L’INFANZIA NON È UNA STRATEGIA DI MARKETING. I SOCIAL RUBANO MOMENTI DI VITA INDIMENTICABILI

L’INFANZIA NON È UNA STRATEGIA DI MARKETING. I SOCIAL RUBANO MOMENTI DI VITA INDIMENTICABILI

Non sono una grande fan dei social. Li uso, mi informo, verifico le notizie e cerco di distinguere ciò che è utile da ciò che è semplicemente pubblicità. Tra articoli, fake news e contenuti interessanti, mi capita spesso di imbattermi in video che promuovono prodotti di bellezza, cosmetici, cibi, luoghi e vacanze.

Di fronte a questi contenuti mi fermo, ascolto, osservo la professionalità di chi li propone e, se mi convincono, valuto persino di provare ciò che viene consigliato. Ma una domanda continua a tornarmi in mente: cosa dovremmo fare quando a consigliare quei prodotti sono bambini di poco più di dieci anni?

Non si tratta solo di competenze. Molto spesso quei prodotti non sono nemmeno destinati a loro. Bambini che parlano di skincare avanzata, cosmetici, routine di bellezza e trattamenti che appartengono al mondo degli adulti. Bambini trasformati in influencer prima ancora di aver avuto il tempo di essere semplicemente bambini.

E allora mi chiedo: dov’è finito il diritto all’infanzia?

L’infanzia è una fase unica, fragile e preziosa. È il tempo del gioco, delle amicizie, delle ginocchia sbucciate, delle risate senza filtri, dello sport condiviso con i coetanei. È il momento in cui si costruiscono identità, sicurezza e autostima. Eppure sempre più spesso assistiamo a una corsa verso l’adultizzazione, come se crescere in fretta fosse un traguardo da raggiungere anziché una perdita da evitare.

Dietro una telecamera e qualche migliaio di visualizzazioni si nasconde un rischio reale: quello di insegnare ai più piccoli che il loro valore dipende dall’immagine, dai follower, dai prodotti che mostrano o che acquistano. Ma la felicità non si trova in una confezione di cosmetici e l’autostima non si compra in profumeria.

Noi adulti abbiamo una responsabilità enorme. Dovremmo educare a un uso consapevole dei social, insegnare a riconoscere la pubblicità e il marketing, ma soprattutto offrire ai bambini alternative reali: gioco, sport, relazioni autentiche, tempo libero e libertà di crescere secondo i propri ritmi.

Perché un bambino non dovrebbe diventare il testimonial di un prodotto. Dovrebbe essere il protagonista della propria infanzia.

E quell’infanzia, così breve rispetto all’intera vita, merita di essere vissuta, protetta e difesa. Sempre.

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Valeria Fattore

Valeria Fattore

Ho 51 anni, sono nata a Portici e cresciuta a Napoli dove ho ricevuto dalla mia famiglia valori che continuo a custodire con gratitudine. Mi sono laureata in Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione (V.O.) presso l'università degli studi di Roma La Sapienza. Oggi mi occupo di progetti educativi e creativi rivolti ai bambini. Ho sempre creduto che la creatività che amo e pratico, in tutte le sue forme, abbia un valore terapeutico. Nella scrittura in particolare, trovo uno spazio autentico in cui esprimere e ritrovare me stessa.