comunione con la natura delle cose. E per meglio riaffermarmi all’anima dell’isola, abbandono le strade dei luoghi balneari e termali, e vado a vedere l’ultima vendemmia lungo i sentieri che discendono dai castagneti di Barano, di Serrara e di Buonopane, alle sabbie bollenti della marina dei Maronti, all’incanto gemmato del promontorio di Sant’Angelo. Sono in buona compagnia: uno zoologo illustre e il figlio paletnologo giovinetto; tutti e due conoscitori come pochi delle vicende geologiche dell’isola: simbiosi familiare e scientifica perfetta; il che non impedisce alla nostra piccola brigata di avere occhi e senso per la bellezza della giornata vendemmiale. Seguiamo uno dei sentieri più inconsueti, più dirupati, e precipita nel mare sulla cresta di un costone fra burroni profondi.

Tutto il fianco dell’isola è ricoperto da un gran banco alluvionale di materiale vulcanico, disceso dall’Epomeo e sedimentato sulle antiche lave e sui tufi originari: materiale rassodato in alti banchi di conglomerato tufoide, ma corrugato e tormentato dal lento violento lavorio delle acque. È il regno sovrano delle erosioni, dei sedimenti, delle frane. Un costone eroso dalle acque ci appare, tra un biancore accecante di nevaio. Trasformato in una selva di picchi da ghiacciaio; ma sono guglie effimere; fa l’effetto di un giuoco di birilli vetrosi che, a passarci in mezzo, debbano infrangersi. La punta della guglia è protetta da un ciottolo fluitato, da una bomba trachitica, da un arboscello rinsecchito; se cade quello schermo anche la guglia franerà; si eguaglierà al suolo come un nevaio che si liquefaccia. Su questo terreno sconvolto, franoso, bibulo come una pomice, asciutto come un esca, rosolato dal sole e dal vento marino, fatto tepente dai bollori sotterranei, dal calore segreto che vi corre dentro come il sangue nelle arterie, alligna sovrana la vite: tutto il grand declivio del monte non è che un immenso vigneto. Vigne dovunque: basse, a filari, appoggiate ad umili canne o a pertiche, che non v’è luogo qui per lussuosi maritaggi con l’olmo e i pioppi della pingue pianura; sulla spianata delle terrazze o sulle groppe scoscese dei costoni; sul pendio precipite tagliato ad alti gradoni, tanto da dar piede ad un solo filare alla volta; sulle frane sprofondate appena vi si è aperta un po’ di radura; in fondo tra le forme di un burrone, o arrampicate in cima a un grippo da capre a far amorosa contesa con il verde e l’oro delle ginestre. E vi si arriva, come Dio vuole, con qualcuno di quei sentieruoli appesi, appoggiati alla parete del monte come lo scalillo dei vendemmiatori, o attraverso un camminamento in trincea, o per via di qualcuno di quei cunicoli che risolvono allegramente un problema di viabilità con un foro e un pertugio nella roccia tenera del monte. È l’ultima vendemmia, e incontriamo frotte di giovanetti e di ragazze che risalgono il sentiero con il carico delle uve già infrante dalla prima rinsaccata: i ragazzi con la tina sulla spalla, retta dall’appoggio del braccio e dalla presa della mano passata ad arco sul capo; le donne con la tina più pesa equilibrata sul cercine dei capelli, mute e gravi, con gli occhi socchiusi come per reggere meglio allo sforzo; qualche bestia someggiata arranca verso il paese con letine conformate a guisa del basto da soma e che qui chiamano con un vocabolo poco allegro: tavuto, che è la cassa del morto. Le viti sono già spoglie e l’afrore del mosto sale dal chiuso dei cellai. entriamo a caso in una vigna deserta, quasi nascosta tra le rughe di un costone, e davanti alla porta del cellaio franato, tra le macerie di pietre e impannate divelte, tende da una pergola poggiata contro la parete di tufo, un prodigio di grappoli dorati, intramezzati da un ramo di cotogne verdastre di un’acerbità così aspra da sembrare dispettosa, quasi di zitelle inacidite in mezzo a quel colore succulento e a quell’umore stillante di uve già sfatte e tormentate dal ronzio goloso delle vespe. E l’uomo qui conserva una sua rude e semplice primitività di vita: né case, né ville o fattorie che interrompano quella purezza e grandezza di contorni; case e cellai sono le grotte scavate nel grembo del monte. E tutto il monte appare perforato da tane e caverne come una necropoli sicula dell’età preistorica. È uno degli aspetti più tipici della vita rurale ischitana, ereditata chissà da quale remota antichità, ed è forse la ragione per cui manca ad Ischia una tradizione dell’architettura paesana altrettanto nobile quanto a Capri; alla vita dei campi basta la grotta che è cellaio, palmento, cisterna e capanna di custodia. Si aprono come celle eremitiche, come oratori paleocristiani, come grotte e santuari del primo Evo bizantino, nella parete tufacea del monte; la porta incavata entro un più grande arcone, ha a fianco la nicchietta per la posa del lume; chiusa da cancelli qualificati con la stessa arte rude del chiuso d’una mandra e rinforzata da piuoli e da stecche e decorata di ragnateli fuligginosi che, se non completano l’apparato di difesa, aggiungono un’area di solenne vetustà; a fianco, sugli stipiti, due grandi crocioni tinti a calce, valgono a tener lontano i ratti di campagna che in quel biancore vedono chissà quale pericolo e quale minaccia. L’interno, tutto a volta ed arcosoli da ipogeo cimiteriale e spesso di una grandiosità basilicale, ha da un lato il palmento e la vasca per la premuta delle uve e la raccolta del mosto, e in un locale più ampio il cellaio per le botti: il letto, su di un graticciato di pertiche di castagno, e in un incasso della parete; la cisterna bene occultata; le provviste di bocca messe al sicuro in una corba sospesa ad una trave; la luce filtra a fatica attraverso le serrande e i ragnateli della porta e, dove è possibile, da qualche segreto forame aperto nelle pareti del monte. Il vino imbottigliato dopo essersi crogiolato al sole, fermenta immaturo; ha la sua seconda vita nel grembo della terra; quando lo spillano ed esce da quel tenebrore, ha ancora tanto sole e calore, da risplendere ambrato. Ma l’isola d’Ischia è regina sovrana delle acque tepenti sotterranee, scaturenti per i tristi male della vita; il gigante Tifeo, premuto nel suo cubile, si è mutato nel mite Esculapio, e Dioniso si affratella, tra i suoi vigneti, con il fuligginoso Vulcano, così che sorgenti e bagni si incontrano ad ogni passo. E di tutte le terme dell’isola fumiganti di acque in bollore , di fan di viscidi, di meati vaporiferi, fra lustrore di marmi, riverbero di lucernari, andirivieni di serventi in camici bianchi e mollizie di divani e di cuscini, ho voluto visitare la più semplice e la più vetusta; la terma petrosa di Cavascura. È scavata nella frattura profonda di un vallone e vi si penetra dalle sabbie della spiaggia di Maronti, seguendo il corso di un rigoletto che sfocia nel mare. Una frana lo scorso inverno, facendo da diga, ha trasformato il ruscello in laghetto; un laghetto dalle acque nere cupe, entro cui si riflettono, fra esalazioni di vapore, altissime pareti bianchicce delle ripe calcinose: un piccolo Flegetonte. Il Vallone si chiude e si rinserra in un corridoio di poca ampiezza ai cui lati si aprono delle cellette scavate nel tufo, come i sepolcri di una necropoli rupestre o i covili di un eremitaggio. È invece una sala termale a cielo aperto: in luogo di stucchi, colonne e lucernarie abbaglianti, due alte ripe di tufo con qualche virgulto stento di ginestra, un pavimento viscido di muschio e l’azzurro libero del cielo. Ogni celletta è uno stanzino da bagno; un rettangolo di due metri per poco più di un metro raccoglie quanto è necessario: un podio per sedere ricavato dal tufo, una vasca scavata anch’essa nel sasso. I vani dell’entrata sono privi di porte; alla pudicizia del bagnante o della bagnante è sufficiente un panno scuro teso innanzi alla porta; la discrezione altrui rimedia ai buchi e agli strappi di quel drappo; l’acqua naturalmente calda, carica di tutte le virtù terapeutiche che ignoti cerretani e clinici illustri concordamente le riconoscono, scorre per entro il solco di una cunetta innanzi a quegli stanzini e, a guisa del canale di irrigazione di un orto di cavoli o di insalate, se ne regola all’afflusso delle vasche con un cencio che fa da tappo di chiusura. il calore si misura, senza complicazioni di fragili termometri galleggianti, con il tocco sapiente della mano della bagnina. Una polla d’acqua più calda, già fumigante per un principio di bollore, basta alla disinfezione delle vasche.. bagno di poveri, ma che nulla ha da invidiare all’igiene dei ricchi.. sui tre gradini dell’ingresso sedeva una vecchia rugosa, vestita pulitamente di nero, custode, bagnina e amministratrice ad un tempo delle terme di Cavascura: silenziosa e immota come una maliarda che attendesse il viandante in cerca di una manipolatrice di erbe o di un indovina sagace. Pareva decrepita a giudicare dalla bocca sdentata; eppure, drizzatasi alta e ossuta, mi si rivelò di così pronta energia di gesti e di volontà negli occhi grifagni, nelle braccia scardite, nelle mani adunche da dar piena fidanza di esatto adempimento della sua missione. Mi spiegò benigna il funzionamento del rivolo distributore, del tappo di fortuna, e mostrandovi l’acqua del bollore mi disse, spropositando con gravità terapeutica, che quella serviva per infettare le vasche. L’ora era tarda e la terma era deserta: solo un mantello grigio maculato di toppe, degno di ricoprire le spalle di un mendico omerico, era disteso su una delle porte e dall’interno veniva un allegro sciacquio d’acqua e risate e squittii: davanti a quella porta s’era seduta a guardia la vecchia bagnina, nera nel sole come una fantasima. Aspettando incuriositi: che uscisse da quella vacro rupestre una donna ischitana. Uscirono invece poco dopo da quel torno e uno scugnizzo in brachette e due bimbe in camiciola, guidato il branco da una sorellina adolescente, che non so come c’entrassero tutti assieme in quel buco a fare la covata. Erano lindi e lustri, fragranti di pulizia dei volti e delle gambe sode e rosee; sedettero anch’essi, un po’ intimiditi, accanto a lava silenziosa, con un riso muto negli occhi lucenti. Ma quando ripassai la sponda del laghetto funigante, sentii che ridevano e squittivano ancora accanto a quella fantasima nera.
Amedeo Maiuri
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