‘NDREZZATA 1932 PARTE SECONDA

‘NDREZZATA 1932 PARTE SECONDA

Molti anni or sono, la troupe degli ‘ndrezzatori di Buonopane fu inviata a esibire la nota danza da una illustre donna che villeggiava a Casamicciola. La signora era storpia. Poiché nella canzone che accompagna la danza vi sono i versi: “Mugliereme che mi è morta era ‘nu piezzo ‘e femmenone, teneva ‘e cosce storte, se le voleva adderezzà”, la magnifica signora che aveva voluto offrire un così caratteristico divertimento ai suoi amici, di tale evento, congedò la troupe, che si recava all’hotel Pithecusa a eseguire la danza. I buonopanesi, emigrati in America, non dimenticano la loro danza paesana, nella quale rivive la loro giovinezza, e rivedono i sacri volti della Patria e, a New York, a 149 street, negli anni 1916 e 1917, fu eseguita la ‘ndrezzata, e nei pubblici ritrovi.

Nel 1924 la detta danza fu eseguita a Buenos Aires, in tutti i caffè concerti, da un gruppo di emigrati di Buonopane. Ma nell’isola la danza buonopese finiva con l’essere dimenticata, e si spegneva così, la pura, antichissima tradizione isolana, testimonianza della rude gentilezza dei nostri padri. Si deve al giovane valoroso segretario politico di Barano d’Ischia Ing. Michele Buono, coadiuvato dall’Ing. Francesco Baldino, e da un gruppo di intelligenti giovani baranesi, non la riesumazione della ‘ndrezzata ma la rivivescenza di essa e la costruzione organica e didascalica delle sue complesse parti costitutive.

La danza veniva eseguita dai giovani dopolavoristi di Barano e Buonopane, ma particolarmente dai giovani buonopanesi, nel luglio del 1930, nell’incantevole sala del Lido d’Ischia, protesa nel mare. Il dopolavoro di Barano, dovette ricostruire il gruppo dei 16 partecipanti, allestire i costumi, trarre dalle incertezze prodotte dal disuso e dall’abbandono il testo nella canzone e della musica. Come si è detto, l’amoroso studio dei dirigenti di Barano ha curato l’esecuzione della danza, con scrupoloso rispetto della tradizione, per la prima volta operando in guisa che questa preziosa testimonianza dei costumi isolani non solo non andasse dispersa, ma rimanesse individuata e registrata, diremmo, per le esigenze dei ricercatori colti del Folklore locale. Solamente ora è così.

Noi possiamo dare una descrizione precisa e particolarizzata per costume che si indossa dai ballettini, dalla divisione della danza nei tempi e nelle figure, della molteplicità dei movimenti, nonché la riproduzione esatta dei versi che sono cantati dai ballerini e della musica, anche antichissima, come i versi che accompagnano il tutto. La composizione classica è di 16 danzatori, e può essere portata anche a venti. In America la danza è stata… americanamente esibita da 60 persone.

Il numero è necessariamente pari, perché come si vedrà più oltre, di fronte a ogni femmina deve trovarsi un maschio: la prima all’interno e il secondo all’esterno. I maschi hanno alla mano destra il mazzarello e alla sinistra la spada di legno, dipinta in bleu, mentre le femmine hanno alla destra del mazzarello e alla sinistra la spada dipinta in bianco, come risulterà in seguito.

La base fondamentale di questa danza è un incrocio di colpi di mazzarelli con mazzarelli, di spade con spade e dei primi con le seconde. Colpi violenti, ripetuti, frenetici, che non vanno agevolmente giustificati in una danza che fosse eseguita da uomini e da donne, riproduzione, come le altre, di avvicinamenti e di aderenze amorose.

Quantunque si parlasse di maschi e di femmine, la distribuzione dei sessi, veramente, non parrebbe del tutto rispondere alla natura non eccessivamente cavalleresca della danza, come sono botte scambiate di santa ragione e impeccabilmente respinte da pari armi, e non cadenze voluttuose di un minuetto campestre. Le femmine sono dunque nell’interno, e si difendono ed attaccano con mazze e spade, mentre i maschi all’esterno, attaccano e si difendono con spade e mazze.

Alla chiusura del ballo, alla ‘ndrezzata finale, maschi e femmine alternativamente si serrano ed elevano le braccia in alto, e sul piano quasi turrito e questo groviglio di braccia umane, sale il caporale per la “predica”. Ma né versi, né musica segnano un ritmo amoroso, e femmine e maschi, se si volesse riconoscere la differenziazione dei sessi, piuttosto segnerebbero una espressione danzante della lotta dei sessi. Fine seconda parte. Fonte in foto

Bollettino flegreo 1932, 30 marzo, pp. 19 a 21

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Ivano Di Meglio

Ivano Di Meglio

Eterno studente, scavo nei meandri del passato per trovare l'identità collettiva che porti al traguardo della consapevolezza. Mi occupo di cognomazione, Medioevo e usi locali. Cerco instancabilmente atti, prove e quant'altro mi consenta di ricostruire spaccati di vita lontana e vicina.