LO SDOPPIAMENTO DELLA REALTÀ NELL’ERA DEI SOCIAL: TRE QUESTIONI ETICHE

LO SDOPPIAMENTO DELLA REALTÀ NELL’ERA DEI SOCIAL: TRE QUESTIONI ETICHE

Nel mondo digitale contemporaneo, e in particolare nell’universo dei social network, assistiamo a un fenomeno che potremmo definire come uno sdoppiamento della realtà.

Una realtà duplice, in cui ciò che accade nel mondo fisico trova un suo riflesso – talvolta deformato, talvolta esaltato – nello spazio virtuale. Questa frattura tra il reale e il virtuale non è solo una questione tecnica o sociologica, ma riguarda profondamente tutti noi, e coinvolge delle questioni etiche che meritano di essere considerate.

Prima questione: tutti sono autorizzati a dire

Nei commenti ai post, nei thread infiniti di discussione o polemica, emerge un primo fenomeno: il soggetto si autorizza a parlare senza che ci sia una richiesta, implicita o esplicita, dell’Altro.

Nei social la parola è de-istituzionalizzata: chiunque può parlare di qualunque cosa, senza che vi sia un’investitura simbolica. È come se io andassi al Parlamento ad esercitare il diritto di veto come se fossi nella posizione di Presidente della Repubblica, anche se nessuno mi ha investito di questo ruolo. Lì risulterebbe strano, perché al Parlamento si parla sempre da una certa posizione, che è riconoscibile dall’altro. Sui social questo riconoscimento è bypassabile, per ognuno, non è strano, funziona proprio così.

Sui social, il soggetto parla spesso da una posizione immaginaria, non è chiamato a rispondere, non ha un vero e proprio posto riconoscibile, per l’altro che lo leggerà o lo ascolterà. Parla (o scrive) per affermarsi, per esistere, nell’istante di visibilità. Il presupposto di chi parla o scrive da questa posizione immaginaria è articolabile più o meno così: “qualcuno mi leggerà, e questo avrà un effetto su chi mi leggerà: dunque sarò esistito”. Quest’effetto è solitamente segnalato dai like, o da ulteriori commenti.

Seconda questione: l’odio come affermazione di sé

Una delle forme più frequenti della ricerca di esistenza, di visibilità, è la forma del rifiuto, dell’insulto, dell’odio. Sui social è frequente che utenti insultino o aggrediscano verbalmente persone che non conoscono, che non li hanno interpellati, che non fanno parte del loro legame sociale. Spesso è un odio mascherato da commenti di natura “opinionistica”, a volte più direttamente confidenziale verso tale o talaltro utente. In ogni caso, ci si autorizza ad un dire che ha di mira la degradazione dell’altro.

Questa forma molto particolare di odio è sostenuta pericolosamente dall’identificazione a certi ideali: l’odio fa gruppo, soprattutto quando si tratta di contenuti sensibili e densi (la morte, gli omicidi, i femminicidi, la maternità, la paternità, le guerre, la diversità, le fazioni politiche, ecc ecc): ci si raggruppa davanti a qualcosa che meriterebbe il nostro rifiuto, il rifiuto di tutti.

Capita dunque che il moralismo diventi uno dei travestimenti dell’odio. Come quando, in nome dell’ideale religioso, partirono le crociate per conquistare la terra santa. C’era un ideale comune, una morale comune, un obiettivo comune. Ma la sostanza, su cui si fondava questa comunanza morale, era la sostanza dell’odio per l’altro, per l’altra religione, per la diversità.

Ciò che stupisce non è tanto l’esistenza dell’odio, che accompagna da sempre l’uomo, ma il fatto che sui social lo si appaga direttamente, senza filtri. Senza il filtro del “senso di colpa”, senza il filtro che nella vita reale spesso identifichiamo come “non lo conosco, quindi non posso prendermi tutta questa confidenza”. Il problema non è l’odio, siamo chiari, l’odio è ineliminabile dalla natura umana; il problema è la sparizione del filtro.

Terza questione: la visibilità al posto dei valori

Uno degli aspetti più inquietanti dello sdoppiamento prodotto dai social riguarda la sostituzione del giudizio etico con il parametro della visibilità. Accade così che, di fronte a un evento impattante (una rissa, un’aggressione, un disastro naturale, ecc), l’impulso non sia quello di intervenire o chiedere aiuto, ma di registrare e condividere. In questo passaggio, il soggetto si schiaccia sul registro dell’immaginario, in cui l’immagine ha più peso della realtà.

Il valore non è più legato alla verità, ma alla sua visibilità, alla sua potenzialità virale.

Il valore legato alla verità, per intenderci, è quello che ci porta ad agire secondo la nostra verità soggettiva. Per esempio, se assisto ad un’aggressione, la mia verità mi dice che sto assistendo ad un evento pericoloso, problematico, qualcosa che forse voglio che non accada; agisco dunque a partire da questa verità, e posso per esempio chiamare le forze dell’ordine, o addirittura adoperarmi per tentare di sedare ciò che sta accadendo.

Il valore legato alla visibilità, invece, fa sì che io sia “fuori dalla scena”, che io sia solo un occhio che deve riprendere ciò che sta accadendo, per farne uso su un social, per riportare l’accaduto, e nutrirmi dei like che arriveranno. Ma non sono un giornalista, che dalla sua posizione legittimamente riprende gli accadimenti per raccontarli!

L’evento reale viene catturato nella rete dell’immaginario digitale: non resta traccia del valore traumatico della scena, ma solo una superficie di immagini da far girare, da consumare. Il soggetto diventa spettatore ipnotizzato, consumatore passivo di scene, senza alcun senso di responsabilità davanti a ciò che sta guardando.

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Francesco Impagliazzo

Francesco Impagliazzo

Il dr. Francesco Impagliazzo lavora come psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico. Specializzatosi a Roma, presso l'Istituto Freudiano, si occupa di clinica, formazione e supervisione. Ha pubblicato articoli per riviste di settore, quali l'"Attualità Lacaniana" e la "Rivista di Psicologia Clinica". Ha lavorato come docente per vari corsi dedicati agli operatori della sanità pubblica e per gli insegnanti di scuola primarie e secondarie. Da anni, collabora con l'associazione In-Sophia per il Festival Internazionale di Filosofia.