Solo la Fiamma si spense, la Luce fù eterna

Solo la Fiamma si spense, la Luce fù eterna

«Io ho nome Giordano della famiglia di Bruni, della città de Nola vicina a Napoli dodeci miglia, nato ed allevato in quella città» Così inizia il processo a Giordano Bruno, ed è attraverso gli atti processuali in possesso del Vaticano che conosciamo l’infanzia del monaco campano.

Nato in una famiglia di modeste origini, imparò a leggere a scrivere grazie al buon cuore di Giandomenico De Iannello, un vecchio prete originario della stessa Nola. Appena diciassettenne il giovane Giordano entra a far parte dell’ordine dei domenicani, nel convento di San Domenico Maggiore, nel cuore di Napoli.

La sua vocazione per la Verità lo pone presto in contrasto con il rigido pensiero della dottrina domenicana, così fugge ed inizia un percorso nelle vesti di monaco itinerante che lo vedrà predicare quella verità troppo spesso nascosta e censurata in molte nazioni europee, tra cui Francia, Svizzera, Germania e Inghilterra.

Il suo affascinante concetto di un “infinito, immobile” di cui invano l’uomo ricerca il centro, visione cosmologica che supera addirittura il pensiero eliocentrico e passa oltre, immaginando l’universo come infinito, senza un centro, senza un perimetro e con al suo interno un numero anch’esso infinito di sistemi solari ancora oggi apre numerosi interrogativi. Nel 1591 torna in Italia per insegnare mnemotecnica al giovane Giovanni Mocenigo, sarà proprio questi che poco dopo denuncerà Bruno al Tribunale della Santa Inquisizione per blasfemia e abominio nei confronti del clero di Dio. La Repubblica di Venezia sotto la cui giurisdizione ricadevano le responsabilità del monaco campano, assunse in un primo momento un atteggiamente conciliatorio attraverso l’organo inquisitorio locale, emettendo una sentenza sostanzialmente blanda. Anche grazie alla difesa che Bruno costruì con le sue stesse mani, il monaco nolano deve notare come le sue tesi, nascevano in un principio filosofico e non avevano nulla a che vedere con la religione di per se’, così come Aristotele e Platone avevano fatto prima di lui. Dopo una lunga diatriba politica tra il Papato, che rivendicava l’estradizione di Giordano Bruno in Vaticano, e la Repubblica di Venezia, quest’ultima decise che non valeva la pena inimicarsi il Santo Padre per un semplice monaco domenicano, decidendo quindi che se ne occupasse il Santo Uffizio. Trasferito a Roma, il monaco venne sottoposto a molti interrogatori e diverse sessioni processuali, in cui sostanzialmente e tra le altre cose gli si intimava di disconoscere il principio di infinità dell’universo, la sfericità della Terra, la non creazione della materia e le pratiche magiche. Giordano Bruno si rifiutò fino all’ultimo di abiurare i Principi Fondamentali delle sue teorie, consacrando i suoi scritti alla Storia, dalla Cena delle ceneri, De la causa, Principio et Uno, De l’infinito universo e mondi, fino al De magia. Al contrario di Galileo Galilei, il monaco campano non si piegò alle barbarie ideologiche della Chiesa, nessuna abiura venne pronunciata dalla sua bocca, accettando perciò la condanna a morte emessa dai carnefici. Il 17 febbraio 1600 venne condotto in Campo de’ fiori, incatenato ad un palo e arso sul rogo. Bruno non negò mai l’esistenza di Dio, anzi, ne confermava la presenza nell’universo ma non come demiurgo, piuttosto come una manifestazione diretta ed immediata dello stesso infinito. Così come si affermò certo dell’esistenza di altre forme di vita in altri sistemi solari, temi immaginati più di 500 anni fa’, ancora attuali. Il giorno 8 febbraio  del 1600 al giudice che lesse la sentenza di morte rispose: “forse tremate più voi nel pronunciare questa sentenza, che io nell’ascoltarla”.

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