Il capitello corinzio di piazza Luca Balsofiore in Forio

Il capitello corinzio di piazza Luca Balsofiore in Forio

Qualche settimana fa, mi sono imbattuto in un post nel quale una Signora chiedeva cosa fosse quel reperto sul quale, in piazza Luca Balsofiore a Forio, poggiamo le natiche quando non è bagnato. Lo avevo già visto su qualche testo. E, in effetti, con molta probabilità, si tratta del capitello corinzio fatto fotografare da Don Pietro Monti e riportato in “Ischia, archeologia e storia” a pag. 617. La somiglianza è non solo notevole, ma direi che presenta gli stessi punti consunti, e le stesse fattezze. Cominciamo col dire cosa sia un capitello corinzio.

Carattere distintivo dell’ordine è dunque il capitello il quale, con prospetti uguali sui quattro lati, si compone di un corpo principale (kàlathos) di forma troncoconica rovescia e dal profilo a cavetto, sormontato da un abaco pure profilato a cavetto. Alla base del kàlathos si dispongono due girali sfalsati di otto foglie di acanto da cui si dipartono i caulicoli (steli) dai quali hanno a loro volta origine coppie di elici centrali e di volute angolari. Sopra le elici, vi è un elemento decorativo, una palmetta o più spesso un fiore. Questa descrizione si attaglia al tipo cosiddetto “normale”, mentre un tipo detto “libero”, più antico, è caratterizzato da elici e volute indipendenti e quindi dall’assenza dei caulicoli (Epidauro, Tholos, ordine interno).

C’è da dire che l’esemplare ritratto da Don Pietro, è leggermente più alto, in quanto si vedono chiaramente le parti inferiori delle foglie. È una differenza di pochi centimetri che potrebbe essere giustificata dalla cementificazione del capitello all’edificio. Don Pietro afferma, riferendosi alla Forio del periodo romano tardo imperiale che: “poco o nulla sappiamo del tempio e delle ville che animavano questa parte occidentale dell’isola. La testimonianza di Tito Flavio (ceppo marmoreo di cui vi parlerò), dedito al culto di Eros, e quella dei “Sexviri augustali”, cioè un’associazione di borghesi benestanti, che si occupavano del culto dei defunti imperatori, richiamano l’attenzione sulla presenza di un Collegio e di una costruzione templare imponente che esisteva in Forio, alla quale potrebbe riferirsi il pezzo architettonico di marmo che fa da sedile in un angolo della piazzetta Balsofiore.

Questi rappresentano gli unici elementi appartenenti ad are votive, intorno alle quali la gens Romana alimentava la pietas, in una terra rimasta quiete e serena dopo l’ultima manifestazione vulcanica”.

Che facesse parte di un tempio quindi? Probabile, ma non lo possiamo ancora affermare. Questo lo dico perché mi sarà obiettato che il D’Ascia, in “Storia dell’isola Ischia”, a pagina 58 afferma: “Ivi lungo il lido sorge l’acqua che prende il nome di Citara. Quest’acqua fu assai celebre nei tempi antichi, e vuolsi detta di Citara da un tempio quivi sacro a Venere citerea (nota numero 123). Quanto all’etimologia Citara, esco fuori dal seminato, e demando agli studi del Professore e amico Vincenzo Di Meglio.

Da dove ricava la sopra citata notizia il d’Ascia? Dall’opera di Francesco De Siano “Brevi e succinte notizie di storia naturale e civile dell’isola d’Ischia” a pag. 72 afferma “la parte meridionale dell’isola sembra non essere mai stata conosciuta o abitata dai Greci, perché facea e tuttavia fa una vista orrida sul dorso dell’Epomeo, la cui salita è altissima ed alpestre; e perciò non vi si trovano voci greche se non le citate di Forio, Citara o Cithera e qualche altra”. O Citherea, cioè prolifica, fecondante; o Cetaria, cioè da qualche antica tonnara: Plures adnabunt thynni et cetaria crescent. E qui cita le “Satire” di Orazio V libro secondo, e Plinio libro IX. Plinio, Orazio e Ovidio, documentano, in periodi diversi, il pescato e i suoi luoghi, intendendo per Cetaria, i luoghi dove entra l’acqua del mare e vi si tengono rinchiusi pesci grossi. Cetus è un nome generale per indicare tali pesci.

Quindi, al momento, non abbiamo prove di templi dedicate ad una Dea o presunta tale citerea. Quanto alla collocazione temporale, se ne può parlare. Don Pietro, facendo riferimento ai ritrovamenti sopracitati, ipotizza l’appartenenza al periodo romano tardo Imperiale, dal II al IV sec. d.C. Ma la forchetta temporale potrebbe partire dal periodo augusteo. In ogni caso, mi preme evidenziare, questo senza alcun genere di polemica, che il bene abbia bisogno di una sistemazione più consona alla propria importanza storica e archeologica. Sono diversi gli esempi di statue e di marmi plurimillenari, che andrebbero sistemati in posizione più consona. Mi viene in mente la statua di Ercole del primo secolo avanti Cristo che funge da supporto ad un acquasantiera nella chiesa la chiesa di Santa Maria delle Grazie, oppure i resti della Chiesa di Sant’Andrea in Noia, contenuti all’interno della chiesa della Madonna della Mercede. E tanto altro.

1.041 Visualizzazioni
Ivano Di Meglio

Ivano Di Meglio

Eterno studente, scavo nei meandri del passato per trovare l'identità collettiva che porti al traguardo della consapevolezza. Mi occupo di cognomazione, Medioevo e usi locali. Cerco instancabilmente atti, prove e quant'altro mi consenta di ricostruire spaccati di vita lontana e vicina.