L’ISOLA DELLE SCIMMIE E IL MITO DEI CÈRCOPI
Tra le ipotesi etimologiche concernenti il toponimo Πιθηκοῦσσαι, Pithekoussai, c’è quella che vede la derivazione da πίϑηκος pìthekos «scimmia». Quindi l’isola delle scimmie. Il mito è raccontato nel libro XIV delle “Metamorfosi” di Ovidio.

Raccontano i mitografi che i Cercopi (Passalo e Acmone) erano due fratelli briganti che la madre aveva messo in guardia dall’incontrare un eroe detto Melampygos, melampigo (deretano nero). Eracle infatti indossava una pelle leonina che gli lasciava scoperto il sedere. Una volta stavano derubando Eracle addormentato sul ciglio della strada allorché questi li sorprese e, dopo averli sopraffatti, li appese per i piedi alle due estremità di un bastone che si caricò sulle spalle.

E ciò, verosimilmente, per portarli alla regina Onfale, presso la quale egli stava servendo in schiavitù e che gli aveva ordinato di liberare il paese da quei briganti. Da quella posizione, essi si accorsero del deretano nero di Eracle, capirono il presagio della loro madre e scoppiarono a ridere trasmettendo il riso all’eroe che li lasciò liberi. In seguito, continuarono a fare i briganti, finché Zeus non li trasformò in scimmie e li trasportò alle due isole di Procida e Ischia, da allora denominate Arcipelago delle scimmie, in greco Πιθηκοῦσσαι, Pithekoussai.

Riporto dal libro XIV delle Metamorfosi di Ovidio: Lasciata la città da lei fondata in quella regione sabbiosa, Enea ritorna nella terra di Èrice, presso il fedele Aceste, e fa un sacrificio per onorare la tomba del proprio padre. Quindi salpa con le navi, che Iride, fedele a Giunone, per poco non ha bruciato, e oltrepassa il regno del figlio di Ippota, le terre fumanti di zolfo ardente e gli scogli delle Sirene, figlie dell’Achelòo. Poi, perduto il nocchiero, la flotta costeggia Pròchite e Inàrime, nell’arcipelago brullo e rupestre delle Pitecuse, così chiamato dai suoi abitanti. Il padre degli dei infatti, non tollerando più gli spergiuri e le frodi dei Cercopi, i misfatti di questa gente intrigante, li trasformò da uomini in animali, deformandoli in modo che apparissero insieme diversi e simili all’uomo. Ridusse le membra, appiattì e rincagnò nella fronte il naso, solcò il loro viso di rughe senili e, coperto tutto il loro corpo di pelo fulvo, li confinò in questa terra.

Ma prima tolse loro l’uso della parola, d’una lingua ferrata nei più turpi spergiuri: soltanto di lamentarsi con rochi squittii lasciò facoltà. Oltrepassate queste isole, lasciate le mura di Partenope sulla destra, verso ponente la tomba del melodioso Eolide e una contrada piena di paludi, Enea giunge alle spiagge di Cuma e all’antro dell’antica Sibilla.

