STORIA CARCERARIA. COME FUNZIONAVA DA METÀ ‘500 FINO ALLA METÀ ‘800? (II parte)

STORIA CARCERARIA. COME FUNZIONAVA DA METÀ ‘500 FINO ALLA METÀ ‘800?  (II parte)

Pillolone di Storia carceraria (seconda parte)

Comunque, il carcere ha effettivamente uno scarsissimo peso all’interno del sistema delle pene, “al punto che alcuni scrittori, e non dei minori, ne parlano quasi soltanto con riferimento al momento preventivo della ‘captura’”. I delitti più gravi erano puniti, come abbiamo visto, con la deportazione, la galera, la fustigazione, la gogna e le varie forme di esecuzione capitale piuttosto che con il carcere. “I periodi di detenzione erano brevi, mai superiori a tre anni e in generale di un anno o meno, ed erano inflitti a una categoria ristretta di criminali, condannati per omicidio colposo, frodi commerciali, spergiuri, associazioni contro i datori di lavoro e sommosse. … Le motivazioni che giustificavano l’uso della detenzione in casi simili sa parte dei giudici non sono affatto chiare”.

L’imprigionamento rientrava fra le tattiche di concessione quale compromesso intermedio, e quindi pietoso, tra la deportazione e la pena capitale, ma a parte queste occasioni speciali i giudici si servivano raramente delle carceri per punire crimini gravi. “Per tali delitti, i più frequenti dei quali erano la rapina lungo le strade, furto con scasso, abigeato (furto di bestiame), furto aggravato, assassinio e incendio doloso, la pena era in teoria la morte”.

Le carceri continuavano ad essere più un luogo di reclusione per debitori e per chi doveva essere sottoposto a procedimenti giudiziari che un luogo di pena. “Il carattere personale dei rapporti di lavoro dovette probabilmente favorire la diffusione di sanzioni comminate in privato più che il ricorso ai rimedi ufficiali offerti dallo Stato. Comunque, le carceri, similmente alle case di correzione, erano luoghi in cui la mescolanza dei reclusi era una caratteristica ineliminabile. Vediamo quante e quali categorie di persone avremmo incontrato nel corso di una visita ad una prigione seicentesca. “In esse erano rinchiusi i debitori e le loro famiglie finché non avevano potuto dar soddisfazione ai creditori o finché non erano liberati perché dichiarati insolventi”. Fintanto che restavano in carcere, i debitori erano mantenuti a spese dei creditori. Non potevano essere legalmente incatenati o costretti a lavorare, era loro concesso di vivere con moglie e figli e potevano ricevere visite o avere altri contatti con l’esterno.

“Le persone delle classi superiori prendevano in affitto dal carceriere appartamenti separati nella cosiddetta ‘ala del padrone’. Una volta che tutte le stanze erano occupate, chi sopraggiungeva era costretto a sistemarsi in comune, cioè a prendere in subaffitto una parte delle stanze da altri prigionieri o perfino da persone che, pur non avendo rapporti con il carcere, vi affittavano camere”. Il carceriere ricavava le proprie entrate da una interminabile serie di ingegnose estorsioni a danno dei detenuti. “Oltre che affittare stanze ai prigionieri, egli gestiva in genere un caffè e una birreria per i detenuti e i visitatori”.

Il carceriere vendeva inoltre, in alcuni casi, il privilegio di vivere al di fuori delle mura del carcere. Dato che i debitori godevano del privilegio di esenzione dalla disciplina del carcere, i carcerieri in genere permettevano che essi mantenessero da soli l’ordine all’interno della propria comunità. “Di conseguenza la vita sociale nelle carceri per questa categoria si svolgeva senza controlli”. I detenuti in attesa di giudizio erano in genere in catene, ma a volte venivano lasciati liberi di muoversi a piacere entro i confini del carcere, di ricevere visite senza limiti e di non lavorare. I detenuti in attesa di giudizio per delitti minori erano raramente messi ai ferri, e godevano dei privilegi accordati a chi non era stato ancora condannato. I condannati a morte, in attesa dell’esecuzione o della grazia, erano abitualmente incatenati nelle ‘celle dei condannati’.

Vi erano inoltre alcuni criminali che scontavano pene detentive e deportati in attesa di essere imbarcati. “In teoria queste categorie dovevano essere isolate l’una dall’altra in reparti separati, ma in pratica i carcerieri non avevano guardiani sufficienti per far rispettare questa disposizione. I detenuti si mescolavano liberamente nei cortili, e dividevano fra loro i vari privilegi”. Si tendeva così ad uniformare il trattamento riservato ad innocenti e colpevoli; i detenuti in attesa di giudizio erano spesso incatenati e sottoposti ad esazioni non meno dei condannati. “Molti detenuti erano in un certo senso puniti anche dopo l’assoluzione, in quanto languivano in carcere perché non erano in grado di pagare le spese di liberazione che il carceriere richiedeva prima di scioglierli dai ceppi”. Anche nelle carceri, così come nelle case di correzione sovente ai detenuti non veniva fornito alcun cibo da parte dell’amministrazione, o quello che veniva fornito era palesemente insufficiente. “In alcune prigioni si permetteva ai detenuti poveri di mendicare cibo e denaro da apposite inferriate”.

I detenuti, per nutrirsi e vestirsi, potevano fare affidamento sull’assistenza privata; “era una pratica filantropica diffusa fare lasciti per i prigionieri poveri e per la liberazione di debitori insolventi e a volte i membri di una giuria destinavano il denaro ricevuto, come rimborso spese, al mantenimento dei carcerati”. Poiché le autorità avevano obblighi limitati nei loro confronti, dovevano almeno autorizzare accesso illimitato a parenti e amici. “Le mogli si recavano abitualmente ogni giorno alle porte del carcere, portando il pasto ai mariti; esse potevano girare per i cortili a piacere dall’alba al tramonto e un’oculata corruzione poteva assicurare la possibilità di trascorrere la notte nel carcere. I rapporti sessuali tra i detenuti e persone che provenivano dall’esterno erano frequenti”.

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Ivano Di Meglio

Ivano Di Meglio

Eterno studente, scavo nei meandri del passato per trovare l'identità collettiva che porti al traguardo della consapevolezza. Mi occupo di cognomazione, Medioevo e usi locali. Cerco instancabilmente atti, prove e quant'altro mi consenta di ricostruire spaccati di vita lontana e vicina.