LA CANAPA NELLA TRADIZIONE CONTADINA

LA CANAPA NELLA TRADIZIONE CONTADINA

Fino agli anni cinquanta del ‘900, le campagne erano molto popolate, e la figura del contadino era molto diffusa. Nella prima parte del secolo, “ogni” contadino aveva un appezzamento di terra, o parte di esso coltivato a canapa. La semina avveniva nei primi giorni di aprile, o comunque in prossimità della Pasqua. Terreno preparato e concimato. La pianta della canapa, cresceva rapidamente fino a 2 o 2,5 metri. Tra fine luglio e gli inizi di agosto, veniva tagliata ed essiccata da stesa al sole. Dopo circa sette/dieci giorni la canapa veniva “scossa” con le braccia, in modo tale da separarne le foglie dallo stelo. La raccolta era effettuata tra luglio e agosto. Dopo aver accatastato diversi fasci, l’uno sopra l’altro, si prendeva il fascio grande, legato bene con tre legature. Poi si portava al macero. La canapa veniva poi immersa nell’acqua e tenuta in ammollo. Questa operazione durava almeno 8-10 giorni, dopodiché si sfregavano gli steli per controllare se la fibra si fosse staccata da essi. Se sì, il passo successivo era il lavaggio in acqua corrente, sfregando tra le mani il materiale. I contadini portavano la canapa nelle cantine. Seguiva l’asciugatura che durava circa 8-10 giorni. La si batteva su di un sostegno in legno (un ammaccatoio). Una volta ottenuta, la fibra veniva ancora battuta e separata dallo stelo. La pettinatura poi avveniva per ottenere tre tipi di prodotto: la prima qualità era “il fiore” usato per creare i tessuti più delicati, fili, cuciture. La seconda era usata per ottenere un prodotto più grezzo, usato per produrre stoffe, lenzuoli, ecc. Il terzo era lo stoppone usato per la creazione di corde, cime per i finimenti del bestiame. Si passava alla filatura. Ogni donna filatrice, aveva il fuso e la rocca (‘a conacchia). Era materiale talmente importante da costituire “la lista nozze” dell’epoca. D’estate si filava la lana, e d’inverno la canapa. Dal fuso si passava al gomitolo, che presentava un buco al centro. Le più fortunate avevano il telaio. Chi non se lo poteva permettere, affidava il materiale ad amici o alle suore che lo lavoravano. Era frequente anche la realizzazione di prodotti di lana mista a canapa. Questo fenomeno andò avanti fino alla prima metà del secolo scorso, quando ci fa una forte urbanizzazione. Come dato statistico ricordo che l’Italia è stata la seconda nazione al mondo, dopo la Russia, per la produzione di canapa.

CURIOSITÀ: A Marecoppe lo spago in vimini era chiamato ‘u Iombere. Esso veniva utilizzato per diversi scopi: vi si legavano le salsicce di maiale, legare ‘e piennoli ‘e pummarole, e altro. Esso poteva essere di canapa o di lana, e usato per realizzare calzini, magliette e indumenti vari. Nel Comune di Barano, subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, la canapa si poteva comprare o nella bottega di fiducia, o da un personaggio napoletano chiamato ‘U Cannaviello. Egli abitava in via Testa, Contrada Piejo. Tutte le mattine saliva verso Buonopane con una borsa contenente circa 3-4 kg di canapa. Nei registri parrocchiali dell’ottocento a scendere, ho incontrato donne casalinghe o filatrici, con le dovute eccezioni.

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Ivano Di Meglio

Ivano Di Meglio

Eterno studente, scavo nei meandri del passato per trovare l'identità collettiva che porti al traguardo della consapevolezza. Mi occupo di cognomazione, Medioevo e usi locali. Cerco instancabilmente atti, prove e quant'altro mi consenta di ricostruire spaccati di vita lontana e vicina.