La fine del blocco dei licenziamenti: una lezione per tutti
Lo Stato considera da sempre gli imprenditori come gli sfruttatori dei lavoratori. Ma i dati dicono altro
Il divieto di licenziare era stato introdotto il 17 marzo 2020 ed è rimasto in vigore fino al 31 ottobre.
Abbiamo assistito ai disastri che le forze politiche e sociali ad esso favorevoli avevano annunciato? Macché.

È accaduto che la diminuzione dell’occupazione, inevitabile per la diffusione della pandemia, è ricaduta completamente sui lavoratori a tempo determinato e sulle partite IVA (nonostante il generoso e indispensabile finanziamento della cassa integrazione).
Il rapporto della Banca d’Italia e del Ministero del Lavoro (Il Mercato del lavoro: dati e analisi, n. 5 settembre 2021) ha chiarito che non si è avverata nessuna corsa selvaggia da parte delle imprese per lasciare i lavoratori senza lavoro.
Il ritorno alla normale disciplina riguardo i licenziamenti ha prodotto solo 10.000 sospensioni di lavoro mentre al contrario nel periodo 1° gennaio – 31 agosto sono stati creati oltre 830mila posti di lavoro, valori superiori addirittura a quelli del 2020 e 2019.
Ciò dimostra che il mercato del lavoro funziona bene quando si modificano di continuo gli addetti e le mansioni man mano che l’economia si sviluppa.
Ecco perché bloccare i licenziamenti è una politica miope: obbligare a non licenziare significa bloccare le assunzioni.
Liberare il mercato del lavoro da lacci e lacciuoli significa fare realmente gli interessi dei lavoratori e dei giovani soprattutto in una fase come quella attuale di profonda trasformazione ecologica e digitale dell’economia.
Sfiducia genera sfiducia: la sospensione delle procedure di licenziamento testimonia semplicemente la diffidenza, purtroppo ancora oggi largamente diffusa, della politica verso gli imprenditori considerati da sempre cinici affamatori dei loro collaboratori.

