San Casciano dei Bagni e Pithecusa due siti archeologici con molte analogie
La fantastica scoperta archeologica a San Casciano dei Bagni in provincia di Siena, di almeno 24 statue in bronzo in condizioni perfette di conservazione, ha molte analogie con la scoperta di Pithecusa. Ma cominciamo con ordine. Nel 2018 viene finanziata l’esplorazione geofisica dell’area del Bagno Grande, alle spalle delle terme cinquecentesche ancora oggi in funzione.

Nell’agosto 2020 la prima grande sorpresa, con il ritrovamento di un altare dedicato ad Apollo. Il resto è la cronaca degli ultimi mesi, con le nuove campagne che hanno riportato alla luce i particolari della monumentale vasca a forma allungata dove i fedeli venivano a bagnarsi nell’acqua rigenerante che qui sgorga a 38-42 gradi, ma anche ad affidare offerte ed ex voto agli dei. Secondo gli esperti le 24 statue appena ritrovate si possono datare tra il II secolo avanti Cristo e il I dopo.

Il santuario, con le sue piscine ribollenti, le terrazze digradanti, le fontane, gli altari, esisteva almeno dal III secolo a.C. e rimase attivo fino al V d.C., racconta, quando in epoca cristiana venne chiuso ma non distrutto, le vasche sigillate con pesanti colonne di pietra, le divinità affidate con rispetto all’acqua. È anche per questo che, rimossa quella copertura, gli archeologi si sono trovati davanti un tesoro ancora intatto, di fatto “il più grande deposito di statue dell’Italia antica e comunque l’unico di cui abbiamo la possibilità di ricostruire interamente il contesto”, ribadisce Tabolli. Nel 1952, Giorgio Buchner cominciò i lavori di scavo nella necropoli di San Montano. Come nel caso di San Casciano dei Bagni, dove l’acqua calda, il fango, e la profondità hanno preservato le numerose opere scoperte, anche a San Montano, fattori simili hanno contribuito a preservare il nostro patrimonio culturale di Pithecusa.

Proprio a San Montano, la conservazione della necropoli databile a partire del sec. VIII a.C., è stata garantita dalla presenza di una fonte termale. Più si scavava in profondità e più il terreno era riscaldato da fumarole vulcaniche, tanto che in alcune tombe, sono stati raggiunti i 63 gradi di temperatura.

Questo calore umido produce effetti spesso disastrosi sulla ceramica come i metalli, compromettendo più o meno gravemente l’aspetto estetico dei reperti, e annullando praticamente il loro valore commerciale. L’altra circostanza che ha contribuito a conservare intatta la necropoli, e la profondità alla quale si trovano le tombe, almeno nella maggior parte dell’area, dovuta all’apporto di terreno alluvionale pulito nella zona centrale della Valle, le prime tombe si rinvengono infatti a quattro o cinque metri, e le tombe a inumazione dell’ottavo secolo avanti Cristo, a sette metri oppure 8 metri dal piano di campagna attuale.
Questi aspetti negativi vengono tuttavia largamente compensati, dal punto di vista scientifico, dallo Stato intatto del giacimento. Stessa fortuna non ha subito Cuma, colonia greca fondata poco dopo Pithecusa, non ha ricevuto lo stesso trattamento, tanto che oggi possediamo soltanto resti smembrati dei corredi sepolcrali cumani. Insomma, comunque vada, l’invito è quello di finanziare la ricerca in tutti campi, diminuire la burocrazia, snellire e velocizzare le produrre di acquisizione dati, e valorizzare anche il lavoro immateriale.
L’Italia possiede il 70% del patrimonio culturale mondiale. Attribuire il merito, oggi, è molto semplice. Conoscere e valorizzare il lavoro di anni, è più complesso. Ma nonostante tutto, menti brillanti decidono di restare sul territorio italico, rifiutando allettanti offerte monetarie estere, per amore della propria terra. A loro tanto di cappello.
Fonti: Sir; Museo Archeologico di Pithecusa di Giorgio Buchner e Costanza Gialanella, istituto poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1994, pagina 15.

