La “Stipe dei cavalli” di Lacco Ameno, località Pastòla
Nel 1966, in località Pastòla, sotto le pendici settentrionali della collina di Mezzavia, costruendosi la casa del Sig. V. Colella, si rinvenne nello sterro, dello straordinario materiale archeologico, tutto bruciato in antico, comprendente tra l’altro modellini di carretti trainati da muli, cavalli, e modellini di navi, trottole e piatti, databili tra la fine del VII e gli inizi del VI sec a.C. Purtroppo, prima che la Sopraintendenza Archeologica venisse a conoscenza della scoperta, gli operai avevano distrutto quasi interamente il giacimento, ma il proprietario aveva comunque raccolto almeno la maggior parte dei reperti.

Fortunatamente era rimasto intatto il fondo centrale della fossetta di terra carboniosa con pezzi di legno carbonizzato da cui, a detta degli operai, proveniva tutto il materiale bruciato che venne definito allora, la Stipe dei cavalli. E infatti vi si rivenne, insieme a qualche coccio bruciato, anche un orecchio di uno dei muli, ma nessuna traccia di ossa umane bruciate.

Scavando al di sotto di quello che si era conservato in un posto, apparve una seconda lente di terra nera contenente soltanto pezzi di legno ed avanzi di diversi frutti, tutti carbonizzati, insieme con ossa umane bruciate. Inoltre erano stati raccolti dal proprietario, provenienti dal restante esterno, reperti ceramici non bruciati databili dalla seconda metà dell’ottavo sino agli inizi del VI secolo avanti Cristo, tra cui molti frammenti di una sima laterale con gocciolato in forma di testa di ariete, appartenente al coronamento di un piccolo santuario (naiskos), ed una singolare figurina fittile androgina.

Il luogo del rinvenimento della Stipe, nell’ottavo secolo avanti Cristo, non doveva essere occupato da case, anche se il recente rinvenimento di strutture in pietre a secco del giardino di questo museo (Museo di Pithecusa) consente di supporre che già nel settimo secolo avanti Cristo l’area fosse entrata a far parte dello spazio urbano della città, compreso tra il quartiere suburbano di Mezzavia e il porto.

Non è facile definire il carattere di questo sorprendente e rinvenimento. Giorgio Buchner suppone che le lenti di terra bruna sovrapposte siano contemporanee, ed appartengono ad un’unica deposizione: anche nella necropoli di San Montano, si è infatti rilevato talvolta l’uso di bruciare il corredo funebre vascolare non sulla stessa pira del morto, ma fu di un secondo rogo acceso contemporaneamente sull’ustrinum, e di non sepperirlo insieme ai resti del morto.

Sottolineando poi come alcuni dei reperti bruciati (dinos con le piangenti, ceramica corinzia e piattelli di produzione locale) non siano diversi dai consueti corredi vascolari delle tombe pitecusane coeve, mentre eccezionali sono le statuine di cavalli, i modelli di carri, quelli di barche, le trottole e di piatti, che corrispondono alle caratteristiche di una stipe votiva, lo studioso ipotizza che i materiali di Pastòla, costituiscono il corredo della sepoltura di un personaggio di Rango appartenente al santuario che doveva trovarsi nei pressi della Stipe, come documentato dai frammenti della ricordata sima.

B. D’Agostino, che ha pubblicato questo materiale, propone invece altri due possibili spiegazioni. La prima è che la scoperta, avvenuta già in antico, della sepoltura rinvenuta nella lente di terra nera sottostante la Stipe, abbia dato luogo all’istituzione di un culto eroico, con il compimento di un sacrificio ai defunti, la deposizione di ex-voto che ricorrono spesso nei contesti eroici e la costituzione del naiskos dal quale provengono le terrecotte architettoniche.

Questa ipotesi, tuttavia, non giustifica la presenza dei modellini di navi, che non compaiono, in genere, in altri contesti eroici, né la singolare figurina di androgino. Sulla scorta di questo, si potrebbe pertanto anche ipotizzare che, in un momento cronologicamente e posteriore la fondazione di Pithecusa, corrispondente ad un rilancio della presenza greca nell’insediamento, sia stato fondato, o forse monumentalizzato, un culto in un santuario situato ai piedi della collina che sovrasta il porto, secondo modello noto da altri importanti santuari, come quello di Hera a Perachora. E ad Hera potrebbe essere stato dedicato anche il santuario pitecusano, come dimostrerebbe la figurina di androgino, ricollegabile ad una divinità femminile a fine alla Astarte fenicia (Afrodite o Hera).
Altri elementi ricordati dal D’Agostino in favore dell’identificazione con Hera della divinità cui era dedicato il santuario sono la forte connessione tra i culti eroici ed Hera, e di modellini di carri e di navi. I primi rappresentano infatti i veicoli usati da abitudine nelle cerimonie matrimoniali (ed Hera era la divinità simbolo della castità matrimoniale e protettrice delle spose), i secondi sono presenti quasi esclusivamente nei santuari di Hera (Samos, Perachora). Lo stesso autore ricorda, infine, il legame tra Hera e l’ambiente euboico, indiziato a Pithecusae dalla base di donario con dedica ad Aristeo.
Testi Museo Archeologico di Pithecusa
Foto Ivano Di Meglio

