Tradizioni meridionali L’appizzata di fichi d’india
PER L’APPUNTAMENTO CON PILLOLE DI STORIA
A CURA DI IVANO DI MEGLIO
Altra tradizione ischitana e partenopea: l’appizzata dei fichi d’india.
Il fico d’india fu introdotto nel 1500 dagli spagnoli che lo importarono dal Messico. Si diffuse così in Europa e, in particolare, in Sicilia dove ha trovato condizioni climatiche favorevoli .A Napoli sono chiamati “figurine”, termine improprio e approssimato che deriva da ficurinia, traduzione fonetica in napoletano di ficu [fico] r’inia [‘e India, dove la “d” del complemento di specificazione per effetto del rotacismo si trasforma in “r”].
Il punctum, il fulcro del gioco era “l’appizzata” o “azzeppata”, una sorta di scommessa.
Il rotacismo (dal nome della lettera gr. ῥ (rho), e dal gr. ῥωτακίζω «pronunciare male la r») nel napoletano comporta un passaggio di suono dalla “d” alla “r” (es. Madonna, Maronna;
• apizzà, appuntare, ma anche drizzare (appizzà ‘e rrecchie, drizzare gli orecchi) forse dal francese pincer, col prefisso ad = adpincer>appinsare> appizzare. Mio padre raccoglieva i fichi, grattandoli poi con una canna di legno per far cadere la maggiore quantità di possibile di spine. Poi li vendeva. ll cesto coi fichi era dotato di coltello a punta legato al cesto in vimini da un po’ di spago. Lo si lasciava cadere sui fichi e , se risollevandolo non cadeva dal coltello, il frutto era tuo. Per coloro che perdevano più di una volta, papà dava un premio di consolazione consistente in un paio di fichi. La singola appizzata costava 5 lire. Si poteva incontrare anche chi facesse una sorta di “abbonamento”, tipo 5 lanci a 20 lire.
I ragazzini furbetti che vendevano la mercanzia, usavano oliare il coltello per far perdere l’avventore.
Obiettivo era quello di ricavare qualche cosa da spendere nelle feste patronali.
Fonti: mio Padre; il blog di pulcinella per le traduzioni e la foto. Periodo anni ’50

