“Pàglia, ‘a pàglia”, la storia degli impagliatori di Lacco Ameno

“Pàglia, ‘a pàglia”, la storia degli impagliatori di Lacco Ameno

(Foto Oscar Iacono)

Sul versante Sud dell’isola, fin nei pianori alti che contornano l’Epomeo, un tempo seminavano e raccoglievano in abbondanza leguminose e cereali. Tra l’altro si coltivava il grano duro, chiamata “carosella”, costituito da una spiga turgida, su di un gambo rigido, dritto e lungo, molto adatto ad essere lavorato ed intrecciato. La carosella, falciata con cura, dopo di aver reso il grano sulle aie, invece di essere bruciata o usata per la stalla, veniva diligentemente legata in “vranche”, quindi unita in grossi mazzi per essere venduta.

Ogni anno, a fine mietitura, i fontanesi facevano a gara, con i grossi carichi di paglia in testa, scendevano dall’Epomeo, attraversando i sentieri selvosi, nel Casale di Lacco Ameno; di buon mattino, con voce sottile “pàglia, ‘a pàglia”, cercando di liberarsi dell’ingombrante fardello. Le intelligenti massaie lacchesi, dopo attento esame, se di lunga crescita e di colore bianco, con poche lire, ne facevano provviste per il lavoro di un anno. Quasi tutte le famiglie del Casale si occupavano del lavoro della paglia. C’era davvero qualcosa di religioso durante le fasi della preparazione e trasformazione artistica di questa bionda messe.

A sera, nell’interno della casa, grandi e piccoli, assisi sulle panche, con le “vranche” sulle ginocchia. Il coltello sulla destra, spulciavano e nettavano la paglia; la “sfoglia”, buttata alla rinfusa, riempiva ogni minimo spazio della casa; una lucerna ad olio, attaccata al muro, palpitava fiocamente sui volti di tutti, intenti al lavoro ed alla recita del rosario, in un profumo di grano mietuto.

Il giorno seguente, i fili nettati, legati in fasci, per dare loro maggiore biancore, venivano “inzulfate” in un recipiente con zolfo acceso, ordinariamente dentro il “cufanaturo”, usato per il bucato. L’ultima operazione era la scelta dei fili grossi dai piccoli, per i cordoni a quattro o a cinque fili; poi, la paglia inumidita nell’acqua, correva tra le mani instancabili per la lavorazione stupefacente dei cordoni, delle trecce, dei cestini. E, che precisione, che esattezza, che geometrica armonia. Il lavoro della paglia, limitato nel Comune di Lacco Ameno, ebbe uno sviluppo senza precedenti, e, per chi lo smerciava, bomboniere, mani più destre, assumevano forme più svariate e artistiche: cappellini, ventagli, panierini, giocattoli, borse… un repertorio di oggetti talmente attraenti che venivano acquistati non solo dalla borghesia, ma passavano di moda anche nell’alta aristocrazia.

Durante il decennio 1860-1870, i cappelli di paglia confezionati a Lacco Ameno, comparvero sulle piazze delle città europee. Nel decennio 1870-1880, la moda adottò i cappellini in paglia prodotti a Lacco Ameno: a centinaia si esportavano, con una grande fortuna economica per gli abitanti del Casale, che lavoravano senza sosta per l’Italia e l’Estero. La catastrofe del 1883 stroncò improvvisamente quell’industria così vitale per la popolazione.

In mezzo a tanta desolazione giunse a Lacco Ameno un gruppo di dame che facevano parte del Comitato di Soccorso per i terremotati d’Ischia. Gli industriosi lacchesi, quasi umiliati dai sussidi quotidiani che gli venivano concessi in questi tristi momenti, vollero contraccambiare, rendendo alle dame napoletane i lavori di paglia che andavano scavando in mezzo alle rovine. Le gentili Signore, accogliendo i panieri di paglia, invece di tenerseli, li adornavano con nastri di seta dai colori smaglianti e li vendevano nelle loro riunioni. Incominciava a profilarsi un nuovo periodo di rilancio per l’arte dei lavori in paglia.

Il 18 maggio 1884, le Dame del Comitato di Soccorso Napoletano, fondarono a Lacco Ameno, in un baraccone, sito in Via Marina, all’imboccatura di Via Rosario, una scuola di perfezionamento per i lavori in paglia; studiarono nuove applicazioni, introdussero altre forme, presentarono nuovi disegni e invitarono i lacchesi a lavorare su quei campioni; installarono persino telai in legno per migliorare e facilitare la tecnica delle “strisce” su cui riprodussero ricami a colori; fecero arrivare dalla Germania estratti e dosi colorifere per dare alla paglia vivacità, sfumature con la gamma delle tinte. I risultati variopinti, in paglia liscia, in cordoncino, in ricamo, furono smagliatissimi.

Si riaccese tra la popolazione l’industria della paglia, ricominciarono le spedizioni per le città d’Italia e d’Europa. I migliori pezzi comparvero nelle grandi mostre regionali, alcuni furono premiati nelle esposizioni di Londra e Glasgow. Una industria redditizia per la popolazione di Lacco Ameno, che non fruiva di altre risorse economiche. L’industria si è protratta fino agli anni cinquanta, fino a quando non è venuta a mancare la materia prima: la paglia.

Il galoppante turismo ha invaso anche Serrara Fontana; anche qui, nelle belle terre apriche non biondeggia più il grano né si semina più la “carosella”, che rendeva un duplice pane; di essa è scomparsa persino la semenza. Gli industriosi lacchesi, nonostante le richieste della paglia, sono stati costretti ad incrociare le braccia e veder morire, con immensa amarezza, una industria così redditizia che forse non sarà mai più ripresa. Da Pietro Monti – Ischia Archeologia e Storia pagg.737 a 741.

Anche Barano d’Ischia era famosa per i cappelli di paglia. Sono testimoni numerose cronache del secolo XIX, come “Itinerario istruttivo da Roma a Napoli. Nuova guida di … – Pagina 597”. In esso: Barano il luogo ove più che in ogni altro si fabbricano quei cappelli di paglia da uomo così comuni a Napoli, e nei contorni durante l’estate.

O ancora “Nuovo specchio geografico-storico-politico di tutte le …” Pag. 212. In esso: vi si lavorano eleganti canestrini, e cesti, cappelli di paglia, ed altre bagattelle.

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Ivano Di Meglio

Ivano Di Meglio

Eterno studente, scavo nei meandri del passato per trovare l'identità collettiva che porti al traguardo della consapevolezza. Mi occupo di cognomazione, Medioevo e usi locali. Cerco instancabilmente atti, prove e quant'altro mi consenta di ricostruire spaccati di vita lontana e vicina.